Jason Molina

1973-2013

C’è gente che immagina di morire per scoprire chi andrà al proprio funerale. Io non lo faccio mai. Io fantastico di andare ai funerali per leggere ad alta voce discorsi di commiato che manderanno la gente in pezzi.
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Sarà colpa della cattiva televisione che ho visto, ma l’orazione funebre è sempre stata uno dei miei generi preferiti. Nei miei quaderni ho fatto morire amici, parenti e amanti solo per il gusto di compiangerli. Il 18 marzo, il giorno in cui si è saputo che Jason Molina era morto per complicazioni al fegato, mi sono vergognata. Quella era un’orazione che non avrei voluto scrivere, né leggere o anche solo immaginare. Perché farlo non mi avrebbe fatto sentire meglio o speciale, non avrebbe detto al mondo “Guardami, anche io amavo le sue canzoni tristi. Guardami, anche io sono una persona ferita e sensibile. Guardami, io lo conoscevo”. Perché tutte queste cose erano vere, ma allo stesso tempo non lo erano. Perché negli ultimi anni io Jason Molina non lo ascoltavo più. Quando sono stati lanciati appelli per raccogliere fondi per le cure mediche che non poteva permettersi non avendo un’assicurazione sanitaria, avevo reagito con relativa indifferenza, così come quando Cat Power ha annullato il tour perché in bancarotta e costretta a curarsi dall’angioedema. Non che la notizia non mi toccasse: mi toccava. Ma io non volevo sapere. Preferivo immaginare che queste persone fossero al sicuro, protette dal cerchio dei loro cari, in un posto in cui la lettera di un fan non avrebbe fatto differenza. Ho letto il ringraziamento di Jason Molina per i messaggi di sostegno arrivati dopo la richiesta di aiuto. Ho letto i tweet di Cat Power commossa dall’attenzione ricevuta. Forse il nostro affetto fa la differenza. Allora perché ero sparita solo per tornare quando Jason Molina è morto? Perché non ascoltavo più The Lioness, che pure ho amato tanto? Perché come Deathconsciousness degli Have A Nice Life è uno di quei dischi che io non sono più abbastanza forte da contenere. Quando la tua vita migliora secondo tutti i canoni oggettivi, paradossalmente sei più fragile, e il ricordo di quello che ti sei lasciata alle spalle equivale a una scossa elettrica. Io Jason Molina l’ho dovuto dimenticare.

Una volta un ex alcolista mi ha detto “La mia vita è successa tra un incidente stradale e l’altro”. Da quel momento immagino la dipendenza come una lunga carreggiata stradale di notte, illuminata solo dalle luci rosse e bianche delle macchine, con un esercito di persone danneggiate che escono dai rottami per percorrere chilometri solo per infilarsi in un’altra macchina, in attesa dell’ennesimo incidente che le porterà al collasso. Come una foto che Gregory Crewdson non ha mai scattato.
Il giorno in cui ho saputo che Jason Molina era morto mi sono stesa sul letto con le braccia lungo il corpo e ho fissato il soffitto. Ho lasciato lo stereo acceso nell’altra stanza, la sua voce mi è arrivata filtrata dal muro, dalla pessima acustica del mio appartamento, e la bellezza di certe canzoni mi ha trafitto. Non volevo ascoltare quelle in cui si sentiva solo, ma quelle in cui era innamorato. Così ho messo il tasto repeat su Back On Top, quella che fa: “I’ve been thrashed by the hope of your body”. Lì, non sono sicura, ma potrei aver pianto. Solo poche ore prima avevo letto in un racconto di Richard Ford intitolato Great Falls: “è solo una vita a bassa intensità, una specie di freddezza in tutti noi, un senso di impotenza che ci spinge a fraintendere la vita quando essa è pura e semplice, qualcosa che fa sembrare la nostra esistenza un confine tra due niente, e che ci rende né più né meno che animali che si incrociano sulla strada – guardinghi, senza capacità di perdono, senza pazienza né desiderio”. Frasi che forse non hanno niente a che fare con Molina, con chi lui era. Ma stesa sul letto ho ripetuto le parole pazienza e desiderio, pazienza e desiderio, pazienza e desiderio, finché non mi sono calmata. Poi ho iniziato a pensare a quest’orazione e a come l’avrei conclusa. “Every love is your last love / every kiss is a goodbye” cantava Molina. E l’ho chiusa così.

Pubblicato sul Mucchio 705

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