Il suono di Berlino

Blixa, il Muro e la techno

Un reportage come non si è mai letto prima su Berlino e i luoghi della musica. Incontri con i protagonisti, impressioni, ricordi. Un bellissimo estratto dal lungo servizio di Vittorio Bongiorno sul Mucchio Extra in edicola.
Il suono di Berlino
Blixa, il Muro e la techno

Anche questa storia comincia quando nasco io, nel 1973, a Berlino e non a Palermo, però. Jim e Caroline sono americani ma vivono lì, il loro matrimonio è in crisi. “A Berlino, vicino al Muro, tu eri alta uno e 75. Era bello. Candele e un Dubonnet ghiacciato. Eravamo in un piccolo caffè, potevi sentire la chitarra suonare. È fico qui. È il paradiso”. Poi entrano la batteria e l’organo, e va tutto a catafascio. Sono due drogati masochisti e scivolano nell’abisso del loro egoismo e del disincanto di una vita forse troppo libertina in una città che potrebbe essere il Paradiso, ma in realtà è l’Inferno. Si apre così Berlin di Lou Reed, che a Berlino non ci aveva messo mai piede. Dopo l’enorme successo di Transformer aveva preso le distanze da David Bowie, che gli aveva prodotto quel disco tirandolo fuori dalle pastoie di una carriera da solista ancora incerta. Si amavano e odiavano: “Mi domando che cosa farà Bowie quando smetterà di copiarmi. In verità è una persona molto cattiva”, diceva Lou nel 1974. David, dal canto suo, si definiva “una persona molto confusa, mentalmente e fisicamente, e Lou mi somiglia molto”. Deciso a voltare pagina, Lou chiama dietro al mixer il giovane Bob Ezrin, 24enne genialoide, che gli propone l’idea di un “film per le orecchie”: cupo, squallido, tragico e disperato, definito da molti critici il peggior disco di tutti i tempi. “È stato un album doloroso, e ci siamo rimasti secchi. Solo io e Bobby sappiamo che cosa ci è costato”. Per arrivare alla fine, avevano cominciato a farsi di eroina, e a fine lavoro il giovane produttore venne ricoverato in clinica, mentre Lou aveva dovuto cedere al ricatto della RCA, promettendo due dischi “commerciali”, per far uscire quella merda. Che merda, però, non era: un atto di dolore, sul tradimento, la perdita e una strana specie di redenzione. Ci aveva messo tutto se stesso, il fallimento con l’allora prima moglie Bettye, e i suoi fantasmi. E aveva poco più di 30 anni.

 

Questo è il posto dove posava il capo
quando andava a dormire la notte

E questo è il posto dove sono stati concepiti i nostri bambini

le candele illuminavano la stanza di notte
E questo è il posto dove si è tagliata i polsi

quella notte bizzarra e fatale

e io ho detto: oh oh oh che sensazione.
Lou Reed – The Bed, 1973

 

A Berlino, per trovare ispirazione, ci sono andati in tanti, ma molti, dopo un po’, se ne sono andati. Quelli che sono nati lì vorrebbero sempre andarsene, ma alla fine ci rimangono. Perché Berlino è fragile e misteriosa, sexy ma povera, frivola e malinconica. E ha un suono unico che cambia nel tempo, ma è sempre struggente. Seguendo quel suono, e ascoltando i racconti di chi l’ha plasmato, si può capire di Berlino molto più di quanto scrivono sui giornali o nei libri di scuola. La prima volta che io e Francesca ci mettiamo piede, qualche anno fa, abbiamo un appuntamento con la mia amica Claudia Rorarius, regista e fotografa, al ristorante coreano di Alte Schönhauser Straße, nel centralissimo quartiere Mitte, ex Berlino Est. Usciti dalla metropolitana, la prima persona che incontriamo è un gigante di quasi due metri che gioca con una bambina asiatica. È vestito come un beccamorto: stivaletto a punta e una panza spropositata, ma lo riconosco anche da dietro. Dice che da quando ha smesso di fumare ha cominciato a bere, e mangiare. Soprattutto cibo italiano. È Christian Emmerich, in arte Blixa Bargeld, cantante, chitarrista e mente degli Einstürzende Neubauten, band di musica “industriale” segnata dalle mutazioni della città che ha marchiato la città stessa con un magma sonoro fatto di lamiere percosse, urla lancinanti e poesia metropolitana. “Guarda, quello è Blixa…”, dico a Francesca. “E chi sarebbe Blixa?”. “Un genio. Ma dice che è uno stronzo…”. Oggi piove e c’è poca luce, ma Francesca scatta lo stesso qualche foto alla porta di Brandeburgo. Torniamo a Berlino per festeggiare il nostro anniversario in un posto speciale, l’Ellington Hotel, dedicato al Duka, che veniva qui a suonare per le truppe americane con gli altri grandi del jazz. Dopo essere stato raso al suolo dalle bombe e trasformato negli anni Settanta in discoteca, oggi è tornato al suo splendore di hotel dal design lussuoso ma sobrio. L’imponente facciata art déco di 185 metri è ancora in piedi e le scale piastrellate mantengono lo stile dell’epoca. Ricontrollo l’agenda con tutti gli appuntamenti di domani. Sono nervoso. “Hai abbandonato di nuovo il tuo romanzo…”. Accanto a me nel letto, Francesca è la mia coscienza che parla. “Non l’ho abbandonato, mi sono solo preso una pausa”.

“Perché siamo venuti fin qui per chiedere a un’inglese del suono di Berlino?”, chiede Francesca. Buona domanda. Gemma Ray è il primo fugace incontro di questo viaggio per capire se esiste un suono di Berlino, e quanto del passato è rimasto oggi. Nata nell’Essex ma trasferitasi qui un paio d’anni fa, è una testimone privilegiata di ciò che accade in città. “Sono arrivata da poco, ma per me Berlino è al centro di tutto”. Ci vediamo per un caffè nel cuore di Kreuzberg, prima che prenda l’aereo per l’Inghilterra: è molto cordiale e loquace. Ci racconta come sia difficile vivere a Londra, non solo per il costo della vita: tutti indossano una maschera e recitano dei ruoli, mentre qui ognuno fa ciò che vuole e i musicisti, se vogliono, si parlano e fanno progetti insieme. Prende però le distanze dalla scena musicale degli anni Ottanta, prima della caduta del Muro: “A quei tempi vivevano in una specie di bozzolo, erano come degli alieni…”. Che c’entra la musica di questa bella ragazzona inglese con Berlino? Tutto e niente, in effetti. Per lei hanno scomodato varie etichette, che le stanno tutte un po’ strette, come il cappottino vintage che indossa oggi: dream pop, sideways blues, pop noir, gothic folk. È musica da un passato remoto, che mescola ballate languide e pop psichedelico, e però corre veloce verso un futuro ancora da scoprire. Va veloce, Gemma, e chissà dove arriverà.

Ci spostiamo verso ovest, a Schöneberg: il tranquillo quartiere gay friendly, in passato teatro di una movimentata bohème. Ci fermiamo davanti all’anonimo palazzone giallo al 155 di Hauptstraße dove David Bowie si era rifugiato a fine anni Settanta, con la vana speranza di disintossicarsi dalla cocaina californiana. Subito lo raggiunse l’amico Iggy Pop, anch’egli malmesso con le polveri, reduce dalla fine degli Stooges e dato per spacciato dai bookmaker musicali. I piani dei due erano di darsi una ripulita, lontani dal casino multietnico di Kreuzberg, senza avere i riflettori addosso. Ma perché proprio Berlino? Bowie era messo veramente male: in crisi con la moglie Angela, si nutriva solo di cocaina, latte intero e peperoni, vedeva Ufo, si sentiva perseguitato da chissà quale setta e dichiarava di essere entrato così dentro i suoi vari personaggi da non sapere più come uscirne. Perciò attraversò l’oceano e si trasferì all’ombra del Muro, sulle orme del suo amore letterario Christopher Isherwood, che tanto aveva indugiato su Berlino, la sua atmosfera decadente e la totale libertà artistica e sessuale. Ed è a Berlino che Bowie si perde.

 

Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto

completamente passiva che registra e non pensa

Registro l’uomo che si fa la barba alla finestra dirimpetto

e la donna in kimono che si lava i capelli
Un giorno tutto questo andrà sviluppato

stampato con cura, fissato.
Christopher Isherwood – Addio a Berlino, 1939

 

Non lontano da casa Bowie, al 38 di Köthener Straße, dietro la turistica Potsdamer Platz, un tempo zona squallida e buia, coi muri crivellati di proiettili, sorgono gli Hansa Tonstudio. Qui dentro sono passati Bowie e Iggy, gli U2 di Achtung Baby e i Depeche Mode, Nick Cave e gli Einstürzende Neubauten. The Idiot di Iggy, registrato in Francia, è stato mixato agli Hansa con l’aiuto di Tony Visconti, che avrebbe messo poi lo zampino in tutte le cose più importanti del Duca Bianco. “Berlino è al centro di tutto quello che sta succedendo e succederà in Europa nei prossimi anni”, dichiarava Bowie a “Vogue” nel 1978. Aveva trovato rifugio in un luogo dove “è difficile distinguere i fantasmi dai vivi”. Proprio quello che ci voleva per la rockstar inglese e il suo amico americano, che non desideravano altro che ubriacarsi nei caffè fumosi senza essere riconosciuti e frequentare cabaret pieni di travestiti e puttane.

 

Calling sister midnight

you’ve got me playing the fool

calling sister midnight

I’m an idiot for you.
Iggy Pop – Sister Midnight, 1977

 

Ovviamente c’era anche la musica, anzitutto quella con sintetizzatori e batteria elettronica dei Kraftwerk, che tanto avrebbe influenzato le atmosfere lugubri e marziali della cosiddetta “trilogia berlinese” di Bowie: Low (1977), Heroes (1977) e Lodger (1979), più i due fratelli minori – ma rispettabilissimi – The Idiot (1977) e Lust for Life (1977) dell’amico Iggy. Ma rispetto alle algide geometrie dei quattro di Düsseldorf, l’approccio alla composizione e alla registrazione di Bowie è diametralmente opposto e senz’altro più prossimo a quello dei maestri del kraut rock Can e Neu!. “Certo che amo Bowie, e questa mostra è l’occasione per tornare indietro di 40 anni, a un mondo pieno di fascino”. A parlare è Christine Heidemann, curatrice di David Bowie Berlin al Martin Gropius-Bau, con esposti più di 300 oggetti, testi di canzoni autografe, costumi originali, fotografie, strumenti e disegni. Quando c’incontriamo per un caffè, la mostra non è ancora allestita, ma Christine insiste per farci vedere un paio di reperti eccezionali: una foto di Terry O’Neil del 1974, ritoccata a pennarelli sgargianti con la scritta “Wild Boys”, che ritrae Bowie e “zio” Bill Burroughs, e la riproduzione dell’autoritratto a pastello fatto nel 1978 come studio preparatorio della celebre copertina di Heroes. La mostra sarà aperta fino al 10 agosto, e poi chissà, con Bowie non si può mai sapere… “Avete sentito l’ultimo disco?”, chiede curiosa. Lontanissimo da quei giorni, il singolo Where Are We Now? rievoca dettagliatamente, e con una certa nostalgia, strade e scorci della vita di quei tempi.

 

Ho dovuto prendere il treno da Potsdamer Platz

non hai mai saputo che avrei potuto farlo.
David Bowie – Where Are We Now?, 2013

 

Continua sul Mucchio Extra n. 41 in edicola (oppure ordinalo qui)

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