Efrim Manuel Menuck

Il fondatore dei Godspeed You! Black Emperor affronta la sua carriera a cerchi concentrici: dalla solitudine del comporre senza band alla militanza nelle fila del collettivo, fin giù all’attivismo politico internazionale
Efrim Manuel Menuck_intervista

Ogni tanto mi sento come se stessi scrivendo a mano una lettera da qualche avamposto lontano”, dice Efrim Manuel Menuck commentando il proprio processo creativo, e che le sue parole ci arrivino in forma scritta non è un aspetto irrilevante. Se la sua storia di musicista fosse un libro, sarebbe con tutta probabilità un romanzo epistolare: dentro e fuori i Godspeed You! Black Emperor e i Silver Mt. Zion, Menuck ha sparso lettere ovunque, ora per spiegare le ragioni di un’assenza (ricordate la nota con cui la band rifiutò di presentarsi al Polaris Prize del 2013?), ora a mo’ di postilla, per correggere le parole che altri avevano scritto sul suo conto –  si trova ancora in Rete un’infuocata “lettera aperta” a un corrispondente della testata olandese “OOR” che aveva titolato sulla presunta antipatia dei post-rocker canadesi nei confronti dei Radiohead.

La copia di qualche appunto a mano è presente anche all’interno della confezione di Pissing Stars, il suo ultimo disco a suo nome: con lo stesso stile sciamanico e denso di metafore con il quale ha risposto alle domande che gli abbiamo posto, il Nostro verga considerazioni sui massimi sistemi, qualche abbozzo di copioni drammatici e raccoglie stralci di una storia d’amore, quella tra la presentatrice televisiva Mary Tyler Hart, già fiamma di Sylvester Stallone, e Mohammed, erede del miliardario saudita Adnan Kashoggi. Quando la coppia fece la sua comparsa sulle riviste patinate americane, intorno al 1986, Efrim aveva ventisei anni e un breve vissuto da senzatetto che lo avrebbe portato a occupare illegalmente abitazioni sfitte. “Facevo uso di un sacco di droghe diverse, come tutti coloro con i quali vivevo al tempo. Eravamo adolescenti, rannicchiati in appartamenti che cadevano a pezzi, sempre a contare i centesimi che ci restavano in tasca ma anche pronti a scagliarci contro il mondo con addosso una rabbia immacolata. Un universo apparentemente agli antipodi rispetto alla tresca da soap opera di cui sopra, se non fosse che, spiega, “la cultura pop filtrò da queste fosche prospettive in un modo strano e paradossale, spargendosi sulle nostre vite frammentate come un relitto illuminato, una specie di grottesco obelisco. Alcuni frammenti di quelle narrazioni archetipiche si radicarono e crebbero in seno ai nostri percorsi personali: l’intreccio Hart/Khashoggi era una di quelle schegge. Una luminosa storia d’amore tra due sagome di cartone, un minuscolo raggio di sole che scalda l’erba troppo cresciuta di un campo polveroso. Sfocato e bruciato, come un mistero che parlava d’amore e di inevitabile rovina: tutto il rumoroso vuoto dell’esistenza contemporanea in bilico sulla capocchia di uno spillo”.

Menuck2018 credits LOUISE MICHEL JACKSON

Cotanta poesia per descrivere il concept che ispira il suo secondo album da solista, uscito lo scorso marzo per Constellation. A dire il vero nel disco gli stessi temi vengono evocati con molte meno parole e molte più voci, alcune presumibilmente rubate da palinsesti radiofonici e televisivi (come quella femminile impegnata nell’oscura profezia di Kills v. Lies), altre strappate direttamente dalla vita privata, come quella del piccolo Ezra – il figlio avuto dalla violinista e compagna Jessica Moss, che già faceva capolino in Fuck Off, Get Free We Pour Our Light On Everything dei Silver Mt Zion. Quella di accogliere frammenti sonori dal mondo circostante è una pratica non più nuova per Menuck, che pareva averla messa da parte pure negli ultimi dischi dei GY!BE. Non è una scelta deliberata, assicura lui: “Dipende dal contesto. Qualche volta una canzone, dopo essere stata realizzata, ha bisogno di una gradazione d’ombra in più o di una piccola luce che le risplenda in petto. La si scrive, la si registra e poi si cerca di riguardarla con un occhio più distaccato per capire quali colori manchino. Capita anche che non ci sia bisogno di aggiungere altro, certe canzoni semplicemente spuntano fuori così, già con una fisionomia definita. Il più delle volte però vengono al mondo svestite e malferme, e allora devi affilare le lame e darci dentro, come un esercizio di pura volontà”.

Spogli e frammentari come ancora si presentano, i brani che Menuck compone in autonomia sembrano aderire a quest’ultima categoria ben più del materiale che ha licenziato sotto altre ragioni sociali, quasi una raccolta di appunti messa insieme nei ritagli di tempo. A questo proposito il comunicato stampa di Pissing Stars ci rivela che il disco è figlio di un periodo travagliato, realizzato “negli angoli scuri tra il 2016 e il 2017. Un paio d’anni difficili, afflitti da fatica, depressione, disperazione, troppe sbronze e troppe sigarette”. L’autore non si sofferma troppo sulle ragioni di un periodo tanto complicato, ma ammette che la scrittura di brani a proprio nome è un processo decisamente solitario. “Non c’è nessuno lì intorno che rida alle tue battute, o che ti afferri per il gomito quando stai per attraversare una strada trafficata. Inoltre, in tutte le band di cui faccio parte c’è un necessario impegno a cercare parole e argomenti che enfatizzino il ‘noi’, quindi già il semplice atto di scrivere in prima persona singolare può risultare allo stesso tempo liberatorio e spaventoso. Sensazioni comprensibili, a maggior ragione se abituati a una dimensione “collettivista” come quella che pare governare ogni aspetto del lavoro con i Godspeed You! Black Emperor, non soltanto la musica ma anche le relazioni con la stampa, sempre misuratissime. “Nei Godspeed comunichiamo attraverso un’unica voce: trovare le parole sulle quali possiamo essere tutti d’accordo, le sfumature giuste e i punti in comune dei nostri pensieri è un lavoro molto particolare. Non è cosa che possa essere presa alla leggera, ed è per questo che lo facciamo di rado e solo quando ne sentiamo l’urgenza. Anche a questo inossidabile senso comunitario si deve la lunga vita della compagine di Montréal, ormai in giro da quasi venticinque anni, otto dei quali trascorsi dopo la reunion del 2010. Una seconda esistenza che sembra poter durare quanto e più della prima: “Siamo stati amici per molto tempo e continueremmo a essere leali l’uno con l’altro a prescindere dal destino della band. Il fatto è che diamo un valore al rumore che facciamo insieme; dopo gli anni e i chilometri macinati fianco a fianco, riusciamo ancora a sfidare questa tempesta, uniti. È la dimostrazione che certe cose restano, a dispetto di tutto.

menuck cover
La copertina dell’album

La quantità di collettivi musicali che popolano l’indie rock da quelle parti farebbe pensare a un modo tutto canadese di intendere il concetto di “band”, ma Menuck non è disposto a concedere alcunché alle ragioni di stato. “Non sento alcuna identità nazionale, a malapena sento un’identità civica. So di appartenere al mio vicinato e a un gruppo di amici sparsi per il mondo, e questo è quanto. Qualsiasi Stato è troppo grande per imporre un’identità unitaria ai propri abitanti che non sia vuota o frutto di un esercizio autoritario. Un orgoglio apolide che affonda le radici nelle sue origini ebraiche, “una cultura e una storia che si definiscono all’infuori dei confini statali”. Vista la frequenza con cui il chitarrista accenna alla questione durante i concerti, è d’obbligo una domanda sull’attualità medio-orientale, non tanto sullo spostamento a Gerusalemme dell’ambasciata americana, quanto sulla polemica che ha coinvolto anche alcune teste di serie della musica pop occidentale. Promotori della petizione BDS (“Boycott, Divestment, Sanction”), che mira a sensibilizzare gli artisti contro il regime di apartheid in cui vivono le popolazioni palestinesi, Brian Eno e Roger Waters si sono recentemente scontrati con altri pezzi da novanta quali Nick Cave e Thom Yorke, che hanno rifiutato l’invito a boicottare Tel Aviv annullando le loro date della tournée in terra israeliana come un’indebita intrusione da parte dei colleghi. Temevamo qualche resistenza per non rinfocolare la polemica, e invece, interrogato sulla questione, Efrim non fa giri di parole: “Quando dico che non amo gli Stati intendo dire che non amo nemmeno Israele. Il fatto che commetta le proprie atrocità nel nome di tutti gli ebrei del mondo è una disgrazia e una vergogna che mi manda su tutte le furie. Israele non parla per mio conto e non parla per conto degli ebrei. Ho firmato la petizione del BDS molti anni fa, quindi i nostri dischi non vengono venduti laggiù e laggiù non andremo mai a suonare (e qui l’”io” diventa “noi”, NdR). È una decisione politica e personale. Posso capire le ragioni per le quali alcune persone possono trovarsi a disagio con i boicottaggi e non sta a me giudicare, ma c’è qualcosa riguardo alle risposte di Nick Cave e Thom Yorke che è irritante: un mettersi sulla difensiva che sottende una condizione privilegiata, un risentimento che guarda a ogni forma di sfida come a un atto di censura. A richiederci il boicottaggio non è Brian Eno, sono i palestinesi, ed è rispetto a questo che va valutata l’esigenza di supportare o meno un intervento. L’idea che le rockstar occidentali possano essere in qualche modo ‘bullizzate’ dalle minoranze oppresse è risibile. Cave e Yorke avrebbero potuto declinare l’invito a unirsi al boicottaggio ma comunque attestare la vergogna della situazione attuale e di quella storica, anziché fare scenate da primedonne. È lo stesso tipo di stronzate reazionarie che ha decretato la vittoria di Trump o di altri assassini più educati prima di lui. La profonda consapevolezza della situazione politica internazionale del musicista fa il paio con la vena apocalittica che spesso abita le sue liriche, non ultime quelli di Pissing Star. “Vivo in una terra dove l’inverno può ucciderti se non hai una casa. Vivo in una terra il cui il razzismo è sottile, violento, onnipresente. Vivo in una terra di uomini bianchi aggressivi… È un miracolo che chiunque fra noi sia sopravvissuto ai 17 anni”, sentenzia l’intervistato. Ma quando gli si chiede se tanta cinica lucidità sulle sorti dell’Occidente non rischia di precipitare nel nichilismo, la sua risposta è tanto breve quanto spiazzante: “Non c’è risposta possibile a questo mondo che non sia amore”. Vostro, Efrim Manuel Menuck.

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