Elliott Smith

Inadatto al volo

Dal Nebraska all’Oregon passando dal Texas. Per finire - finire - a New York. Quella di Elliott Smith è stato un viaggio con la zavorra di una rabbia mai realmente espressa. Concluso come un naufragio.
Elliott Smith
Inadatto al volo

“Mi ricordo una delle ultime volte che l’ho visto. Eravamo seduti sul divano, nell’ufficio del Largo, un locale di Los Angeles dove io e Elliott spesso suonavamo. Lisa Germano ci stava raccontando una storia. Flanagan, il proprietario del Largo, aveva un cane di nome Seamus, grande e grosso, con il pelo bianco e soffice. Il cane salta sul divano e si mette dietro Lisa, rannicchiandosi dietro di lei. Mentre lei continua a raccontare la sua storia, Seamus le mette le zampe anteriori sulle spalle e comincia a montarla, ma Lisa non ci fa caso. Io e Flanagan ridiamo così forte che ci viene da piangere, ma Elliott continua a sporgersi in avanti per ascoltare la storia di Lisa, cercando di darle la dignità di finire, anche se un cane bianco, grande e grosso la sta montando da dietro.”

Mark Oliver Everett – Rock, Amore, Morte e Follia (Elliot edizioni, 2008)

 

Tutto, ma proprio tutto di Elliott Smith finisce nel risucchio cupo del suicidio, distorto dal campo di attrazione di quel buco nero. Ogni dettaglio, ogni aneddoto (anche quello altrimenti leggero narrato da Mr. E nella sua curiosa autobiografia), ogni fotografia (con quell’espressione spersa, come un rantolo fragile prima di un collasso furioso, gli occhi bagnati da una febbre di fuga abbacinante). Persino l’intercalare incerto, quel nascondersi sotto ai berretti, il carosello iconografico delle magliette, per non dire della sublime inadeguatezza di certe apparizioni televisive (come quella alla cerimonia degli Oscar del 1998, lui contenuto in un completo bianco che lo dislocava in una dimensione chiaramente non sua): tutto finisce “embedded” nella prospettiva cruda ma in fondo anche comoda di quell’atroce fine-vita. Evento che unifica e appiattisce nel momento stesso in cui sembra scavare gallerie e posare stratificazioni. Una prepotenza di significato. È stato così anche per i romanzi e gli pseudo-saggi di David Foster Wallace, sarà così – presumo – per i personaggi cui ha prestato volto, corpo e verve Robin Williams. Oltre il silenzio della carne ridotta a spoglia per loro stessa mano, resta viva la crudele anomalia della parola fine che ha troncato la storia. Senza neanche il conforto dei titoli di coda. Se ci sforziamo di accantonare la tragedia reale, è un espediente narrativo che stordisce e abbaglia, lasciando in eredità un fardello di tensione irrisolta ed esegesi amorfe. Della vicenda di Elliott Smith quello che ci chiediamo e continueremo a chiederci è se la struttura del racconto sia corretta, se i pezzi collimino. Se quello che non sappiamo della storia sia in realtà ciò che crediamo di non sapere, costituendo la filigrana di ogni testimonianza, di ogni immagine, di ogni fottuta canzone. Il dipanarsi deterministico e imponderabile del loro concatenarsi. Due coltellate al petto. Anzi tre. No, una soltanto. Due, sicuramente due. Probabilmente auto inflitte (regna su questo una residua incertezza destinata a non risolversi, come un anticoagulante sul margine della ferita).

Photo of Elliott SMITH

Evaporare ed emergere
A tutto ciò era destinato il ragazzo nato in Nebraska il 6 agosto del 1969, all’anagrafe Steven Paul Smith, trasferitosi a Duncanville in Texas al seguito della madre dopo il divorzio dei genitori. A dieci anni dimostra un talento straordinario per la musica in generale e per il pianoforte in particolare. Quindicenne, decide di lasciarsi alle spalle il Texas (Texas che si farà tatuare sul braccio sinistro, non per amore ma per non scordare ciò da cui stava fuggendo) e il patrigno non propriamente amato. Raggiunge a Portland il padre Gary, psichiatra, che ne incoraggia l’attitudine musicale. Il ragazzo dal canto suo s’innamora del mestiere del padre, legge libri di psicoanalisi, forse tenta di ricostruire una base di sé o qualcosa di simile. In Heaven Adores You, il documentario di Nickolas Rossi, vediamo scorrere immagini del minorenne Steven, volto da cazzone vitaminizzato con ferite interne dissimulate a stento. Malgrado le espressioni trasudino pienezza e tipico dinamismo giovanile, gli calcoli addosso le difficoltà coi compagni del college, la determinazione ad aggrapparsi a qualche impiego sparigliato, un tipico voler-essere-qualcosa di quell’età (tentò addirittura la carriera di vigile del fuoco). A quel periodo risale un’altra rottura col passato, forse persino con se stesso: inizia a farsi chiamare Elliott, probabilmente per identificarsi con una via di Portland, la Elliott Street, togliendo così di mezzo il detestato nome di battesimo (ha dichiarato di non sopportare che nome e cognome iniziassero con la stessa lettera: gli psicoanalisti alzino pure le sopracciglia). Quindi, sul finire degli Ottanta, eccolo investito da una smania di band che lo porterà ad intrupparsi prima negli Strange Like Fiction e poi nei ben più compiuti Heatmiser, quartetto animato da belle intenzioni hardcore/grunge piuttosto crude e rugginose, abbastanza robusti da guadagnare un bel seguito e la citazione a caratteri cubitali su parecchi manifesti cittadini. Erano una realtà di cui Elliott rappresentava un elemento apprezzato, ben calato nella faccenda. Non completamente integrato però, anzi a gioco lungo sempre più corpo estraneo, giacché Roman Candle – giusto venti anni orsono – arrivò a segnare il suo debutto da cantautore solista e una cesura non ricomponibile. Fa bene Rossi a soffermarsi sui volti degli amici musicisti e critici musicali, con le espressioni che convergono verso un polposo sconcerto: da dove era emerso quella specie di Paul Simon indolenzito Nick Drake? Cosa c’entrava col piglio tosto e ingrugnito da chitarrista e frontman messo in mostra fino ad allora? Era come se un prestigiatore avesse accartocciato il sacchetto di carta e la bottiglia di vodka – abracadabra – fosse evaporata in una nuvolaglia di vapore acidulo. Sembrava che la fede nelle possibilità liberatorie del “loud rock” avesse d’un tratto esaurito gli spazi di manovra, collassando in una strategia di fitte trame acustiche innervate di dolcezza e apnea nervosa.

HeavenAdoresYou_ElliottSmith

Ascensione irrequieta
Il processo risultò irreversibile e rivelatorio. Era un tunnel. Un’avventura formidabile ma senza uscita. Una condanna che, una meraviglia discreta dopo l’altra, lo avrebbe condotto al patibolo. La meccanica che ha spinto Elliott fin sull’orlo del gorgo e quindi gli ha dato la forza di buttarsi di testa. Non si può realmente capire una cosa del genere, infatti la pellicola non tenta di farlo. Però intelligentemente ti fa galleggiare vicino al centro pulsante della faccenda grazie ad una nutrita, quasi ubriacante parata di immagini di Elliott e di Portland – foto, brevi sequenze – che rafforzano il senso di tenerezza problematica che doveva pervaderlo, sostanziandone lo stare precario tra le cose del mondo. Ne esce un profilo che, pur valutando i più deleteri contributi di depressione e droghe (vale la pena sottolineare però che l’autopsia lo ha dichiarato “pulito” da sostanze stupefacenti al momento del decesso), facciamo fatica a ritenere in grado di un gesto tanto violento e atroce. Due coltellate al petto. Auto inflitte. Ma tutto questo presuppone un percorso mentale che è il difetto di chi resta, la necessità di una narrazione che in qualche modo pacifichi, risolva la partita doppia in un antagonismo di fattori a somma zero. È lo stesso difetto che porta l’ascoltatore ad indagare segni e sintomi nelle canzoni. Mica difficile, in fondo. Si è fatto e si fa per Cobain, per Buckley, per Linkous. Con Elliott Smith, che ve lo dico a fare, in questo senso si va a nozze: dalla più cupa conferma del sophomore omonimo passando da Either Or, XO e Figure 8, è una palpitante parata di astinenze da marciapiede, affetti ossessivi e irredenti, crudeltà annidate nell’intercalare fioco degli attimi, smarrimenti febbrili e personalità in bilico sotto la smisurata cappa del grande nulla. Tra questi lavori, c’è modo di far uscire un ultimo album con gli Heatmiser (Mic City Sons, nel quale spiccano due gioielli prettamente smithiani, le trepide Painclothes Man e Half Right) ed il trasferimento a New York con relativo, guardingo ingresso nell’empireo mainstream, suggellato dalla suddetta esibizione per la serata degli Oscar, vestito bianco e capelli sporchi, per gettare sul pubblico la perla di Miss Misery contenuta nella OST di Good Will Hunting. Del tutto inadatto al volo, direbbero gli Afterhours. Quella sera, tra le altre cose, la pellicola di Gus Van Sant si aggiudicò due statuette, ma l’Oscar per la Best Original Song andò a My Heart Will Go On di Celine Dion: come dire, ad ognuno il suo. Eppure tra Elliott ed il pop non c’era affatto idiosincrasia, anzi: i suoi album solisti messi in prospettiva tentano eccome di ascendere verso un’effervescenza sempre meno aspra e – senza venir meno il quid malinconico/irrequieto – persino più accomodante. Si fa via via largo nelle composizioni la voglia di espandere il ventaglio espressivo, di fermentare i retaggi folk, blues, vaudeville e psych in una variegata trasfigurazione in George Harrison – l’amato Harrison di cui reinterpreterà spesso dal vivo I Me Mine e Something – colata in stampi di luminosa malinconia, con un ricorso sempre più ampio e organico ad archi e tastiere.

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La forma della rabbia
La trappola dell’embedding mentale scatta anche in questo caso: la malia del pop come reazione allo sdrucciolare progressivo nelle spire del malanimo? Oppure, al contrario, il pop come detonatore, quello decisivo, la trappola scintillante che sembra voler risucchiare Elliott in un ordine di fattori inaccettabili, intollerabili? La risposta, credo, sta da qualche parte nei tre meravigliosi minuti che la pellicola dedica all’esecuzione di Everything Means Nothing To Me assieme al producer Jon Brion (col quale stava lavorando a From A Basement On The Hill). Pezzo soffice e mesmerico che d’un tratto s’impenna cosmico, con slancio lirico beatlesiano: bisogna avere dentro tanto subbuglio irrisolto quanto desiderio di scalare le pareti d’un sogno vertiginoso per produrre cose del genere e uscirne credibili, veri. Come se non fosse stato possibile uno sviluppo più discreto, conveniente, gestibile. Come se non avesse potuto perseguire altro che un pop sempre più strutturato, totale, in equilibrio sulla linea d’ombra tra angoscia e cuore. Per vedere se in cima esistesse davvero una via di fuga. Xo e Figure 8 vengono pubblicati dalla Dreamworks e rappresentano passi verso una forma di successo che sembrava propendere naturalmente verso il mainstream, senza con ciò pagare dazio alla qualità. Troppo talento, troppa attitudine per melodie e strutture ammalianti non malgrado ma attraverso l’intensità delle trame. Elliott proseguiva a pennellare gli stessi ritratti di sconforto urbano con taglio crudo e visionario, ma lo faceva con sempre più incisiva raffinatezza, forzando squarci di realismo disarmante nelle pieghe di un espressionismo elusivo, come uno che sfugge ai riflessi nello specchio per non venirne colpito, senza riuscire a scendere a patti con la banalità del dolore. Nelle sue canzoni c’è una profonda, inappellabile mancanza di ironia. Una consapevolezza di fragilità che sublima la rabbia, rabbia che non aveva mai saputo liberare. Tranne che con gli Heatmiser, ok, ma in una forma rigida e schematica, roba non sua che lo lasciava insoddisfatto fino al punto di odiarla e odiarsi. Rabbia che nei dischi a suo nome è presenza occulta in un paesaggio sul punto di sgretolarsi, un mondo mai realmente aperto al mondo (che intanto si sgretolava anch’esso nel polverone delle Twin Towers) eppure capace di schiudere scenari complessi, stratificati, vivi. Nei quali un pubblico sempre più ampio riconosceva il riflesso dei propri timori e disagi, delle difficoltà riposte nella giostra dei giorni. Elliott Smith stava insomma diventando famoso, lo era già in un certo senso, ma in un modo molto particolare: era come un contagio, come se attecchisse alla parte più sottile e silenziosa del nostro malanimo. La sua morte stroncò la sua carriera nel momento stesso in cui tutto sembrava avviarsi verso la meritata consacrazione. Un angelo caduto in volo, direbbe quel tale. Per come ce l’hanno raccontato, è un suicidio ai limiti del credibile: le modalità vanno oltre quello che siamo disposti ad accettare. Però è molto probabile che sia andata davvero così: due coltellate al petto. Auto inflitte. Che quella rabbia sia cresciuta fino a diventare una forma tragicamente ingovernabile. Esplosiva. Distruttiva. La leggenda che ne è seguita, proprio come la natura di quella fama che andava irrobustendosi, si è mantenuta in un alveo discreto rispetto al pervadente clamore mediatico, una specie di vasta, obliqua, trasversale marea di cordoglio e ammirazione. L’eredità di Elliott Smith è assieme intima e popolare, come un sedimento che non smette di intorbidare le acque quando rischiano di diventare troppo chiare. Molto pop-rock degli ultimi quindici anni paga pegno con passione alla sua calligrafia, così diffusamente e spesso così bene da compensare il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere, la nostalgia lancinante di canzoni che non saranno mai pubblicate e concerti che non potremo mai più vedere. L’album postumo, From A Basement On The Hill, si rivelò bellissimo. Anche gli inediti di New Moon fecero un gran bene – ferendolo a morte – al cuore. Può bastare, per ora. Per sempre.

 

Sono diventato un film muto,

L’eroe ha ucciso il clown.

Non riesco ad emettere alcun suono,

Non riesco ad emettere alcun suono.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul Mucchio 723, ottobre 2014

MUCCHIO723-COVEr

 

 

 

 

 

 

 

 

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