Lou Reed

Goodnight Ladies, le volte in cui Lou disse addio

LOU REED  THE VELVET UNDERGROUND  1973

Entrato per la prima volta in scena di nero vestito, la morte la cantava da sempre, come forse nessun altro prima di lui. Erano gli addii che lo fregavano. “Se non avessi fatto quel disco sarei impazzito” si trovò a dire di Berlin, l’Album più Deprimente di Tutti i Tempi secondo il titolo affibbiatogli da Bob Ezrin, addetto alla produzione. Non è un caso che per raccontare quella storia di bohemienne e tossicodipendenza terminali fossero tornati utili alcuni provini e canovacci già rodati dal vivo durante l’ultimo periodo trascorso con i Velvet Underground. Solo un anno prima lo spettacolo en travesti di Transformer, sotto la benedizione di Bowie, aveva rivelato un Lou Reed diverso, sempre decadente ma entro i codici concessi dal glam rock. In Berlin l’artista è nudo: le vendite negli Stati Uniti sono terribili, le critiche mordono senza pietà. Se ne concluderà che mascherarsi è tutto sommato una soluzione sicura per evitare di farsi troppo male e infatti di lì in avanti la produzione reediana sarà effettivamente una sfilata di personaggi (il maestoso Rock’n’roll Animal ritratto nell’omonimo disco dal vivo) e di provocazioni. “Più riesco a fare schifo e più vendo. – si legge in una sua dichiarazione all’altezza di Sally can’t DanceSe riuscirò a tenermi del tutto fuori dal mio prossimo album, potrebbe essere un successo”. Lou Reed sceglie di dire addio a se stesso: l’anno seguente sarà il turno di Metal Machine Music.

Lady Day

La seconda canzone sulla scaletta di Berlin è Lady Day, una dedica alla memoria di Billie Holiday che fa da figura premonitrice per la protagonista femminile Caroline. “She climbed down off the bar and went out the door / To the hotel that she called home/ It had greenish walls a bathroom in the hall”. Che si tratti degli ultimi passi della cantante, che quel bagno e quell’hotel (e quel bar, soprattutto) abbiano una loro drammatica rilevanza, possiamo soltanto supporlo. Se invece Caroline avesse con la cantate un legame oltre alla comune malasorte non è dato sapere, ma il ritornello “and I said no no no, oh Lady Day” ripetuto più volte in coda, fa pensare a una notizia che arriva improvvisa, come una brutta sorpresa. È  quasi nuda cronaca invece l’addio al Presidente di The Day John Kennedy Died nell’album The Blue Mask (stessa copertina di Transformer virata al blu: altro giro, altra maschera). Il ricordo della notizia data in un bar, alla televisione, la corsa in strada, un uomo su una Porsche che si ferma per far ascoltare quello che dicono alla radio… I dettagli sono vivi, in contrasto con il contesto onirico, per la paura di “dimenticare il giorno in cui hanno ammazzato John Kennedy”. Lou racconta di aver sognato che l’American Dream democratico degli anni Sessanta non fosse mai finito, salvo poi aggiungere, cautamente luciferino, “I dreamed that I could somehow comprehend that someone shot him in the face”.

The Day John Kennedy Died

Il “me” di Hello It’s Me può esser fatto corrispondere senza troppi dubbi alla persona autoriale di Lou Reed. Se ha voluto tornare a presentarsi “as himself” l’occasione deve essere di quelle grosse e, in effetti, lo è, al punto da riavvicinargli addirittura l’altra metà dei Velvet Underground, John Cale. Tutto l’album Songs for Drella è un tributo a quattro mani alla memoria di Andy Warhol – morto tre anni prima a causa di un intervento chirurgico, dopo aver subito egli stesso un attentato – ispirato della pubblicazione dei suoi diari: brano dopo brano il giornale scandisce la vicenda artistica e personale dell’inventore della pop art, con l’aggiunta di un’ultima pagina, quella sull’uccisione, che lui non aveva potuto scrivere (ma Dio sa quanto gli sarebbe piaciuto). Anche qui si ricorda la notizia appresa dai giornali, la reazione perplessa, il dubbio che fosse una messinscena: “’Pop goes pop artist, the headline said ‘Is shooting a put-on, is Warhol really dead?’ You get less time for stealing a car. I remember thinking as I heard my own record in a bar”. Ancora una volta, non c’è troppo spazio per l’agiografia. Anziché vergare un peana del suo mentore, il cantante ci tiene a confessare in schiettezza i suoi pentimenti come i risentimenti, e precisa: “You hit me where it hurt I didn’t laugh / Your diaries are not worthy epitaph”. Così giusto salutare un Pop Artist, iniziando con un semplice “Ciao sono io” e finendo con un “Beh, si è fatto tardi”.

Hello It’s Me

Da qualche parte, in mezzo a convenevoli e informalità, si pronunciano parole assai personali: “They really hated you, now all has changed / But I have some resentements that can never be unmade”, canta Lou a un certo punto. Tenendo fede al proposito espresso a inizio carriera, per il quale una volta famoso sarebbe diventato il “più grande stronzo in circolazione”, gli ultimi anni li aveva trascorsi anche a prendersi qualche rivincita. La più grande è proprio quella di Berlin, che diventa un film diretto da Julian Schnabel e anche un pomposo tour teatrale. La critica che l’aveva snobbato si è pentita o è andata in pensione, e ora tutti lo tengono in palmo di mano. E pare quasi di vederlo il volto di Lou-Lou – come lo ribattezzò Lester Bangs durante uno dei loro innumerevoli sfottò reciproci – mentre sotto l’ennesima maschera gli si ridipinge un sorriso sornione. È lo stesso che ci sovviene pensando che l’ultimo lascito di cotanto artista non è semplicemente un disco “minore”, come spesso capita a chi non ha la decenza di andarsene entro i quarant’anni, bensì un incomprensibile concept album in collaborazione coi Metallica, intitolato proprio Lulu, neanche avesse voluto ricalcarci la firma. Nessun problema con la morte, mai. Sono gli addii che lo fregavano. Da sempre.

 

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