Iggy Pop & The Stooges

Punk prima di te

A febbraio la storia degli Stooges è arrivata sul grande schermo anche in Italia e la “visione” che ne dà Jim Jarmusch in "Gimme Danger" è uno dei tanti pretesti per tornare a raccontare perché, ancora oggi, Iggy Pop e soci sono da considerarsi “la più grande rock’n’roll band di sempre”.
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La pellicola scorre da oltre 80 minuti, siamo nel periodo delle registrazioni londinesi di Raw Power – A.D. 1972 – quando ormai gli Stooges avevano attraversato gran parte degli abissi (molti) e delle glorie (poche) della loro parabola rivoluzionaria e maledetta. La narrazione è momentaneamente passata dall’eloquenza baritonale e asciutta di James Newell Osterberg – per gli amici Jim, per i fan Iggy Pop – al piglio schietto e bonario di James Williamson, il chitarrista subentrato al posto di Ron Asheton quando quest’ultimo passò al basso dopo l’uscita dal gruppo di Dave Alexander, primo dei quattro a crollare sotto il peso delle dipendenze (l’alcol, nel suo caso). Williamson è seduto, sei corde in mano, la telecamera fissa su di lui e sullo sfondo il setting scarno del backstage di un concerto ad Ann Arbor di qualche anno fa. “In quel momento ce la mettemmo tutta per fare qualcosa di successo. Volevamo fare un bel disco, ma… Il problema con noi è che abbiamo un rifiuto per tutto ciò che è popolare. L’unica cosa che ci interessa veramente è fare quello che ci piace”. Basterebbe questa frase per mandare a casa tutti i musicisti (o aspiranti tali) che da Elvis a oggi hanno anche solo ipotizzato di poter lasciare un segno nella storia del rock’n’roll assecondando il gusto dei più, incapaci di affermare la propria identità. Basterebbe questo inciso per far emergere su tutte la caratteristica per cui quella di Ann Arbor è ancora oggi “The greatest rock’n’roll band ever”, per dirla con l’uomo al di là della cinepresa e fan numero uno degli Stooges, Jim Jarmusch. Dietro una semplicità solo apparente, l’urgenza incontrollabile della loro originalità è stata la chiave di fallimenti (prima) e “successi” (dopo), e tra i meriti di Gimme Danger c’è proprio quello di esplicitare le componenti che hanno reso gli Stooges dei pionieri assoluti, musicalmente e culturalmente. Una band che ha cambiato la vita a chiunque l’abbia ascoltata ma, soprattutto, l’abbia vista dal vivo.

Succedeva a Danny Fields, figura chiave del (punk) rock americano: “Sempre e comunque la persona più cool della stanza”, “company freak” della Elektra Records (il contatto fra major e underground alternativo tra Sessanta e Settanta, una sorta di talent scout col debole per gli acidi), colui che scritturò nello stesso giorno – il 22 settembre 1968 – MC5 e The Stooges. Ma anche un testimone importante in Gimme Danger, che racconta di “aver sentito”, ancora prima che aver visto, la potenza live di Iguana e soci mentre raggiungeva l’aula dell’Università del Michigan dove si esibivano quella domenica pomeriggio – “Non posso minimizzare ciò che vidi su quel palco. Non avevo mai visto tanta energia atomica provenire da una sola persona”, racconta in Please Kill Me, “la Bibbia del punk” in forma di storia orale. A essere profondamente impressionato fu anche Alan Vega (e un’altra manciata di maestri dei maestri, da Patti Smith a Miles Davis), durante il primo concerto degli Stooges a New York nel settembre del ’69: “Non era teatrale, era arte drammatica. Iggy non stava recitando, era tutto vero. A fine live vidi il pubblico lanciare bottiglie e rose al suo cospetto. Quel giorno la mia vita è cambiata”. E come un rito senza tempo, ancora tredici anni fa in occasione del tour di “riunificazione” iniziato nel 2003, Iggy Pop, Ron e Scott Asheton, un inarrestabile Mike Watt al basso e Steve MacKay al sax, ribaltavano i connotati – e il concetto di performance – di cinquantamila persone al Traffic Festival di Torino, in quello che per molti di noi presenti resta uno dei live più importanti della vita.

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Quella tra Jarmusch e Iggy Pop è un’amicizia lunga venticinque anni e Gimme Danger è la terza occasione che li vede insieme per via di un film: prima l’indimenticabile parte di Iggy in Dead Man accanto a Johnny Depp (1995), poi i botta e risposta dell’assurdo con Tom Waits in Coffee and Cigarettes (2003). Jim e Jim sono entrambi uomini del Midwest e, nonostante la differenza d’età, c’è un linguaggio e soprattutto un retaggio comune. Da una parte Jarmusch che racconta di essere cresciuto con band come Stooges, MC5 e Velvet Underground, perché “Il loro suono working class parlava da vicino a me e ai miei amici, non come la musica californiana hippie”. Dall’altra l’Iguana, che nel corso del docu-film mette più volte in prospettiva socio-culturale e (anti)politica gli Stooges, sottolineando come “In quegli anni il rock’n’roll era monopolizzato da una congiuntura politico-economica di cantanti corrotti, manager e discografici malvagi che volevano creare quello che ritenevano il miglior prodotto per loro” e, mentre fa il verso a Crosby, Stills & Nash, racconta di un tradimento culturale, in cui “Le più grandi manifestazioni ‘peace and love’ nei cinque anni d’amore della California furono organizzate a tavolino. E infatti certe cose… Puzzano, ancora puzzano”. Un’amicizia e una visione comune che circa dieci anni fa indussero James Osterberg ad affidare nelle mani di Jim Jarmusch il primo documentario sugli Stooges – che poi assunse l’aspetto di una “love letter”, per dirla col regista. Quasi due lustri in cui, tra un film e l’altro (Only Lovers Left Alive e Paterson), Jarmusch ha avuto modo di intervistare Ron e Scott Asheton (scomparsi rispettivamente nel 2009 e nel 2014), la loro sorella minore Kathy (che il regista definisce cruciale nel portare avanti la “missione”), James Williamson (che con Iggy condivise l’intenso periodo tra Raw Power e le registrazioni dell’album a quattro mani Kill City), il fondamentale Danny Fields, uno Steve MacKay (scomparso nel 2015) più rocker che in passato e l’adorabile Mike Watt – protagonista dell’ultima parte dedicata alla reunion. Il circuito delle testimonianze include solo questi “parenti stretti” e la forma è quella di un saggio in ordine cronologico che ricorda il collage: a comporlo, materiale inedito, live e video in super 8, a cui si aggiunge qualche animazione, fotografie di famiglia e una discreta mole di filmati e immagini che vanno a tracciare un contesto assolutamente inscindibile dalla musica – come per tutte le grandi band. E poi c’è lui, Iggy Pop, The Conductor, alla cui memoria è affidato gran parte dello scheletro della narrazione: voce profonda, linguaggio forbito ma essenziale – uno stile che chiunque lo abbia ascoltato nelle sue trasmissioni su BBC Radio 6 avrà sentito come familiare. Ma soprattutto una visione lucida, mai romanzata e molto consapevole delle proprie origini, luci e ombre, nel tracciare la storia degli Stooges.

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La telecamera di Jarmusch sarà anche quasi sempre puntata sull’Iguana, eppure Gimme Danger non è un’ode al frontman, ma agli Stooges. Il taglio del docu-film riflette l’identità stessa del gruppo, ed è qui che sotto più aspetti la musica va a incrociarsi con il contesto storico. In un’epoca così connotata dall’appropriazione di simbologie politiche, spesso poi svuotate del loro effettivo valore e significato, gli Stooges non solo furono agli antipodi dell’estetica hippie del ‘peace and love’, ma presto presero anche le distanze dal movimento guidato (e per certi versi cavalcato) dai fratelli maggiori MC5 – e soprattutto dal loro manager John Sinclair, personaggio di spicco della Detroit contestatrice e presidente del “Partito delle Pantere Bianche”. Gli Stooges furono a tutti gli effetti dei cani sciolti. E però, “Eravamo dei veri comunisti” è una frase che Iggy ripete spesso, col sorriso, in riferimento alla condivisione di ogni cosa con gli Asheton e Dave Alexander, fin dall’inizio: la casa comune in cui vivevano, detta Fun House, il cibo, la droga, i soldi – “Per fortuna eravamo troppo ignoranti per conoscere la proprietà intellettuale, quindi abbiamo sempre diviso la paternità delle canzoni”. Diversamente da altre band guidate da leader altrettanto carismatici, gli Stooges sono sempre e comunque un’unica entità anche quando, dopo il declino tra dipendenze e insuccessi commerciali post Fun House, Iggy richiama i fratelli Asheton a Londra per registrare Raw Power insieme a James Williamson (sebbene la Columbia avesse provato a proporgli altri musicisti). Ma soprattutto sono un organismo pulsante e collaudato per fare musica insieme. La leggenda narra – e Gimme Danger lo conferma – che gli atteggiamenti furiosi e animaleschi di Iggy Pop sul palco nascessero (anche) dall’esigenza di tirar fuori gli istinti più originali degli altri componenti: vero, eppure “Negli Asheton ho trovato l’uomo primordiale” è una delle frasi cruciali, pronunciate dall’Iguana, per comprendere l’equilibrio che il frontman aveva innescato ma che gli altri tre contribuirono a creare. I riff geniali di Ron (I Wanna Be Your Dog e No Fun, per cominciare); l’intuizione di Dave Alexander per un brano ispirato all’Om, We Will Fall, il meno allineato e dritto di tutto l’esordio, “La dichiarazione che non eravamo come le altre band: Dave ha cambiato la nostra storia”; la furia di Scotty alla batteria, trasformata in ritmi sincopati su Fun House e poi letteralmente un tutt’uno col basso quando, su Raw Power, era il fratello a suonarlo; la cura nei dettagli della chitarra di James Williamson e infine il sax avant di MacKay, “Maceo Parker sotto acido”, da cui Iggy Pop rimase letteralmente folgorato.

E poi le ispirazioni. Fin dalla loro prima incarnazione, con gli (Psychedelic) Stooges non si trattava del solito miscuglio fra r’n’b e British Invasion, come furono gli stessi MC5, seppur con una potenza unica e corrosiva. Non distante da quel radicalismo culturale e musicale proprio di Ann Arbor (nella sua importante opera di contestualizzazione, Gimme Danger ricorda anche l’ONCE Festival, fondato fa Robert Ashley), le radici degli Stooges erano, sì, nel blues di Chicago, ma anche nell’avanguardia, nel free jazz, nella musica gamelan – ed è difficile non associare questa inclinazione alla curiosità della giovane Iguana e del suo lavoro al Discount Record Store. Qualcosa di deforme e indefinibile, amplificato dalla tendenza – almeno agli inizi – a costruirsi strumenti DIY: un frullatore con dentro un microfono e relative distorsioni, un asse da bucato con microfoni a contatto, ma pure una “semplice” aspirapolvere per aumentare la dose di rumore. Una versione anarco-noise degli insegnamenti di Harry Partch, altro nume tutelare di cui fa menzione l’Iguana. E, sicuramente, qualcosa di più vicino a ciò che oggi chiamiamo avant rock che al punk. Il legame con il movimento che squarciò in due i Settanta però è innegabile, e trova negli Stooges dei precursori non tanto del “suono”, quanto della “performance” punk. Del suo nichilismo, della sua trasgressione e, soprattutto, della sua fisicità. A eccezione dell’aspirapolvere – e dei suoi trascorsi passati alla batteria con The Iguanas e The Prime Movers – Iggy Pop non era solito suonare alcuno strumento sul palco. Gli bastava suonare il proprio corpo. Quando, dopo la produzione dell’esordio firmata da John Cale, il boss della Elektra Jac Holzman recluta Don Gallucci per Fun House, lo scopo è esattamente quello di provare a mettere su disco un suono più aggressivo, più vicino alle aperture del Miles Davis elettrico di Bitches Brew, ma soprattutto più fedele alla furia ineguagliabile degli Stooges sul palco. L’unicità assoluta dei loro live, i continui alti e bassi da dipendenze – gli acidi prima, l’eroina subito dopo – di almeno due dei tre componenti (l’unico a starne alla larga fu Ron), insieme all’identità di gruppo e alla vocazione al fallimento (temporaneo) tipica di ogni grande precursore che si rispetti, sono temi che ricorrono lungo tutto Gimme Danger.

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Più di qualsiasi lettura o video Youtube, il lavoro di Jarmusch restituisce l’effettiva importanza del corpo di Iggy Pop come strumento primario della performance e nell’interazione col pubblico, attraverso un’espressività corroborante, distruttiva e (in)consapevole che ancora oggi non ha eguali – non pare un caso che l’artista Jeremy Deller gli abbia chiesto di posare nudo per una live session di disegno solo qualche mese fa. Il celebre episodio del burro di noccioline spalmato con foga anfetaminica addosso a se stesso e al pubblico durante il Cincinnati Pop Festival del 1970 non può bastare a esaurire i termini del discorso: Gimme Danger apre nuove porte della percezione anche in questo caso, trovando ulteriori riferimenti nello spazio sterminato fra l’attitudine border di Clarabel The Clown (un personaggio della tv americana per bambini degli anni 50) e la fascinazione per il potere quasi sciamanico dei faraoni costantemente a petto nudo (studiati nell’unico semestre che Jim Osterberg ha passato all’Università del Michigan, alla Facoltà di Antropologia).

Dead Boys, Dictators, Black Flag, Clash, Bad Brains, Gang of Four, New York Dolls, Slits, Cramps, Hüsker Du, Television, Siouxsie and the Banshees: in Gimme Danger, il ponte tra la prima (1967- 1974) e la seconda vita (2003-2016) degli Stooges è affidato a una manciata di copertine di album e di band che, probabilmente, non sarebbero esistite se l’Iguana e i suoi scagnozzi non avessero reinventato la musica per come la conosciamo oggi. Un impatto soprattutto culturale prima che sonoro, almeno quanto Velvet Underground e David Bowie, sintetizzato cinicamente in un’intervista – periodo The Idiot – in cui Iggy afferma di aver “Dato una mano a spazzare via i Sessanta”. “I Ramones si conobbero non perché si stavano simpatici” – osserva Fields – “Ma perché erano gli unici quattro, a scuola loro, ad amare gli Stooges”. Una linea che dai Sex Pistols – che proprio in chiusura del loro ultimo concerto prima di sciogliersi, A.D. 1978, eseguirono una memorabile e livorosa versione di No Fun – arriva ai White Stripes passando per Birthday Party, Spacemen 3 e Primal Scream (solo l’anno scorso Gillespie ficcava nel video di Where the Light Gets In la copertina dell’esordio dei The New Order, band post-Stooges di Ron Asheton), trovando in J Mascis la figura chiave, discreta e unanimemente riconosciuta, per il ritorno dei Nostri sulle scene.

La grandezza di Gimme Danger sta nel raccontarli per quelli che furono, un gruppo originale e folle, legato alle proprie origini working class, vittima e artefice di forze autodistruttive. L’ultima parola la lasciamo ancora una volta a Danny Fields, senza il quale tutto questo non sarebbe accaduto. “Quando gli Stooges vennero mollati dalla Elektra ero sbalordito. Ritenevo Raw Power un’opera di puro genio, Search And Destroy era uno dei più grandi pezzi rock di tutti i tempi. Credo che Bill Harvey (boss dell’etichetta, NdR) semplicemente non volesse questa band perché non li riteneva abbastanza commerciali. E infatti non vendettero mai molte copie. Credevo che ci avrebbero investito comunque per il bene dell’arte. Pensavo che prima o poi il pubblico si sarebbe appassionato a questa grandissima musica, se avessimo continuato a pubblicarla e a crederci. L’ironia è che probabilmente aveva ragione lui, visto che a distanza di anni Raw Power sembra ancora all’avanguardia”.

Pubblicato sul Mucchio n.752 – Marzo 2017

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