Holly Herndon

Vie di fuga

In "Platform" l'elettronica di Holly Herndon non conosce passato. L'artista di San Francisco ci racconta il suo ottimismo post-Silicon Valley in concomitanta con le tre date in Italia.
Holly Herndon
Tre date in Italia tra ottobre e novembre

Holly Herndon crede nel nuovo. Dal suo celebrato debutto Movement (2012) a oggi il suo nome è diventato sinonimo di elettronica per l’era post-digitale, dove dietro a quel post non si cela un banale ottimismo tecnofilo, ma un tentativo di raccontare il presente in cui viviamo, in tutte le sue distrubanti contraddizioni. Holly ha fatto del suo portatile un punto di partenza per un percorso musicale e concettuale che la vede attiva sia come musicista che come accademica. Dopo un periodo di formazione “notturna” nei club techno berlinesi e dopo aver fallito nel tentativo di imparare a suonare il contrabbasso, Holly si è avvicinata alla computer music, studiando composizione al Mills College di Oakland. Da quel momento il suo percorso artistico è diventato una vera e propria ricerca sonora e cultural-sociologica, che oggi la vede al contempo nome di punta di 4AD e dottoranda di ricerca al Center for Computer Research in Music and Acoustics della Standford University. Non è un caso che il suo nuovo disco, Platform, sia uno dei più attesi dai vari magazine indie e oggetto di un febbricitante chiacchiericcio nei dipartimenti universitari. Ma non siate scettici: Holly crede nelle risorse emozionali della musica pop e nella ripetizione “funzionale” della dance, con cui la computer music da sempre flirta in cerca di sintesi possibili. In coversazione al telefono, Holly si mostra entusiasta e precisa nelle sue riflessioni, per niente spaventata dal “demone della teoria” e, anzi, più che propensa a scavare a fondo. “Mi fanno segno che è ora di chiudere“, mi dice verso la fine della chiamata, “ma fammi pure un’altra domanda, mi interessa questa cosa“.

Il lavoro di Holly è incentrato sul suo laptop come strumento intimo e personale, nel tentativo di andare oltre l’archetipo che vede la tecnologia come una fredda alternativa all’autenticità dell’acustico. Nei suoi video i confini tra corpo, macchina e dati vengono continuamente messi in discussione, così come il complicato rapporto tra tecnologia e progresso. Quando le riporto un aneddoto di una lezione universitaria sul post-punk, in cui il critico Mark Fisher chiese a un pubblico di millenials: “Vi sfido a farmi sentire un pezzo odierno che non suoni come qualcosa che già circolava nel 1994“, Holly trasale. “Niente si forma dal nulla. La musica e l’arte costruiscono i propri materiali a partire da un linguaggio esistente e da un coacervo di stimoli pregressi che può essere plasmato a piacere. Tutti hanno delle influenze da cui partire per pensare a un’evoluzione. Quello di cui ci dimentichiamo è che quando si parla di musica nuova o di nuovo in generale, dobbiamo chiederci di che ‘nuovo’ stiamo parlando. La definizione cambia a seconda di chi sta parlando o facendo arte. Non so cosa intedesse dire Fisher in quell’occasione, ma ci sono degli spunti e dei suoni oggi che di certo non esistevano negli anni 90. Anche solo la tecnologia che abbiamo è cambiata. Io sono interassata alla musica ‘nuova’ nel senso che deve riflettere l’oggi, le condizioni in cui ci troviamo. Non ci si deve affidare alla nostalgia per il passato o per un passato che non si è mai concretizzato. Credo che quel tipo di lavoro riduca il potenziale che la musica può avere. Mi piace pensare che la musica sia parte del dialogo: dove ci troviamo oggi culturalmente e dove vogliamo andare in futuro. Se ci affidiamo a stilemi del passato non portiamo niente di nuovo in tavola, non guardiamo oltre. Per me non è un atteggiamento sufficientemente proattivo. Voglio dire, va bene, quel tipo di musica può essere gradevole da ascoltare, ma personalmente non mi interessa”. La musica di Holly è un misto di concrète, microelettronica e techno, ma in Platform l’enfasi è anche sulla voce e sul rumorismo. Come ai suoi concerti, dove tra quadrifonie ed effetti acusmatici gli ascoltatori sono perennemente incerti sull’origine dei suoni, il disco è una rincorsa allo straniamento: ascoltarlo per strada o in movimento metterà a dura prova la vostra consapevolezza di tempo e spazio e la continuità tra registrazione audio e ambiente. “Quando non sto lavorando in stereo scrivo direttamente in modalità multichannel, con l’idea che il risultato debba ricreare un effetto di surround attorno all’ascoltatore. Prendo spesso ispirazione dai suoni della vita quotidiana e tento di ripensarli come una scultura sonora o visualizzarli in maniera diversa per ricreare un contesto nuovo”.

Holly Herndon electronic musician

Il critico Adam Harper ha recentemente deifinito “alien sounds” le (rare) sperimentazioni sonore in cui all’ascoltatore è assegnato l’incarico di costruire nuovi criteri di familiarità. Già dal secondo ascolto Platform rivela la nostra capacità innata di familiarizzare con il disordine. “Mi piace molto questa idea. Credo che sia una delle caratteristiche più efficaci e potenti della musica elettronica. È anche un elemento molto liberatorio, perché puoi creare e scolpire il tuo sound. Ti dà l’opportunità di non fare necessariamente affidamento su vecchi stilemi e creare qualcosa che, sì, all’inizio può sembrare alieno, ma poi può diventare a poco a poco familiare. La ricerca di nuovi paradigmi è la cosa che mi ispira di più in assoluto”. In Lonely At The Top l’artista Claire Tolan veste i panni di una massaggiatrice, i cui sussurri vengono accompagnati da una serie di rumori. Il brano racconta il fenomeno della “autonomous sensory medial response“, la sensazione di formicolio o brividi generati da rumori come quello di un gesso su una lavagna. Sensuale, inquietante, il pezzo saccheggia degli archivi online compilati da appassionati del fenomeno. DAO unisce techno, musica sacrale, gemiti e rumori della vita quotidiana in un urticante vortice di stimoli volto a ricreare l’immagine di un computer sottoposto a sorveglianza. Home è una frammentaria break up song con la NSA dopo le rivelazioni di Snowden, mentre Chorus è una rovinosa composizione in cui Holly comprime la sua cronologia Internet in una schizofrenica sequenza di suoni. La maggior parte dei brani sul disco, senza dubbio, si qualifica come sperimentale. “Non credo che ‘experimental’ debba essere vista come una categoria, come una sezione all’interno di un negozio di dischi, come se dovessimo sapere in anticipo che se una cosa è sperimentale suonerà in un certo qual modo. Se hai già un’idea di come un pezzo suonerà prima ancora di averlo ascoltato, allora stai sicuro che non è sperimentale per niente. Credo che siamo diventati un po’ pigri nel definire la musica sperimentale. Credo che ci sia dello sperimentale nell’hip hop, ci sono molti artisti che impiegano Auto-Tune in maniera nuova. Credo che il pop possa esserlo. Credo che  il modo in cui presenti la tua musica online possa essere sperimentale. Ci sono così tanti modi in cui rimodernare la cultura musicale, che affidarsi esclusivamente agli schemi ritmici per giudicare la particolarità di un brano non sia un’operazione intellettualmente… rigorosa. Quando lo sento dire, non ci faccio più neanche caso. Credo che un brano possa avere sia punti d’accesso che elementi più ostici. Mi piace l’idea del pop come ‘segnale portante’, in grado di attirare il pubblico con i suoi elementi più emotivi e di sbalordirli con idee meno immediate”.

Il brano Locker Leak è uno dei momenti più bizzarri. Poliritmi e interruzioni si insinuano sotto pelle, mentre Holly ci racconta momenti di shopping online e indicazioni pubblicitarie partorite a suon di algoritmi. “Aloe vera!“, “Be the first one of your friends to try Greek yoghurt this summer!“, schiamazza. “Il testo di quella canzone l’ha scritto l’artista Spencer Longo. Sul suo account Twitter @chinesewifi pubblica delle specie di ‘sculture verbali’ non sequitur, delle riflessioni illogiche. Spesso dice che queste ‘sculture’ vengono da sé semplicemente accostando delle parole. Ci siamo incontrati, abbiamo fatto un po’ di brainstorming e ho deciso di utilizzare il materiale per una traccia. A lui piace lavorare con questi materiali che chiama “ephemeral data“, i dettagli apparentemente banali della nostra vita quotidiana, come quanto tempo spendiamo davanti al tasto ‘compra’ prima di decidere di acquistare un paio di sandali online e così via. Come sappiamo bene questi dati vengono registrati da varie aziende per influenzare i nostri acquisti futuri e raccogliere informazioni su di noi. Spencer vuole provare a trasformare queste banalità in arte”.

Dietro a ogni brano di Holly c’è un concept. In An Exit si invoca una via d’uscita dal controllo della sfera privata e dagli imperativi del neocapitalismo, mentre in Unequal, il momento Joan of Arc del disco, come lo definisce, una voce annuncia “to change the shape of our future, to be unafraid, to break away“. “Tutta la musica secondo me deve porsi il problema di partecipare a conversazioni più ampie. La musica ha questo potere unico di riunire un sacco di persone nella stessa stanza per condividere certe emozioni. Se ci pensi, è una cosa molto difficile da ottenere. La musica non deve essere solo escapismo, deve cercare di immaginare una via di uscita o un futuro possibile in cui tutti vogliamo vivere. La musica deve combattere apatia e depressione. È una visione anti-cinismo, ottimista, senza dubbio. Il titolo del disco viene da Benedict Singleton, che è un teorico e designer. Parla del ‘paradosso della piattaforma’, riferendosi al bisogno di creare piattaforme comuni in cui tutti possono interagire come punto di partenza per ripensare il futuro. È una versione post-Sylicone Valley, nel senso che parte dal presupposto che nonostante fosse questo l’obiettivo delle nuove tecnologie, si è rivelato essere un ‘soluzionismo’ imperfetto. L’obiettivo non deve essere la centralizzazione, trovare una soluzione unica per tutti, ma creare piattaforme in cui le decisioni vengono prese attraverso l’interazione”.

 

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