Il suono di Detroit

Blues, catena di montaggio e high tech soul

Dopo lo splendido reportage da Berlino, Vittorio Bongiorno ha attraversato l'oceano per raccontare Detroit, il suo presente, il suo passato e, perché no, il suo futuro. Qui un estratto dal lungo articolo sul Mucchio Extra n. 42, in edicola.
detroit

Dice che per capire il suono dell’America, e forse l’America stessa, non devi andare a New York, Los Angeles o New Orleans, ma devi farti un giretto fra le rovine dell’impero della Motor City che ha guidato il mondo, modificato lo spazio, combattuto con madre natura e trasformato la gente. E producendo la musica migliore del mondo: il blues elettrico di John Lee Hooker, che arriva dal Mississippi per lavorare alla catena montaggio, la stessa che segna il ritmo della Motown, la rabbia delle rivolte nei neri, il punk di Stooges e MC5, la psichedelia nera dei Funkadelic e le algide movenze della techno. Dice che Detroit è la città più pericolosa del mondo, che devi girare per forza in auto, e che se si ferma in mezzo alla strada sei fottuto. “Perché vai proprio Detroit?”, domanda preoccupato mio figlio.

Quello stronzo di Céline ci arriva all’inizio del Novecento e per un po’ prova anche a lavorare in fabbrica. Ha per amante una prostituta, ma poi scappa via. Quella vita non fa per lui, e ci scrive metà del suo capolavoro, duro e rivoltante, insultando gli “schiavi” che sudano sangue per un padrone indegno. Gli stessi “schiavi” che costruiscono, con le loro braccia, l’idea di ricchezza e prosperità di una città che dai due milioni di abitanti negli anni Cinquanta è passata ai 700mila di oggi, con un debito pubblico di 18.5 milioni di dollari e circa 78mila case abbandonate. Una città divisa come Berlino, con un’infinita autostrada costruita per separare i sobborghi per bianchi ricchi dal centro – abbandonato – per neri poveri. È la famosa 8 Mile Road, messa in rime rap da Marshall Bruce Mathers III, in arte Eminem: il confine tra il Bene e il Male, tra una società che funziona e le macerie di un mondo distrutto, senza trasporti pubblici né scuole, data alle fiamme, sistematicamente, da quando Antoine Laumet de La Mothe, signore di Cadillac, la fondò nel 1701.

Diceva il compianto psicanalista James Hillman che l’aria di ogni luogo è diversa da quella di un altro, e così l’acqua, gli alberi e le strade. Appena metto piede a Detroit m’investe un’onda di energia nuova, mai percepita prima, e interrogo tutti quelli che incontro, incessantemente, per cercare di afferrare quel “suono”. E per illudermi, per un attimo, di aver vissuto. “Quel suono per me è il sabato mattina, fra le 8.26 e le 8.33, quando sento passare i ciclisti nel mio quartiere”, mi dice la bella Oneita, detta O: ex editor del “Detroit Free Press” convertitasi in autista di taxi privato, street concierge, come dice lei. “Era il suono della mia comunità”, risponde Karla Henderson, entusiasta executive director di “Ponyride”. E aggiunge: “Dopo che molti amici sono scappati via da Detroit, ho conosciuto questa nuova comunità a Corktown, Phil Cooley e la sua famiglia, oggi il suono è quello del martello pneumatico, delle macchine per cucire, il ticchettare dei computer… Il suono del doing something”. Il nome è giocoso, ma in realtà “Ponyride” è un serissimo progetto dell’ex modello Phil Cooley per sfruttare la crisi e costruire una nuova economia dal basso, offrendo affitti a pochi centesimi, se non gratis, a giovani imprenditori e artisti ospitati in un’ex stamperia di tremila metri quadrati, diventata cuore pulsante della comunità artistica e imprenditoriale di Downtown Detroit. “L’idea è di tornare a quando eri piccolo e più aperto agli esperimenti, come quando cominci a cavalcare un pony, che è più facile di un cavallo adulto… Noi pensiamo che l’innovazione sia legata all’idea dell’essere giovani e tentare e ritentare”, mi spiega Phil, che si aggira sempre di corsa in tuta da lavoro, attrezzi e barba lunga. La stessa energia che trovo a casa di Toby Barlow, pubblicitario, scrittore e fondatore di “Write A House”, che affida le case abbandonate agli scrittori: è fuori città e mi lascia il suo meraviglioso appartamento a Lafayette Park, l’ex slum ricostruito negli anni Cinquanta da Mies van der Rohe.

Per mesi ho letto decine di libri sulla Motown, su John Lee Hooker, sugli Stooges, sui White Stripes, sui pionieri della techno, e il brillantissimo The Last Days of Detroit di Mark Binelli, ed è chiaro che questa città complessa è tutto e il contrario di tutto. Detroit è al tempo stesso Bene e Male, ricchezza e povertà, droga e poesia, fabbrica e blues. Più di qualsiasi altro posto. Per questo ci sono venuto, dico a mio figlio per tranquillizzarlo: “Per vedere coi miei occhi, e sentire con le mie orecchie il suono di questa città”. So quello che faccio. Starò attento.

“Se non coltivi la speranza in ciò che fai, niente si avvererà…”, dice timidamente Ali, produttrice di spot pubblicitari che mi scarrozza in giro guidando scatenata fra svincoli autostradali che mi fanno paura. È la mia prima sera a Detroit e ho già un invito al concerto di Tino Gross – musicista piuttosto noto in città – coi suoi Howling Diablos. Stasera suona al 3rd Street Bar: appena riconosce il mio cappello, mi presenta come l’amico scrittore e musicista italiano arrivato in città, dedicandomi un medley di The Motor City Is Burning di John Lee Hooker e I Wanna Be Your Dog degli Stooges. Che botta! Ali è stupita che io sia appena arrivato e già si sappia di me…

John Lee Hooker è un ragazzino che non vuole lavorare in campagna: parte dal Mississippi senza un soldo e con la chitarra a tracolla. Arriva a Detroit nel 1943, perché sente dire grandi cose sulla città: fabbriche, denaro e un sacco di femmine. Nel 1913 Henry Ford aveva avviato la produzione di massa della gloriosa Ford Model T, la
prima auto per famiglie, e appena due anni dopo, nello stabilimento di Highland Park, oggi totalmente abbandonato, erano arrivati a costruirne un milione. Hooker lavora alla catena di montaggio e come guardiano in un’acciaieria di materiale bellico: quando lo pizzicano a dormire, lo sbattono fuori. Ma presto lo riassumono, perché c’è lavoro per tutti, sorelle e fratelli neri, che abbandonano in massa il Sud rurale per trasferirsi in città, nel Black Bottom: quartiere centralissimo pieno di club, negozi e speakeasy, i bar dove si vende alcol di contrabbando e si suonano jazz e blues coi controcazzi (Eddie Burns, Big Maceo, Eddie Kirkland). Il giovane John Lee suona come un pazzo, ogni sera in un club diverso, dall’Henry’s Swing all’Apex e allo Sporty Reed’s Show Bar, immortalato in vari romanzi di Elmore Leonard, “il Dickens di Detroit”. Suona blues modale, con una chitarra Stella da quattro soldi, ma capisce che per farsi sentire bisogna elettrificarla. In Hastings Street c’è un tizio che ha un negozio di dischi, Joe’s Records Shop, che gli fa registrare un paio di pezzi nel retrobottega: è il mitico Joe Von Battle, che nel 1953 dà alle stampe Boogie Rambler e No More Doggin’ con la sua J.V.B. Recordings. Quei dischi cominciano a vendere, ma il blues è la colonna sonora della sopravvivenza e Hooker è sempre senza un soldo. Perciò registra sotto un’infinità di pseudonimi pur di racimolare qualche verdone: Birmingham Sam And His Magic Guitar, John Lee Booker, The Boogie Man, John Lee Cooker, Delta John, John Lee, Texas Slim, Johnny Williams, Little Pork Chops…

Hai suonato con John Lee Hooker?!”, chiedo stupito a Tino Gross, quando lo vado a trovare nel suo studio Funky D Records. Mi racconta con entusiasmo travolgente della sua prima audizione come batterista per la band che doveva accompagnare Hooker per due concerti in città nel 1974: “Man, sembrava un pistolero. Aveva cappello e stivali in pelle di serpente, ed era cool… Si sedeva e cominciava a pestare. Io non sapevo che fare e il mio amico mi disse di guardare solo i suoi piedi. Boom boom boom”. Boogie Chillen fa il botto e rappresenta la sintesi perfetta tra il blues rurale del Delta e il suono urbano, con la chitarra martellante che mima la catena di montaggio e una voce profonda e ipnotica. Pesta come un cavallo, tanto che nelle prime registrazioni per la Sensation gli mettono sotto una tavola in legno per dare più colore a quel suono. “Quando hanno deciso di costruire l’autostrada che passa dal centro, hanno distrutto un’intera cultura: i club, Hastings Street, negozi di dischi, John Lee Hooker, Eddie Burns, Calvin Frazier, Washboard Willie… Tutto distrutto: Black Bottom’s is gone”. Ogni racconto di Tino è un misto di storia e aneddoti gustosi.
Detroit ha sempre avuto gente cazzuta, venuta dal Sud per il lavoro: la musica di Detroit è probabilmente la migliore del pianeta, nasce da New Orleans, che rappresenta le radici dell’albero, ma il tronco è l’Interstate 75, che arriva a Memphis, Detroit e Chicago, con ramificazioni che si estendono a New York e Los Angeles. Ma
il tronco, man, parte da New Orleans e arriva a Detroit. Tutta quella gente è arrivata portandosi dietro il funk, il soul, il gospel, il blues… È il suono di questa magnifica cultura senza fine. Questi passano la vita a costruire auto e quando vanno fuori vogliono sentire buona musica: meglio se suoni bene. Cazzi tuoi, altrimenti”.

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