Eleanor Friedberger

In viaggio con l’ex Fiery Furnaces, inconfondibile songwriter al quarto album con "Rebound". Dagli U.S.A. alla Grecia, parlando di radici e linguaggi, synth e night life.
Eleanor Friedberger_intervista

Rewind. In Cathy With A Curly Hair, una delle canzoni del suo precedente album New View, del 2016, Eleanor Friedberger citava “a tall, half-Greek girl”. Avendo origini mezze greche, si riferiva con autoironia a se stessa. Origini affrontate nel suo quarto album da solista, l’adorabile Rebound, accolto benissimo dalla stampa soprattutto inglese. Così, dall’Upstate New York che circonda Manhattan, dove si è trasferita tempo fa, Eleanor si è lanciata in “una missione di ricognizione”, in un soggiorno nella penisola balcanica. “Mia madre è greca ed ero stata in Grecia qualche volta, negli ultimi vent’anni, ma non mi era mai capitato di identificarmi con Atene, con i suoi abitanti. Volevo trascorrere più tempo nel Paese e non vederlo soltanto come un posto per farsi le vacanze in spiaggia. Per me è stata una combinazione perfetta, l’essere familiare e anche estranea al luogo, l’essere consapevole e non di tanti aspetti. Sono cresciuta conoscendo la cultura e la cucina, per dire, ma non parlo molto bene la lingua greca: ho preso delle lezioni perché l’alfabeto è diverso e leggere i segni è difficile”. Eleanor, d’altronde, ama particolarmente viaggiare e ha impiegato gli ultimi anni on the road, spostandosi per live non di rado in solitaria e assaporando l’incontro con la gente del posto, documentando i suoi giri sui social media. “Sì, spesso ero esausta ma amo la dimensione del viaggio e penso di esserne probabilmente un po’ dipendente. Mi sono mossa di frequente da una città all’altra in treno, ogni giorno, e mi sono sentita fortunata a poterlo fare. È affascinante ed è l’elemento più bello del mio lavoro. Poi c’è il concerto: negli U.S.A. è la parte migliore della giornata, perché viaggiare lì è sovente noioso, mentre in Europa – mi viene in mente ad esempio la Spagna – le ore spese sul palco sono al contrario le meno stimolanti, perché ci sono cose e persone da vedere, cibi da assaggiare…”. Viaggiare è una fuga o è un escamotage per mettersi alla ricerca di qualcosa? “Ambedue. Oggi è sempre più difficile che sia una fuga perché siamo legati ai telefoni cellulari, alle email e agli scambi di dati e informazioni. A me piace trovarmi in posti di cui non comprendo i linguaggi. Amo stare in treno con la gente che parla e afferrare solo qualche parola, un paradiso! Amo sedermi al ristorante e non capire nulla di ciò che viene detto attorno, davvero rilassante! Questa è una sorta di fuga, sì, ma di pari passo ti senti super coinvolto perché sei concentrato sul contesto, sulle novità: uno strano mix”. E quali sono state le sorprese in Grecia? “Niente di troppo eclatante. Ho conosciuto dei musicisti con cui ho formato un gruppo per qualche show, ed è stato incredibilmente soddisfacente andare talmente lontano da casa e suonare con gente dal background simile al mio ma a me del tutto avulsa: avevamo un linguaggio in comune, la musica, quindi è stato divertente. Mi sono inoltre adattata alla night life: lì la gente esce verso mezzanotte, un completo cambiamento delle mie abitudini a cui mi sono adeguata gradualmente. È stato interessante stare in piedi tutta la notte! (ride, NdR)”.

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Ricorderete The Fiery Furnaces, la geniale band condivisa da Eleanor e suo fratello maggiore Matthew dall’inizio degli anni Zero al 2011: a proposito, le reunion vanno forte, c’è qualche speranza di una rentrée? “Non è stato deciso niente e io non dico mai ‘mai’, ma al momento non abbiamo piani…”. Un primo approccio alle radici greche poteva dirsi espletato nel loro anticonvenzionale concept Rehearsing My Choir del 2005, dedicato alla nonna Olga Sarantos, musicista e direttrice di coro successivamente scomparsa, impegnata in uno spoken word anti-cronologico sulle vicende della sua vita. “Sì, Rehearsing My Choir era incentrato su mia nonna, che rappresentava un altro caso curioso: lei non era neanche mai stata in Grecia, ci andò nei suoi trent’anni per la prima volta, ma si identificava sia come persona della Grecia sia come persona del Midwest americano. In questo mi rispecchio in lei. Nella mia famiglia c’è questa specifica componente greca-americana. Questi sono discorsi che dovrei fare con uno psicoterapeuta… Be Greek, Eleanor (ride, NdR)”. Negli album dell’ex duo, sette propriamente detti, ricorrevano per di più connessioni a luoghi specifici e immaginari. Caratteristica che nel lavoro di Eleanor è andata via via a limitarsi a favore dell’universalità. Compiendo però un piccolo passo indietro, nel suo esordio del 2011, Last Summer, c’era Inn Of The Seventh Ray – un pittoresco, esotico ristorante vegetariano sulle Santa Monica Mountains, poco distante da Los Angeles – e c’erano Scenes From Bensonhurst, Roosevelt Island e Owl’s Head Park, ambientate in quartieri, isolotti e parchi newyorkesi. Rebound prende ora il suo titolo da un night club fumoso in quel di Atene: “La scrittura dei testi è stata necessariamente un nuovo processo per me, forse più deliberato, perché stavo tentando di scrivere riguardo a questo grazioso club di Atene. Mi hanno ispirato persino spezzoni di conversazioni, messaggi di testo ed email, che costituiscono un altro tipo di linguaggio, una comunicazione personale che reputo intrigante”. C’è anche dell’introspezione col sorriso sulle labbra: “Ho composto un pezzo, Everything, dove mi prendo gioco di me, che voglio tutto ma non sono in grado di ottenerlo”. Nel testo si fantastica pure di “a man in Greece, a girlfriend in Italy”. In Italia, Eleanor ci anticipa che dovrebbe arrivare il prossimo novembre, a Bologna, per una data ancora da annunciare. “All my life I wanted everything / I won’t settle and I won’t think twice about anything”. Stiamo parlando del resto della stessa ragazza a cui Britt Daniel degli Spoon e Alex Kapranos dei Franz Ferdinand hanno destinato rispettivamente Anything You Want e Eleanor Put Your Boots On.  Una che lascia il segno.

È proprio al Rebound, ad ogni modo, che Eleanor ha individuato “il sound e l’energia” per il suo quarto album, anche se non riusciamo a immaginarcela scatenarsi in pista tra i darkettoni 80s o mimare la chicken dance: “Una persona amica mi ha suggerito di andare in questo club, anche se non sono affatto presa né dalla goth music né dalla disco music (ride, NdR). Eppure aveva ragione, perché si respirava un incredibile senso di autenticità falsata che ho subito apprezzato. Era come stare nel mezzo di una distorsione temporale”. Basta ascoltare il primo estratto, In Between Stars, per accorgersi che Rebound si riavvicina al synthpop di Last Summer, accantonando il songwriting sempre più tradizionalista e folkie di Personal Record e New View. “Sono d’accordo. Ci sono un paio di motivi. Per Last Summer avevo scritto i brani alle tastiere e per Rebound ho fatto ugualmente. Stavo inoltre provando a ottenere un sound opposto a New View: anziché registrare con una band, su nastro, in maniera organica e con un’impronta calda, stavolta ho fatto tutto da sola, direttamente al computer, con drum machine e sintetizzatori. Volevo venisse fuori un sound artificiale, che trasmettesse alienazione”. Tolta la grande Diamanda Galás, sulla stampa internazionale si parla raramente della musica greca. Tra le influenze di Rebound, spicca allora quella di Lena Platonos, pianista dagli studi accademici divenuta pioniera elettronica. “Lena Platonos è stata una scoperta tardiva. Sono venuta su ascoltando un po’ di musica rebetika, che ha una rilassatezza tutta greca, ma attualmente è arduo scovarne di originale. La musica tradizionale è stata per me un esercizio principalmente sul fronte del linguaggio. In Grecia la maggioranza della gente suona e balla musica in inglese. Tra i contemporanei, c’è la mia fantastica amica Σtella (all’anagrafe Stella Chronopoulou, artista visiva e popsinger con due album alle spalle, NdR) e ci sono alcune band valide: gli Acid Baby Jesus, e i Bazooka che cantano in greco”.

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La copertina dell’album

Eleanor balla dunque da sola, con l’unico aiuto del produttore tedesco Clemens Knieper: “Avvertivo un’enorme sensazione di tristezza, delusione e rabbia, a causa di ciò che stava accadendo negli Stati Uniti, in politica e cultura. Ho reagito in chiave privata. Non volevo rapportarmi a nessuno. Dovevo fare ciò che potevo per conto mio, senza coinvolgimenti esterni”.  Il clima sociopolitico, per inciso, non è sereno neppure in Grecia, dove Eleanor ha assistito a marce di protesta a cadenza regolare, mantenendo a dispetto della tensione che affligge in pratica tutto il mondo le good vibrations della sua musica: “Assolutamente, è così. Bisognerebbe essere ciechi per non subire l’effetto di questo clima, è impossibile”. Pensando ai synth, pensiamo al ritorno di sonorità in stile Carpenter, serie televisive dall’estetica vintage incluse: “È buffo perché ho respinto questo tipo di musica a lungo, ma ci sono comunque degli ingredienti piacevoli al suo interno. Desideravo fare il più possibile tutto da sola, come dicevo, ma anche collaborare ancora con Clemens, che ha un retroterra di colonne sonore e compositori, che ama Stranger Things e Twin Peaks, di cui io non ho visto nemmeno la nuova stagione(ride, NdR)”. Alla fine, tutti i dischi di Eleanor sono differenti l’uno dall’altro – uniti dalla singolare personalità, e voce, e poetica, della loro autrice. “Sono arrivata al punto in cui vedo la successione dei primi tre dischi come una traiettoria, una linea. New View era l’album da classica songwriter Seventies più estremo che potessi fare: non posso realizzarne una versione migliore, quindi avevo bisogno di inventarmi altro”. Se, come ci disse Eleanor all’epoca, New View era ideale per “guidare in macchina”, Rebound è ideale per ballare? “Lo spero, ma penso sia ottimo anche per stare in vasca da bagno (ride, NdR). Si ascolta bene dall’inizio alla fine, più volte, mentre magari si fanno le pulizie di casa. Non sono sicura di quale sia la situazione più indicata per ascoltarlo”. Sarà perché ogni occasione è buona.

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