Jacco Gardner

Past is always happening now

Maglietta Ghost Box indosso, band di giovinastri che sembravano usciti dalla scuola di Canterbury e voce impeccabile esattamente come su disco: l'ultima volta che l'abbiamo visto su un palco, al Liverpool International Festival of Psychedelia, Jacco Gardner aveva regalato quarantacinque minuti memorabili di psichedelia vintage, sì, ma anche onirica e vagamente hauntologica. A inizio febbraio fa tappa in Italia per tre date, durante il lungo tour che segue l'uscita del suo ultimo album "Hypnophobia", licenziato lo scorso anno. Ecco cosa ci aveva raccontato al riguardo.
jacco-gardner-tour

A prescindere dalla provenienza fuori dall’asse angloamericano che conta e dal fatto che sia lui a suonare tutti i numerosi strumenti sui suoi album (batteria esclusa), Jacco Gardner non è come gli altri giovani musicisti infatuati per la musica anni 60 e 70. Dimenticate quindi Temples, Allah Las e TOY. Mettete da parte quella sensazione del già sentito, ma senza scacciare come un demone il passato. Con questo stato d’animo, ascoltate Hypnophobia, brano che dà il titolo al secondo album del ventottenne olandese e che può essere considerato come uno degli esempi più belli di neopsichedelia usciti nel 2015. Non solo l’alternanza cromatica di analogico e digitale nei suoni, un andamento narrativo che trasforma l’armonia tra melodia e ritmo in immagini vivide, ma soprattutto la capacità di visualizzare questa storia sullo sfondo ideale della psichedelia: una dimensione che non è propria della realtà ma neanche del sogno; una zona a metà, come quella del dormiveglia, del ricordo, della memoria e dell’immaginazione. Jacco Gardner aveva già attirato un po’ di attenzione su di sé con l’esordio del 2013 Cabinet of Curiosities, delizioso bon bon psych pop dai suoni rétro caratterizzato da una strumentazione variegata – clavicembalo, fiati, mellotron, tastiere vintage, percussioni – in cui aveva convogliato canzoni scritte nel corso di molti anni, quasi dieci, unendo il tipico concentrato creativo di un esordio a tutte le fascinazioni, non solo musicali, che lo avevano impresso nella sua vita.

 

"Cabinet Of Curiosities" (Trouble In Mind, 2013)
“Cabinet Of Curiosities” (Trouble In Mind, 2013)

 

Il seguito Hypnophobia (in italiano clinofobia, la paura di dormire, non a caso) è un album in cui Gardner riesce a mantenere il proprio stile, ma arricchendone lo spettro sonoro: senza scordare i propri maestri – Syd Barret, Soft Machine, Pink Floyd, Simon & Garfunkel – né la musica classica ascoltata in casa dai genitori, ma portando la propria consapevolezza del passato a un livello superiore. Questo anche grazie all’immersione in un altro passato, quello della library music, delle sperimentazioni del BBC Radiophonic Workshop, delle colonne sonore di genere anni 60 e 70 italiane. Inevitabile l’assonanza con il volto più pop dell’etichetta Ghost Box, su cui c’è da scommettere che l’olandese potrebbe pubblicare il prossimo album (non sembra una sensibilità così distante, la sua, da quella dei Soundcarriers, new entry datata 2014 del catalogo della label spettrale inglese). Anche la connessione logistica c’è già, poiché è stato proprio Julian House – una delle due menti di Ghost Box, designer, autore di copertine celebri e musicista con il progetto The Focus Group – a occuparsi dell’artwork ultra-paranoico di Hypnophobia.

 

Policromatica e visiva, la musica dell’olandese trova la sua ricchezza nella capacità di ricreare un’atmosfera d’altri tempi piuttosto che un semplice modello sonoro del passato. Clarinettista in un’orchestra dall’età di dieci anni, poi al basso, alla chitarra o alle tastiere (a seconda delle necessità) in una band e in seguito solista tuttofare con il suo piccolo studio casalingo, Gardner è sorprendentemente lucido nelle sue analisi. Chiacchieriamo mentre è in furgone nel mezzo del tour europeo e la nostra intervista parte con una breve ma doverosa lezione di storia. “Sono cresciuto in Olanda e la città in cui sono nato, Hoorn, è stata fondamentale per la mia musica. Ha una storia interessante, ebbe un ruolo importante nella Golden Age olandese, intorno al ‘600, divenendo polo di commercio cruciale per la Compagnia Olandese delle Indie Orientali. In quel periodo molti oggetti misteriosi, di cui tutt’oggi non si conosce la provenienza, finirono in questa città… Quel momento storico mi ha ispirato per il mistero che permeava tutta la società di allora, c’era tanto da scoprire, enigmi irrisolti che rendevano l’attitudine dell’uomo avventurosa. Oggi che tutto è su internet sembra che questo fascino sia svanito. Ed è un peccato perché c’è ancora molto da scoprire, è solo un atteggiamento mentale. Guardare a quel passato è stato cruciale nel primo album: i luoghi in cui sono cresciuto, il modo in cui la realtà e l’immaginazione si mescolavano, creando suggestioni. Hypnophobia, invece, è più legato al presente e a un mistero che ora trovo più grande: me stesso”.

 

Jacco Gardner al Liverpool International Festival of Psychedelia
Jacco Gardner al Liverpool International Festival of Psychedelia

Past is always happening now, diceva Trish Keenan, e non è un caso che Gardner citi i Broadcast come riferimento per la sua musica.Trovo che il passato abbia un’azione rigenerante verso il presente, se non l’hai vissuto può essere sorprendente. Ci dice molte cose sul futuro, la bellezza del nostro tempo è che attraverso la tecnologia abbiamo la consapevolezza di ciò che è stato e far sì che questo possa orientarci positivamente. Anche in musica, ogni nuovo movimento si succede sempre più velocemente a un altro, qualcosa di bello viene perduto col tempo ma oggi abbiamo l’opportunità di recuperarlo”. L’importante è saper rinnovare quel passato, ed è qui che subentrano le novità. Quelle tecniche: “Uno degli obiettivi di questo album era trovare suoni che potessero essere visualizzati. Rispetto al clarinetto, al violino o al flauto, usati molto su Cabinet of Curiosities, in Hypnophobia ci sono più sintetizzatori, che creano suoni maggiormente complessi e visivi. Ho sperimentato di più, scoperto cose nuove, del resto non ho mai amato restare su una stessa cosa per troppo tempo. Ho lavorato molto sui suoni dell’Optigan, un modello particolare di organo che mi è stato regalato un paio di anni fa da una chiesta locale. Ho mescolato di più digitale e analogico, anche perché le registrazioni dei due dischi sono andate diversamente: il primo è nato lentamente nel mio studio, mentre il secondo l’ho scritto in tour, usando i sample delle mie registrazioni. È stata una scelta funzionale, ma credo che la possibilità di trovare soluzioni più interessanti arrivi solo quando si cambiano abitudini, quindi anche se amo lavorare in studio sono certo che lo stravolgimento di metodo abbia contribuito a rendere il risultato migliore. L’aver scritto in viaggio ha anche contribuito a rendere più profondo e avventuroso il suono dell’album: quando sei distante da casa e in luoghi di cui non immaginavi l’esistenza si crea una connessione quasi cosmica con la realtà, ci si arricchisce in maniera unica”.

Hypnophobia (Full Time Hobby, 2015)
Hypnophobia (Full Time Hobby, 2015)

E poi ci sono le novità personali, racchiuse nel titolo, legato al tema della paura, del controllo e della scoperta di sé. “Non riuscendo mai a fermare davvero il mio cervello sono diventato improvvisamente consapevole dell’esistenza di una zona fra il sogno e la realtà, un luogo per me estremamente spaventoso. Molto ha a che vedere con l’ossessione di controllare il mio flusso creativo. È una questione ambivalente, la libertà di per sé è un paradosso, perché spesso è un concetto che implica altre limitazioni: da una parte la possibilità di perdere il controllo è un modo per essere padrone della tua produzione; dall’altra, il bisogno di controllo è sintomo della ricerca della stessa libertà”. Un’altra lezione che Jacco sembrerebbe aver appreso proprio dagli anni Sessanta.

 

 

IN ITALIA 

4/2/16 Torino – Spazio211

5/2/16 Roma – Monk w/ C+C=Maxigross e Weird Black

6/2/16 Bologna – Covo Club w/ C+C=Maxigross

 

 

 

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