I racconti di Canterbury

Dai Wilde Flowers agli Hatfield and the North

Come il Cristianesimo è stato inventato 70 anni dopo la morte del pover'uomo, anche la scena di Canterbury è stata inventata molto tempo dopo, dall'esterno. A dirlo è Robert Wyatt, e noi su Extra vi raccontiamo com'è andata.
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Dice: “Vuoi scrivere 30mila battute sulla ‘scuola di Canterbury’?”. Ecco. Magari preferivo scriverle, le 30mila battute, su I racconti di Canterbury. Almeno la questione era evidente, il campo più delimitato, e soprattutto, quando compose I racconti di Canterbury, Chaucer aveva ben chiaro in testa di voler comporre I racconti di Canterbury. Robert Wyatt no. Quando lui e gli altri suoi complici, tutti ragazzi sui 20 anni, meno che più, cominciarono a suonare ciò che ancora oggi i critici musicali (ammesso che ne esistano ancora, di critici
musicali) classificano come “scuola di Canterbury” (o Canterbury sound, se preferite), Robert Wyatt e soci, dico, manco se lo immaginavano di essere la “scuola di Canterbury” e di formulare il Canterbury sound. Intanto perché le “scuole”, nella musica pop, non esistono, sono un’invenzione dei critici. Anche da noi – avete presente?- la “scuola genovese”, ad esempio: figurarsi se Gino Paoli e Fabrizio De André e Tenco e Bindi e Lauzi pensavano
a se stessi come “scuola genovese”, quando si trovavano e suonavano e facevano le cose che ancora adesso si definiscono “scuola genovese”. Che poi, “scuola” è una parola che mette tristezza solo a pronunciarla. Quindi no, Wyatt e soci manco ci pensavano alla “scuola
di Canterbury”. Anche perché quando cominciarono a suonare quella musica lì, manco stavano più a Canterbury. Si erano trasferiti a Londra: il posto dove, a quei tempi, accadeva tutto di tutto, non solo nel rock.

Qualcosa di vero, però, c’è in questa faccenda della “scuola di Canterbury”: la vicenda comincia effettivamente a Canterbury, e nasce in una scuola. Negli anni Cinquanta, fra i banchi dell’elementare “Simon Langton”, s’incontrano cinque ragazzini destinati a un curioso avvenire: sono i due fratelli Hugh e Brian Hopper, Dave Sinclair, Mike Ratledge e Robert Ellidge. Chi diavolo è Robert Ellidge? Robert Ellidge è l’essenziale. Quello attorno al quale ruota tutto e tutto ruoterà, in questa storia. Solo che voi lo conoscete da sempre col nome d’arte di Robert Wyatt. Sapete com’è, le amicizie delle elementari a volte sono le più tenaci. Specie se cementate da un interesse comune. Per quei cinque, l’interesse comune è la musica. Crescono insieme, trascorrendo interi pomeriggi a casa di Ellidge (cioè, Wyatt: siamo realisti, d’ora in poi è Wyatt e basta) ad ascoltare jazz e strimpellare qualcosa. La casa di Wyatt è la Camelot del Canterbury sound: lo ha deciso il dottor Destino, che nel 1960 induce uno strampalato chitarrista australiano, tale Daevid Allen, ad affittare una stanza proprio in quella casa. I ragazzi, come tutti i ragazzi, sono affascinati dal Lucignolo di turno. Allen è un perfetto Lucignolo: vita dissipata e fremente passione per il jazz. Un vero maestro per entrare nel Paese dei balocchi musicali. Nel giro di due anni, il fattacciosi compie: sempre in casa Wyatt iniziano le prime registrazioni con i due Hopper (Brian alla chitarra e al sax, Hugh al basso), Wyatt alla batteria e Ratledge al piano. Intanto Allen s’è trasferito a Londra e nel 1963 invita Wyatt e Hugh Hopper a raggiungerlo per formare un trio a suo nome. Tengono qualche concerto, in cui propongono brani di free jazz e poesie beat. Roba pallosa, temo. Tant’è vero che i contratti scarseggiano e in poche settimane il gruppo si dissolve. Eppure, è successo qualcosa. Anzi, tutto. Tutto è cominciato.

Scusate se la faccenda si complica. Non è colpa mia. Sono le vite delle persone a essere complicate. Quella di Daevid Allen, poi, è la complicazione per antonomasia. Insomma, Allen si trasferisce a Deià, nell’isola di Maiorca, che è già capitale degli sballoni grazie alla presenza di una vivace comunità di artisti della Beat generation (adesso non fatemi spiegare cos’era la Beat generation, altrimenti non ne usciamo vivi: diamo la cosa per nota e andiamo avanti). Comunque, con l’arrivo di Allen quel posto diventa un’altra Camelot del Canterbury sound: prima o poi ci passeranno tutti i musicisti di quel giro. Intanto si palesano Wyatt e Ayers, per trascorrerci un’estate, quella del 1964, presumo molto vivace. Intanto a casa, in Inghilterra, Hugh e Brian Hopper e Richard Sinclair – età anni 15 – formano un’altra band: i Wild Flowers. Fiori selvaggi. Quando Wyatt e Ayers tornano da Maiorca, entrano pure loro nel gruppo, e per dimostrare che l’estate non è passata invano ne cambiano il nome in Wilde Flowers, i Fiori di (Oscar) Wilde. Vi pare una cazzata? Boh, a me no. A me quel giocare con le parole (Wild/Wilde) sembra invece molto significativo di ciò che è stato, ammesso che sia esistito, il Canterbury sound: l’immaginazione al potere, lo scherzo dada, lo stravolgimento ironico, il surrealismo. Robe così. Coerente con un certo spirito del tempo. Poi i ragazzi sono cresciuti, alcuni hanno cominciato a prendersi troppo sul serio, e sono diventati pallosi. Sono tornati al jazz, insomma. Ma non anticipiamo…

I Wilde Flowers non arriveranno mai a pubblicare un disco: le registrazioni dell’epoca usciranno solo negli anni Novanta, a gloria raggiunta e consumata. E non hanno nessun sound speciale: fanno rhythm’n’blues all’americana e cover di Chuck Berry e dei Beatles (che a loro volta, all’epoca, facevano cover di Chuck Berry…), con appena un vago sentore, qui e là, di free jazz. Eppure i Wilde Flowers sono determinanti, perché dalla loro diaspora nasceranno le band fondamentali del Canterbury sound, a cominciare da Soft Machine e Caravan. I primi Wilde Flowers durano poco: dopo un paio d’anni, Ayers prima e poi Wyatt, nel maggio 1966, salutano la compagnia per tornare a fare comunella con l’inquieto Allen. Il gruppo continua con altri musicisti (devo citarli? Massì: alcuni sono significativi per il resto della storia): Richard Coughlan alla batteria, Dave Sinclair alle tastiere, Pye Hastings alla chitarra e alla voce, oltre a Richard Sinclair e i fratelli Brian e Hugh Hopper. Dico che sono importanti perché nel 1968 Coughlan, Hastings e i cugini Sinclair se ne vanno per formare i Caravan, band seminale del filone melodico della “scuola di Canterbury”, mentre Brian Hopper e Lawrence fondano gli Zobe. Un anno dopo i Wilde Flowers superstiti si separano
definitivamente. Pace all’anima loro.

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