James Vincent McMorrow

Tristi tropici

Ha registrato un disco rinchiuso in una fattoria in un posto sperduto. Ha abbandonato il folk per il soul elettronico. Usa molto il falsetto. Se leggendo questa premessa state pensando a Justin Vernon non siete del tutto fuori strada, ma forse un po’ in malafede sì.
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james copSi chiama James Vincent McMorrow, è irlandese e nel 2010 ha pubblicato un disco folk rassicurante ma non incendiario intitolato Early In The Morning. Post Tropical, uscito i primi di gennaio, potrebbe fargli ottenere maggiore popolarità, soprattutto tra i fan dei Volcano Choir e di James Blake. Dismesso il cantautorato confessionale dell’esordio, McMorrow punta sull’ambiguità del soul elettronico alternando interni ed esterni e scatta fotografie sovraesposte alle stalattiti.
Il risultato è un disco che ingrassa l’R&B classico ma allo stesso tempo lo priva dei suoi contorni, portandoci molto lontano. Quasi nel deserto, e quasi ai tropici: sarà il titolo, sarà l’immaginario evocato dalla copertina, ma è quasi impossibile ascoltare Post Tropical senza pensare alle condizioni atmosferiche che lo hanno determinato. Sono passati molti anni da quando le teorie di psicogeografia andavano di moda – cosa c’è nell’architettura di alcuni quartieri che ci fa comportare in un determinato modo e in un determinato modo ci deprime – ma il mercato discografico continua a ricamarci sopra, e ha la tendenza a capitalizzare una località geografica per vendere più dischi. Non è musica che trasforma un luogo, ma musica dettata da un luogo: non si contano gli album che negli ultimi anni si vantano di essere di South London, quest’area densa e ambigua tra Peckham e Croydon che in teoria ci ha dato Burial, James Blake e gli XX. Poi uno ci passeggia, a Croydon, e invece di incontrare gente vestita di nero ripiegata sulle tastiere con voglia di morire e la voce evanescente, non vede nessuno, al massimo un fruttivendolo giamaicano. La rivoluzione avviene a porte chiuse, eppure è vero che certi dischi sono dominati da uno stato geografico prima ancora che mentale. Forse c’è una correlazione diretta ma inconscia tra lo spazio che abitiamo e la musica che scriviamo, un legame impalpabile di cui prima o poi qualcuno renderà ragione. In questo senso For Emma, Forever Ago è il Wisconsin, e XX è South London. E Post Tropical di James Vincent McMorrow è davvero un posto ai confini col Messico, ma anche una cosa che non esiste.

Avevo bisogno di registrare in un ambiente scomodo, lontano da casa. So che c’è un numero limitato di dischi che uno può fare nella vita, e volevo trattare questo come se fosse il mio massimo. Abbiamo visitato diversi studi ma questo fuori El Paso in Texas (dove ogni giorno centinaia di messicani valicano il confine e finiscono nelle grinfie dei ranger mirabilmente descritti nel film Le tre sepolture, quella El Paso, NdR) è speciale. Si trova in una piantagione di noci in mezzo a un paesaggio arido e secco, per certi aspetti alieno. A volte il paesaggio fa il disco”.

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I tropici” – scriveva Claude Lèvi-Strauss – “sono più fuori moda che esotici. Non è la vegetazione a dimostrarlo, ma piccoli particolari architettonici e la suggestione di un genere di vita che fa pensare a un ritorno impercettibile nel tempo, più che all’immenso spazio superato”. In questo senso McMorrow ha trovato il titolo perfetto per il suo secondo album. Anche la copertina, con quel rosa pallido e demodé, sembra evocare un mondo in cui qualsiasi sentimento è sbiadito, in un orizzonte temporale non immediatamente riconoscibile. Cosa resta, dopo i tristi tropici? “Il titolo è stata la prima cosa, mi è venuto in mente un anno prima del disco. Qualcuno mi ha chiesto ‘Come vuoi che sia il tuo secondo album?’ e io ho risposto: post tropical. Non sapevo cosa significasse e non lo so ancora. Volevo che fosse indipendente, capace di agire secondo le sue regole, che avesse le sue leggi. Interno e coerente con se stesso. E anche un po’ surreale”.

Tra le cose più apprezzabili del lavoro di McMorrow c’è sicuramente l’intenzione di “fare musica simile a quella che ascolto”. In un regime culturale così fortemente indebitato col passato, è sempre bello accogliere un disco attento a suoni contemporanei, che sia il tanto chiacchierato “indie o hipster R’n’B”, la post-dubstep o il folk polifonico e d’avanguardia. Sono filoni chiaramente percepibili al di là del nostro spasmodico desiderio di classificarli e che descrivono una relazione immediata col presente. “Sono consapevole della tendenza a immettere sul mercato dischi che suonano già vecchi. Ma non la capisco. Sono cresciuto con l’ossessione per Donny Hataway ma non ho mai avuto la tentazione di fare musica che suonasse così, perché quegli sono album degli anni Settanta e questo mi è sempre stato chiaro. C’è una correlazione diretta tra musica e contesto e i dischi che puntano a ricreare determinate atmosfere in vitro non mi interessano. Ci sono talmente tanti strumenti per tradurre quello che ho in testa che non ho scuse, non ho alibi. Non posso dire: le possibilità sono finite, perché non è vero. Il pensiero musicale è davvero senza limiti; ho un computer e degli strumenti che mi permettono di creare qualsiasi materiale io voglia. Questo significa essere un musicista moderno. Le influenze sono un’altra cosa, tutti i dischi che amo mi condizionano ma non li sentirai mai in Post Tropical. Se ti dicessi che ci sono gli At The Drive In ci crederesti? No, eppure se devo isolare la batteria e come interagisce con la chitarra in un determinato segmento, a me risulta chiarissimo che l’ho presa da loro. Non studio i miei contemporanei, non vado alla ricerca di suoni precisi. Forse sono questi suoni che arrivano a me. Non so cosa sia l’indie R’n’B, so che ho ascoltato molto Flying Lotus prima di scrivere il disco e se c’è qualcuno oggi in grado di creare qualcosa di così sonicamente denso e perfetto allora penso che dovremmo sforzarci tutti di essere alla sua altezza”.

Il rischio è che Post Tropical, pur essendo un album affascinante e meritevole di essere giudicato secondo regole tutte sue, venga sommerso dal confronto con il secondo album di Bon Iver, quello che ha segnato una presa di distanza dal folk classico verso sonorità più robuste e che, nonostante sia di solo due anni fa, ha già fatto scuola. “Quello con Bon Iver è il paragone più pigro e ottuso che si possa fare. Andiamo, solo perché usiamo entrambi il falsetto? La stampa musicale ha questa smania di connettere tutti i punti per creare scene inesistenti. Non credo che ci ascoltiamo a vicenda, forse ci piacciono solo le stesse cose. Mi piace quel che fa, ma i suoi album non hanno avuto più impatto su di me di centinaia di altre cose. Del resto pensavano fossi un cantautore folk solo perché avevo la barba e una chitarra, ma è un mio diritto fare quel che mi pare senza preoccuparmi delle reazioni. È lo spazio di autonomia di un musicista, e Vernon l’ha sfruttato quando ha cambiato direzione verso sonorità più stratificate e complesse. Questo lo apprezzo: un musicista deve cambiare, adattarsi, crescere”. Forse la maniera in cui tutto questo accade è davvero più inconscia ed enigmatica del previsto. Forse un giorno McMorrow ha fatto benzina, ha sentito Creature Fear o I Never Learned To Share che risuonava dal baracchino con la cassa (esisterà pure un benzinaio che non ascolta All The Country You Can Take FM in Texas) e quando è entrato in sala di incisione ha preso determinate decisioni piuttosto che altre. Cosa separa la volgare imitazione dall’estasi dell’influenza? Fino a che punto siamo una citazione e quand’è che diventiamo meravigliosamente soli e liberi in quel che facciamo? “Musicisti che lavorano nello stesso momento storico, con una formazione ed un’educazione simile, finiranno con fare dischi simili pur non volendolo. Non sapremo neanche il nome l’uno dell’altro, ma è il tempo che viviamo ad avere la meglio su di noi. E l’unica distinzione che resterà sarà quella tra musica buona e cattiva”.

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Il singolo di punta dell’album è Cavalier e da qualche mese gira un video che esalta le potenzialità, già molto buone, del pezzo. Più che un video è in realtà un mini-film a budget ridotto realizzato da Aoife Mcardle, la stessa che ha girato Open Eye Signal di Jon Hopkins (“Hai presente Jon Hopkins?” mi chiede McMorrow. “Un po’ difficile perderselo considerato che è in quasi tutte le classifiche del meglio del 2013” rispondo io. “E se lo merita”, insiste lui, “perché è un fottuto genio”. Se due indizi fanno una prova, si sappia che questo tizio ascolta molta elettronica). Mentre McMorrow si lancia in uno straziante “I remember my first love”, nel video vediamo un ragazzino che perde l’amore, va a pippare coca in un night pieno di spogliarelliste, attacca briga in un drugstore e perde sangue su un autobus a tarda notte. Tutto questo in un’esplosione di trombe e fanfare che è il nuovo marchio di fabbrica. “Ho parlato con tanti registi noti e meno noti pescati dalla Rete. Il mondo è pieno di video con belle idee o un concept visivo forte ma che non raccontano niente. Ci sono sempre storie mezze dette o non abbastanza dette, così ho chiesto ad Aoife di fare quel che poteva nei minuti a disposizione. Ha girato tre video, uno più bello dell’altro. Non le ho chiesto di cambiare niente, sono perfetti”.

In Red Dust, la seconda installazione visuale scelta per presentare l’album, c’è una ragazza che vive in un camper in uno scenario da Breaking Bad, si veste da uomo, gioca con un fucile e si rasa i capelli a zero proprio mentre il cantante dice “sometimes my hands don’t feel like my own”, trovando due modi per dire la stessa cosa e contrassegnare un disagio identitario. Sono scelte stilistiche bizzarre – a primo acchito quest’epica americana marginale e deviata è quanto più di distante  da composizioni musicali quasi barocche – ma decisamente suggestive e sono facilitate dall’ambiguità dei testi di McMorrow. Il folk da cui in teoria proviene è un genere che propende verso le narrative forti, ma tutte le storie in Post Tropical sono ambigue, vaporose, e le parole si trascinano al punto da essere indistinguibili. “Cavalier ha un testo molto aperto e stabilisce un collegamento diretto con il pubblico, ‘I remember my first love’ è un verso a cui chiunque riesce a rapportarsi. Ma il resto del disco non è così, volevo che fosse un’opera più surreale che concreta. Volevo creare trame che sembrassero scontate e serene quando sotto ribollono strati di ini inquietudine e disagio, è uno di quei dischi che rivela profondità diverse a ogni ascolto. Non inizia in un determinato punto e non finisce in un determinato punto. E non devi capire per forza quello che dico”.

Tutto questo entusiasmo sonoro rischia di essere dispendioso dal vivo. “No, in tour saremo solo in quattro. Ma suoneremo come se fossimo in dieci, ognuno dovrà gestire tre strumenti diversi. Non mi piacciono le band in cui uno suona un cimbalo ogni dieci minuti e il resto del tempo sta fermo, voglio creare una specie di intensità concentrata che si presta molto al disco. Magari col tempo aggiusteremo il tiro. Voglio dire, mica siamo gli Arcade Fire! Quando presenti un album dal vivo in qualche modo lo riscrivi daccapo, è come se stessi facendo cover delle tue stesse canzoni. Il pubblico deve ottenere qualcosa di diverso se non in più, altrimenti che ci viene a fare?”. È bello pensare che, nonostante Simon Reynolds lo liquidi come discutibile tentativo di rivisitare il soft rock di Phil Collins e di Elton John, negli ultimi anni si stia facendo largo una generazione di cantautori che non teme la ballata romantica col sintetizzatore. Ed è bello pensare che ci sia una linea immaginaria che attraversa i dischi di artisti, non necessariamente in dialogo tra loro e non necessariamente complici, che siano in qualche modo presenti al loro tempo e spostino le barriere. Tra la densità sonica di Flying Lotus e il gospel razionale di James Blake, e oggi anche con l’angst post tropicale di James McMorrow, qualcosa si muove. Lentamente, eppur si muove. 

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