Girls in Hawaii

La ripartenza

Ritornare quando tutto sembrava non avere più senso. Ritornare e rendersi conto di essere più vecchi. "Everest" è la storia di una maturazione improvvisa, che i Girls In Hawaii hanno vissuto sia come persone, sia come musicisti.
Girls in Hawaii
In concerto il 24 e il 25 ottobre. Li abbiamo intervistati.

Alla fine non c’è molto da dire. Il nostro batterista (Dennis Wielemans, NdR) è morto in un incidente d’auto”. Secco. Preciso. Fatalista. Un secondo che vale una vita. E improvvisamente i Girls In Hawaii diventano adulti. A parlare è François Gustin (tastiere). “Ovviamente è stato terribile. E non sapevamo se saremmo stati in grado di fare ancora musica assieme. Per questo il momento più difficile è stato rimettere assieme la band. Non ci eravamo mai tecnicamente sciolti, ma non sapevamo bene nemmeno noi come mettere in chiaro la situazione. Alla fine siamo riusciti a metterci di nuovo in strada lavorando alle canzoni che Antoine e Lionel (Wielemans, fratello del batterista scomparso e Vancauwenberghe, chitarristi, cantanti e principali compositori, NdR) avevano scritto nei due anni di pausa. Inevitabile che siano pezzi influenzati da quello che è successo”. Sì, perché i brani che compongono Everest, terzo lavoro della band belga che a inizio millennio è stata capace di creare un bell’interesse grazie alle canzoni di From Here To There (2003), sono pervasi di malinconia, disillusione, consapevolezza. Come se quel momento fatale fosse in realtà stato una sorta di crudele rito di passaggio. “In effetti è un disco abbastanza oscuro. Ci sono molte canzoni lente che parlano di dolore e di rinascita. Questa volta abbiamo lavorato molto sulla produzione e sulle atmosfere. Abbiamo cercato un suono ricorrente che legasse tutti i pezzi”. Ma questo non ha portato a una perdita di personalità.

Sarà per le canzoni composte in solitaria, sarà per il fatto che la band ha sempre lavorato all’interno di un preciso universo di riferimento (anche stilistico: Grandaddy, Pavement, ecc.), ma Everest suona come ci si aspetta dai Girls In Hawaii. Solo più maturo. “La gente si aspettava qualcosa da noi. Abbiamo cercato di elaborare strutture più complicate, anche se sempre pop. E abbiamo provato ad andare più in profondità”. Forse con la necessità di guardare alle cose in maniera più distaccata e razionale? “No. Non credo sia una cosa del genere. Forse è più il bisogno di prendersi del tempo. Stare un po’ a casa dopo aver girato a lungo l’Europa. Non c’è stata molta pianificazione, in realtà. Semplicemente è capitato così. Se Denis non fosse morto probabilmente avremmo pubblicato il disco due anni fa, ad esempio. Non avevamo certamente bisogno di tutto questo tempo per produrlo e magari il successore di Everest uscirà fra sei mesi e io ancora non lo so. Ribadisco: la cosa più difficile è stata rimettere in piedi la band e verificare se potevamo ancora farcela”.

E infatti c’è stato bisogno di un lavoro diverso, più indirizzato alla costruzione di un album con una sua identità precisa. Non un insieme di canzoni. Lavorare su un’atmosfera comune, come si è già detto. “Dopo che Antoine e Lionel ci hanno portato le canzoni a cui avevano lavorato durante la pausa – e dopo esserci resi conto che avevano molti punti in comune da cui partire – abbiamo cercato un produttore. È stata la prima volta in cui abbiamo davvero costruito un percorso assieme a un produttore. Abbiamo trovato Luuk Cox degli Shameboy grazie ad amici in comune e abbiamo fatto delle prove a Bruxelles che sono andate molto bene. Sapevamo di avere del buon materiale ma non come lavorarci sopra in studio e Luuk ci ha guidati nella direzione giusta. Poi ci siamo spostati in questo antico maniero vicino a Parigi, che è stato convertito in uno studio di registrazione negli anni Settanta. Abbiamo subito avvertito una sintonia speciale, come se avessimo trovato quell’atmosfera che andavamo cercando. Ci siamo sentiti a casa. Poi il tutto è stato mixato magnifi×camente da Tchad Blake. È la prima volta che lavoriamo in questo modo e secondo noi ne è uscita l’opera più ambiziosa che abbiamo mai fatto, e quindi, forse, stiamo procedendo nella direzione giusta”.

Si diceva prima dei momenti in grado di cambiare per sempre il corso delle cose e di momenti che ti fanno capire, improvvisamente, che direzione queste stanno prendendo. Lavorare a Everest ha anche messo i componenti del gruppo davanti al fatto di essere cresciuti. Di essere invecchiati. Di non avere più vent’anni e di avere un altro tipo di responsabilità. Un nuovo sguardo. Un’attitudine che per certi versi cambia orizzonte. “Siamo consapevoli di come si costruisce una canzone e cosa ci vuole per farne una decente. Dieci anni fa facevamo musica istintivamente, dopo aver ascoltato le nostre band preferite, e registravamo tutto su un piccolo registratore a otto tracce. Ora invece abbiamo molta più esperienza e ci sono anche capitate parecchie cose, ovviamente, quindi tutto questo influisce nel nostro modo di fare musica. Anche se cerchiamo di non dimenticare mai che dobbiamo divertirci suonando. E soprattutto non dobbiamo nemmeno pretendere di credere che le cose siano come lo erano dieci anni fa”.

In effetti molte cose sono cambiate, come ad esempio la pirateria e l’attestarsi di nuovi modi di fruizione musicale. Come la vivono le band indipendenti è sempre materia dibattuta: “A noi personalmente non interessa molto che qualcuno scarichi o meno il nostro album. Alla fine tra uno che ascolta e uno che non ascolta è sempre meglio uno che ascolta e che magari passa la parola. Insomma, non pensiamo certo di vivere con le vendite dei dischi, e credo che la diffusione della propria musica sia il primo obbiettivo di una band, ora come ora. Ovviamente puntiamo molto sui concerti e speriamo che se una persona scarica, anche se non paga, magari poi venga a vederci dal vivo. Ecco perché cerchiamo di suonare il più possibile”. E un giorno bisognerà ragionare sulla faccenda in termini più “laici” possibili. Ma non questa volta. Questa volta c’è da essere felici di poter ascoltare un disco come Everest. Farsi trascinare dalla sua malinconia, e immalinconirci un po’ anche noi vedendo che dieci anni sono già/di nuovo passati e siamo ancora qui. Un po’ più consapevoli.

DAL VIVO


24 OTTOBRE 2013    PADOVA  –  MOVEMENT c/o BASTIONE ALICORNO
25 OTTOBRE 2013    ROMA  –  ANGELO MAI

Pubblicato sul Mucchio 710

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