Fat White Family

2 marzo 2016, Parigi

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Non è mica da poco il dilemma che si trovano a fronteggiare Lias Saoudi e i Fat White Family. Cosa succede a un manipolo di dissidenti e sabotatori quando lo choc della provocazione iniziale è riassorbito dal sistema e il loro profilo collettivo subisce la graticola mediatica che si accompagna all’inevitabile riflusso? In altre parole: c’è un limite alla possibilità di cavalcare l’onda della cattiva reputazione: prima o poi, la tua arte verrà giudicata per se stessa. Questo per sua fortuna l’ha capito in tempo la band di Peckham, sobborgo (sempre meno) squallido e popolare di Londra sud. Basta fare il confronto fra le loro esibizioni live dei due anni passati e quelle di questo giovane 2016 per rendersi conto che i Fat White Family non si faranno cogliere di sorpresa. Non che siano diventati improvvisamente ragazzi perbene come i Tame Impala: no, Saoudi e soci continuano a fare vagamente paura quando te li ritrovi a un paio di metri dal naso. Ma anche senza aver perso per strada la rabbia, quando si presenta nel piccolo spazio parigino della Maroquinerie di fronte alla ormai celebre bandiera rossa con testa di maiale, falce e martello, la band ha cambiato registro: l’ora e mezzo di concerto (dopo l’interessante mezz’oretta in apertura degli punk svedesi FEWS) è un affare serio, tenuto insieme da una coesione e da una concentrazione che non ti aspetti.

L’attacco è affidato a Tinfoil Deathstar, felice matrimonio di post-punk e motorik dal nuovo album Songs For Our Mothers. Il quale riprende la formula di commistione psichedelica, punk, folk e blues del suo predecessore Champagne Holocaust spingendo l’alienazione ancora più in là se possibile. E se all’ascolto questo secondo lavoro aveva lasciato qualche dubbio, dal vivo i pezzi trovano l’energia e il nerbo che non hanno saputo esprimere altrettanto bene in studio. L’album d’esordio avrà naturalmente ampio spazio nella serata, con le immancabili Auto Neutron e Is It Raining in Your Mouth; e più tardi con una stralunatissima Cream Of The Young, più oltremondana che mai. Certo, il cattivo gusto e la voglia di far saltare i nervi un po’ a tutti sono ancora onnipresenti, soprattutto nelle gesta da patetico teppistello di periferia di Nathan Saoudi (fratello del leader), che dà sollievo alla vescica sul palco di fronte a tutti. E quando Adam Harmer spacca una bottiglia di birra per terra, alla fine della performance, è difficile immaginare una reazione più forte dello sbuffo annoiato del roadie che dovrà prendere scopa e paletta. Ma questi capricci sono specchi per le allodole. Lias e il suo braccio destro Saul Adaczewski hanno lo spettacolo in pugno anche quando sembrano (sono?) in piena trance. Il volume è quello di sempre (da far sanguinare i timpani), il consumo alcolico sul palco è tale da svuotare un’enoteca, e dopo il furore di Bomb Disneyland la band sparisce senza concedere bis, come sempre. Ma i Fat White Family hanno probabilmente intuito la necessità di un’evoluzione prima che l’ennesimo denudamento in scena di Lias Saoudi faccia sbadigliare anche le proverbiali educande. Tifiamo per loro.

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