Fleet Foxes

@Fabrique, Milano (10/11/2017)

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L’ultima incursione dei Fleet Foxes a Milano risale ad un altro novembre, quello del 2011. Nella location piuttosto istituzionale del Teatro Smeraldo, con tanto di comodi posti a sedere, Robin Pecknold sfoggiava il suo barbone e dietro di lui un Josh Tillman ancora disinteressato a cantare di massimi sistemi sedeva alle pelli. In questi sei anni ne sono avvenuti di cambiamenti: Father John Misty in America è famoso quanto, se non più, la band di provenienza e Pecknold, fresco di studi alla Columbia University e ormai sbarbato, ha pubblicato la terza gemma dell’epopea prog-folk delle volpi di Seattle. Quella che popola il palco del Fabrique (stavolta nessun posto a sedere) è una band che sei primavere dopo suona altrettanto fuori dal tempo, eppure con l’esperienza maturata in anni di vita vissuta al riparo da riflettori di un certo peso. Pecknold e Skyler Skjelset lo avevano detto a “q on cbc: col passare degli anni impari che la band non è la tua unica ragione di vita. E nei volti dei ragazzi di Seattle questa ritrovata tranquillità è evidente. Il frontman è pure meno timido e si lancia addirittura in qualche banter con la platea (ancora auguri di compleanno alla fortunata Kayla, che non dimenticherà facilmente questo concerto).
A rendere riuscita la serata è però soprattutto la musica del gruppo, spalmata su una scaletta ovviamente generosa verso il nuovo Crack-Up (otto pezzi su undici suonati, con il trittico iniziale I Am All That I Need / Arroyo Seco / Thumbprint ScarCassiusNaiads, Cassadies ad aprire le danze ) che dal vivo sembra aver trovato una gran bella quadratura, in particolare nelle due suite Another Ocean (January / June) e Third of May / Ōdaigahara. L’altra suite, The Shrine / An Argument si conferma uno degli apici assoluti della proposta live del sestetto. Inevitabile tuttavia arrendersi alla lacrimuccia che provocano i classici: Ragged Wood, Mykonos e soprattutto White Winter Hymnal e He Doesn’t Know Why rievocano troppi ricordi per non essere cantate a squarciagola. E a proposito del pubblico, è confortante riscontrare finalmente un’educazione e un’attenzione all’ascolto troppo spesso latente in eventi del genere. Merito certamente anche della voce magnetica di Pecknold, durante l’esecuzione dei due pezzi in solo acustico in scaletta Tiger Mountain Peasant Song e Oliver James non vola una mosca, eccezion fatta per il “no loooooooooonger” in coda alla seconda. Chiude in trionfo Blue Ridge Mountains, con la band a congedarsi da una platea che farebbe volentieri a meno di aspettare altri sei anni prima di un’altra serata del genere.

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