Fuck Buttons

Messi a fuoco

L’ultima volta li avevamo sentiti in tv, insieme a un miliardo di altre persone. A un anno dall’apparizione alle Olimpiadi di Londra e a quattro dall’ultimo "Tarot Sports", il duo di Bristol torna con "Slow Focus". Terzo (oscuro) capitolo di una lunga narrazione fatta di rumore, ipnosi e scoperte.
Fuck Buttons 02_Lucy Johnston

Quando uscì Street Horrrsing, nel 2008, sembravano suoni di un altro pianeta. Una cascata magmatica e granulosa di rumore e melodia, che non sconvolse i più avvezzi a spaccarsi la testa contro muri di droni, ma che ipnotizzò gli ascoltatori più disparati: non era noise, elettronica sperimentale, musica per il cinema, techno, psichedelia moderna, industrial. Quello che usciva dalle macchine dei Fuck Buttons era l’insieme di questi elementi – manipolati, filtrati e dosati per anestetizzare i sensi, cullando e aggredendo contemporaneamente.
Immerso in una quiete celeste, il carillon di Sweet Love For Mother Heart spalancava una finestra sullo spazio: con movimenti circolari e in crescendo, la musica sembrava sonorizzare il moto perpetuo dei pianeti. La luce accecante delle stelle, le nebulose, i buchi neri, le esplosioni, gli spostamenti lenti delle rivoluzioni. Seppur dotati di melodie che li rendevano intelligibili, i flussi sonori di Andrew Hung e Benjamin John Power avevano coordinate spazio-temporali non convenzionali: dentro c’era la New York di Black Dice e Animal Collective, il Giappone dei Boredoms, la Scozia dei Mogwai, l’Inghilterra dei This Heat e poi magari una linea retta che da Aphex Twin tirava dritto fino ai Butthole Surfers. Il tempo, aveva un’unità di misura dilatata e circolare. Che più che dare riferimenti, li faceva perdere.

Da quell’esordio, i Fuck Buttons sono riusciti a convertire gli scettici con live a metà tra dolore fisico e nichilismo cervellotico, e a entrare nelle case di mezzo mondo con la partecipazione alla colonna sonora della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Londra del 2012. Tarot Sport nel 2009 e Slow Focus oggi, sono parte di un continuum – certamente più raffinato di Street Horrrsing – in cui sono i ritmi, le luci e i particolari a mutare. Ma non l’iniziale idea di gioco. “I Fuck Buttons nacquero casualmente, circa dieci anni fa, per comporre la colonna sonora di un mini film di Andrew”, racconta Ben dall’altra parte della cornetta, pacato e a proprio agio mentre, neanche a farlo apposta, è avvolto da rumori che vanno da quelli casalinghi di una macchina del caffè al caos di un incidente sotto al suo balcone londinese. “Fin da allora, sostengo che i nostri album siano delle colonne sonore per film che non sono ancora stati girati; la componente narrativa è fondamentale, lo scorrere di una traccia dopo l’altra crea un racconto d’insieme che è più importante del singolo brano”.

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Il concetto di musica come narrazione è tra quelli che sta più a cuore al duo di Bristol, insieme a ciò che li ha caratterizzati fin dall’inizio: la strumentazione, costituita in parte da tastiere e microfoni giocattolo. “Quando abbiamo cominciato eravamo studenti, non potevamo permetterci nulla di professionale. Andavamo alla ricerca di mercatini dell’usato o di saldi nei megastore, per scovare oggetti di ogni tipo che emettessero un suono. Non si trattava di riprodurre qualcosa in particolare, ma di fare musica con ciò che avevamo. L’identità dei FB arriva da qui: fin dall’inizio, si è trattato di un processo di scrittura giocoso e sperimentale”. Reticente nel creare connessioni tra i FB e le rispettive esperienze musicali passate dei due membri, entrambi cresciuti a Worcester – Ben, (non a caso) batterista in numerose band punk hardcore, Andrew già immerso nell’elettronica sperimentale fai-da-te – Power preferisce una lettura che rimarchi la centralità dell’equipment. “Punks against punk, potrei definirci così. La principale eredità che mi è rimasta di quegli anni è l’approccio DIY, quasi rivoluzionario, alla strumentazione. Ci piace non dipendere da alcun gadget o macchina specifica, perché se ci si lega troppo ad alcuni strumenti ci si ritrova in uno spazio limitato. L’attrezzatura deve essere una massa in continua evoluzione”. Della quale fanno parte due arnesi strategici. “Nei FB, il rumore è un mezzo per veicolare dinamicità e il volume uno strumento vero e proprio. Il rumore è un altro livello, un’altra componente del tessuto musicale, uno strumento per ampliare le nostre possibilità e creare connessioni all’interno della nostra musica: non lo usiamo in quanto fine a se stesso, come elemento puro. La dinamicità del suono e l’aspetto narrativo sono due prerogative fondamentali nel nostro processo compositivo, che intendiamo come veri strumenti, in contrapposizione al rumore inteso come mezzo per provocare alienazione. Altrettanto funzionale è l’uso della ripetizione: qualsiasi cosa avvenga all’interno di un brano è più apprezzata se dilatata nel tempo. La ripetizione è fondamentale per portare l’ascoltatore dentro la musica, e ipnotizzarlo”. E a proposito di metodo, arriviamo a Slow Focus. “Fin da quando lavoravamo con le arti visive all’università, la tecnica del collage ci ha sempre affascinato. L’idea di riciclare i suoni e l’assemblaggio di texture sonore sono parte integrante del nostro approccio: in questo album è possibile trovare suoni più duri e cupi e ritmi che ricordano l’hip hop – per noi cambiare direzione a ogni album è fondamentale, e questi erano territori che non avevamo esplorato appieno – ma, in termini di metodo, il cut and paste dell’ hip hop ci è sempre appartenuto”.

Nei quattro anni intercorsi dall’ultimo Tarot Sport, entrambi si sono dedicati a progetti solisti – Benjamin con le soundtrack ambient-naturalistiche di Blanck Mass e Andrew con il trio noise electro Dawn Hunger. Ma il titolo del terzo lavoro, ancora per ATP Recordings, non sembra alludere a questa lunga pausa. “Quando finiamo un brano o un album, Andy e io ci sediamo e parliamo di come ci fa sentire. La ricerca di una riflessione, che sia distaccata dal lavoro di creazione, è stato uno dei maggiori insegnamenti di Andrew Weatherall (che gli ha prodotto Tarot Sport, dopo averne apprezzato il debutto, NdR): aiuta a vederne meglio le trame, e a trovare la narrazione che unisce le tracce. La sensazione che abbiamo avuto ascoltando Slow Focus è stata simile a quando ci si risveglia,
si aprono lentamente gli occhi e per un attimo sembra di ritrovarsi in un luogo sconosciuto, alieno. E solo dopo, si mette a fuoco”. Suggestioni ostili, che si contrappongono nettamente alle riflessioni post Tarot Sport. “Dopo aver composto il brano che si sarebbe chiamato Olympians, Andy mi disse che lo trovava maestoso, vittorioso.
Che lo faceva sentire come alle Olimpiadi (ride, NdR). Tra l’altro, di quel brano è stato fatto un remix da Jason Pierce, ed è il mio preferito in assoluto”.

La quadratura del cerchio, direbbero quelli che, fin dagli esordi, paragonarono i FB alle creature dello Spaceman. Tutta questione di white (space) noise? Piuttosto, volendo driblare l’ardito parallelo, un’affinità tra musicisti nati per suonare live. “Molti restano colpiti dai nostri show. È perché la musica dei Fuck Buttons è pensata per essere suonata dal vivo: anche quando componiamo, ci mettiamo su due tavoli uno di fronte l’altro, come ai concerti, e il nostro percorso di scrittura trova una conclusione proprio sul palco, dove scopriamo modi di suonare che non conoscevamo in studio”. In mezzo a tante incognite, la scoperta è una delle costanti nella storia del duo. Insieme ai flea market. “Quel gioiello in copertina me lo sono ritrovato tra le mani una mattina che giravo per mercatini dell’usato. È raffinato, sofisticato, ma per me ha un valore simbolico diverso, una componente totalmente oscura. Il punto è che non verrò mai in contatto con chi l’ha posseduto, che magari neanche esiste più. È un oggetto che ha una storia, e la cosa che mi affascina è che nessuno potrà mai saperla”. Forse, però, potrà sonorizzarla.

Dal vivo in Italia

24 settembre, Roma, Circolo degli Artisti
25 settembre, Bologna, Locomotiv

Pubblicato sul Mucchio 708/709

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