Indieclassica

Una piccola rivoluzione in atto

L'unica data di Nils Frahm il 2 maggio 2018 al Fabrique di Milano, ci suggerisce di ripubblicare questo approfondimento che parte da questa strana etichettatura: di cosa parliamo quando parliamo di indieclassica?
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Mettiamo sul tavolo le prime cose che ci vengono in mente quando pensiamo a “musica classica”: orchestre, silenzio in sala, capelli grigi, istituzioni, Amadeus di Forman, vestiti eleganti… Ora facciamo lo stesso gioco con la categoria (altrettanto scivolosa) di “musica indie”: DIY, piccoli club rumorosi, pubblico giovane, furgoni carichi di attrezzature, abbigliamento casual, band di musicisti autodidatti… OK, fermiamoci per mescolare elementi provenienti dalle due liste: serate DIY in piccoli club rumorosi con giovani musicisti usciti dal conservatorio che in abbigliamento casual suonano (anche) la musica di Mozart. Si chiama indie classical e nel giro di un decennio è passata dai blog alle grandi sale da concerto grazie allo spirito imprenditoriale dei suoi membri. Ma facciamo un passo indietro.

Sapere che c’è gente che si fa chiamare “compositore” oggigiorno è una nozione che talvolta porta scompiglio. Nella mente di molti l’equazione tipica è “Compositore = Mozart”, ovvero un tizio passato a miglior vita. O al massimo “Compositore = Musica per film”, ovvero uno che scrive al servizio di. Si scopre invece che ci sono compositori vivi che non scrivono (necessariamente) per il cinema: vengono da anni di studi dove hanno imparato diversi linguaggi del passato, ma anche loro sono bombardati da Despacito come noi. Sono come noi: finiti gli studi cercano un lavoro, ma le istituzioni di cui sopra vogliono la solita rifrittura di Mozart, o al massimo Stravinskij. Si chiedono: “Ha senso scrivere musica come Mozart e Stravinskij nel XXI secolo, mentre tutti ascoltano Despacito?”. Allora si organizzano e mettono in piedi i loro concerti, dove eseguono la loro musica per un pubblico che ha sentito nominare Philip Glass e Steve Reich per il tramite dei Radiohead. Scrivono insomma musica di un certo tipo per un determinato pubblico in un contesto di produzione e fruizione specifico. Mettono in piedi le loro etichette, passano il tempo a disquisire della propria musica e di quella dei loro amici sui blog e militano in (o collaborano con) band rock di area latamente indie. Da qui ad utilizzare il termine indie classical, il passo è breve.

Judd Greenstein è il signore al quale attribuire la problematica etichettatura. Compositore newyorchese quasi alla soglia dei quarant’anni, ha studiato a Yale ed è co-direttore dell’etichetta New Amsterdam. Il suo nome è spesso affiancato a quello di Nico Muhly, Missy Mazzoli e Nadia Sirota, un gruppo di compositori di provenienza classica accomunato da dati anagrafici, passioni musicali e attitudine artistica. Un po’ come accadde con il quartetto Liszt-Mendelssohn-Chopin-Schumann, questi musicisti appartengono ad una generazione di passaggio e hanno le capacità per creare un panorama adatto alla proprie esigenze. Liszt e Chopin avevano i salotti della borghesia europea, la ghenga indieclassica ha invece posti come Le Poisson Rouge a New York e – soprattutto – Internet. La combinazione di URL e IRL (abbreviazione per In Real Life con la quale si intende ciò che accade nella vita reale) spiega infatti (in parte) il loro successo tanto su Spotify quanto in prestigiose sale da concerto come la Carnegie Hall di New York. Gli altri ingredienti di questa ascesa sono dati dal linguaggio musicale impiegato e dal potere delle connessioni (reali, non virtuali).

Se avete visto le serie TV The Leftovers e Black Mirror, avete ascoltato la musica di Max Richter. Definito il “papà dell’indie classical” dalla tradizionalissima Classic FM, il compositore inglese di origini tedesche è diventato celebre per il suo (ottimo) rimaneggiamento di un evergreen da segreteria telefonica quale Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi, uscito sull’altrettanto tradizionalissima Deutsche Grammophon nel 2012. Da quel momento in poi Richter non ha smesso di macinare musica, diventando il nome di punta della scena indie al di qua dell’Atlantico, insieme al tedesco Nils Frahm e all’islandese Ólafur Arnalds. C’è da dire infatti che la questione classica indie nasce prima di tutto negli Stati Uniti figli del minimalismo dei citati Glass e Reich, ma con prodromi evidenti già negli album Memoryhouse di Richter (Late Junction, 2002) e Substantial (Karaoke Kalk, 2004) del tedesco Hauschka (vero nome Volker Bertelmann). Entrambi gli artisti sono poi transitati per un’etichetta come FatCat Records, già casa artistica di band come Sigur Rós, Animal Collective e His Clancyness.

Insomma, il seme della commistione fra indie e classical era già stato gettato nei primi 2000 grazie a musicisti legati linguisticamente allo stile più amato dalla truppa indie, ovvero quel neo-classical che non c’entra con Vitruvio (né tanto meno con Stravinskij) e che invece ha a che fare con il ritorno in pompa magna del pianoforte come strumento d’elezione di questa musica classica per amanti del rock. Se leggendo pianoforte avete pensato a Ludovico Einaudi, avete fatto bene: sia lui sia Richter sono infatti stati allievi di uno dei pesi massimi della musica occidentale del Novecento, ovvero Luciano Berio.

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Nils Frahm e Ólafur Arnalds

La musica classica mi rilassa“: alzino la mano quanti fra voi hanno sentito questa frase (se non proprio pronunciata). Ignari del fatto che sotto l’ombrello classico si riparino fra gli altri Wagner, Schönberg e Stockhausen (cioè tre che non hanno sempre scritto musica rilassante), le persone che in buona fede si ritrovano a fare questa affermazione di solito pensano a musica classica scritta per o eseguita al pianoforte. Il contingente neoclassico, che spesso (per provenienza culturale o attitudine artistico-imprenditoriale) si ritrova associato alla scena indieclassica ha capito molto presto quanto gli 88 tasti di questo strumento potessero funzionare come grimaldello per accedere al forziere del grande e piccolo schermo. Grazie ad un idioma alle volte rarefatto e malinconico, alle volte fitto e trascinante (e con un uso abbondante di basso albertino e terzine, per i musicisti in ascolto), questi neoclassici sono infatti diventati il serbatoio di pubblicitari e addetti alle sincronizzazioni in cerca di un repertorio musicale evocativo ma non impegnativo: colto a puntino. Non è un caso infatti che fra le conferenze organizzate durante l’edizione 2017 di Classical:Next a Rotterdam ne figurasse una dal titolo Neo Classical – Bright new hope or load of kitschy crap?. Domanda non facile perché tutto sommato adatta anche alla musica di Liszt, Chopin e Mozart. Quanto infatti del catalogo dei grandi compositori del passato rientrerebbe nella categoria di kitsch? La reverenza che dobbiamo nutrire nei confronti di questi musicisti spesso ci impedisce di dichiarare quanto noiose o di dubbio gusto possano essere alcune loro opere. Allo stesso modo, l’hype creato intorno al catalogo di Richter (uno che ama così tanto rilassarci che ha scritto una composizione di otto ore dedicata al sonno), Frahm, Arnalds. Broderick e soci alle volte sembra cullare lo spirito critico fino ad addormentarlo.

Fra i partecipanti alla conferenza sulla neo-classical figuravano anche il già citato Judd Greenstein e Gabriel Prokofiev, quest’ultimo nipote di Sergej (quello di Pierino e il lupo), a sua volta compositore e fondatore dell’etichetta Nonclassical. Autore fra l’altro di due concerti per giradischi e orchestra, Prokofiev junior rientra facilmente in molti dei parametri che servono a delimitare lo spazio indieclassico: ha studi tradizionali alle spalle ma si è dedicato a generi come l’hip hop, l’electro e il grime. Nonclassical (nomen omen) è contemporaneamente una serata di musica organizzata in pub e club londinesi e un’etichetta indipendente fondata dallo stesso Prokofiev che ogni anno organizza una “battle of the bands” dove si “affrontano” diversi musicisti per soli dieci minuti di performance ciascuno. A furor di popolo viene scelto un artista o gruppo che godrà di una propria uscita su Nonclassical. In una di queste serate Prokofiev rimproverò ad uno degli ensemble partecipanti la scelta di eseguire un brano del compositore e architetto Iannis Xenakis poiché il repertorio delle avanguardie del Novecento (delle quali Xenakis fu nome di spicco) non può più essere considerato contemporaneo. Questo la dice lunga su come alcune preoccupazioni teorico/filosofiche alla base del discorso musicale novecentesco “di area accademica” siano state messe da parte in favore di un far musica alleggerito da rigide categorizzazioni.

Se si parla di abbattere gli steccati di genere (musicale), non si può non approfondire le figure di due compositori come Nils Frahm e Ólafur Arnalds. Entambi provengono infatti da contesti artistici molto diversi dalla loro attuale produzione musicale: Frahm (con un nuovo album dall’inequivocabile titolo di All Melody) ha un passato come musicista elettronico prima di approdare all’influente Erased Tapes. Anche lui di casa presso la medesima etichetta londinese, Arnalds viene addirittura dal mondo dell’hardcore e del metal, avendo militato come batterista in vari gruppi di quell’area, cosa che non gli ha impedito di recente di dedicarsi al repertorio di Chopin insieme alla pianista Alice Sara Ott. Oltre ad un certo successo con il cinema (soprattutto per quando riguarda Arlands, vedi The Hunger Games), i due hanno incrociato i propri percorsi musicali diverse volte: l’esempio più recente nel documentario Trance Frendz che vede i musicisti impegnati in una improvvisazione dal vivo su due pianoforti.

Come si diceva, proprio l’impiego di connessioni IRL è in effetti un altro tratto distintivo di questa scena che rafforza la nozione di autoimprenditorialità sottesa all’etichetta indie, nonostante molti dei musicisti che vi appartengono abbiano già effettuato il salto verso quelle istituzioni alla disperata di ricerca di ossigeno (leggi: nuovo pubblico per far girare la ruota) che prima sembravano ignorare la piccola rivoluzione in atto. Che cosa rimarrà di questi nati negli anni Ottanta, è ancora presto per sapere. Ma sarà interessante verificare se la strada che hanno spianato porterà a nuovi ricambi generazionali e a nuove musiche da ascoltare.

 

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 762

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