Jerusalem In My Heart

Cannibalismo culturale

Il progetto sull'asse Libano/Canada di Radwan Ghazi Moumneh e condiviso con il filmmaker Charles-André Coderre torna in Italia per sei (imperdibili) date a inizio novembre. Ecco quello che Radwan ci aveva raccontato della sua storia, dell'identità e del suono di JIMH e delle tendenze "world" degli ultimi anni nella musica internazionale in un'intervista uscita sul Mucchio a seguito dell'ultimo album "If He Dies, If If If If If If".
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In molti conosceranno la celebre frase che tanto fa indignare alcuni giornalisti musicali, “Scrivere di musica è come danzare di architettura” – coniata dall’attore Martin Mull nel 1979 e ripresa con gusto da parecchi artisti, primo fra tutti Elvis Costello. Mi piace intendere questa geniale espressione non tanto come limite del giornalismo di settore in sé, quanto come sintesi (non senza sarcasmo) della superiorità del linguaggio musicale rispetto a quello verbale: la musica riesce a dire cose che la parola non può. Concetto banalmente valido per quasi tutta l’arte dei suoni, ma che trova un esempio profondamente calzante nel progetto Jerusalem In My Heart. Fin dal nome – invero preso in prestito dal titolo di un album della cantante libanese Fairouz – in cui si gioca con il simbolismo di una città crocevia di religioni e culture diverse, JIMH mette in musica l’incontro fra tradizione araba ed elettronica “occidentale” contemporanea, trasmettendo a entrambe le culture la complessità di una storia lunga secoli. A dirla tutta, sulla carta la difficoltà è soprattutto per l’ascoltatore da questa parte del globo, messo di fronte a codici linguistici e sonori della cultura araba. Nonostante Radwan Ghazi Moumneh – mente dietro parole e musica di JIMH – canti in arabo e nonostante ci sia il pericolo di scambiare per mistico/religioso un progetto il cui simbolismo è, piuttosto, radicato in aspetti culturali e socio-politici della zona d’origine del suo autore – il Libano – in qualche modo l’intensità della storia (personale e collettiva) raccontata riesce a sfondare le barriere comunicative e farsi intimamente universale. La spia che questo meccanismo riuscisse a innescarsi si è accesa grazie al progetto condiviso con i Suuns, in un album pubblicato nell’aprile dello scorso anno da Secretly Canadian. Finora, una delle uscite più sorprendenti del 2015.

 

If He Dies, If If If If If If Constellation, 2015)
If He Dies, If If If If If If Constellation, 2015)

Ma la storia di Radwan Ghazi Moumneh è assai più lunga. L’ultimo album uscito nel settembre 2015, If He Dies, If If If If If If, la collaborazione con i Suuns e, andando a ritroso, l’esordio Mo7it Al-Mo7it (licenziato nel 2013 da Constellation), sono solo l’ultima propaggine di un percorso iniziato anni fa. Da allora, Radwan ha lavorato nel suo studio di registrazione a Montréal, Hotel2Tango, con una lunga lista di formazioni – due nomi a caso: Godspeed You! Black Emperor e Mashrou’ Leila -, ha portato avanti JIMH come progetto unicamente performativo ed è diventato riferimento della scena alternativa di Montréal nonostante, appena giunto in Canada, tutto facesse credere che questa integrazione non sarebbe avvenuta.

Partiamo dall’inizio: come sei arrivato a Montréal dal Libano?

Quando sono nato, nel 1975, in Libano era appena iniziata la guerra civile: con la mia famiglia ci siamo spostati prima in Oman e dopo 15 anni in Canada. I miei genitori, però, sono molto “arabi”, non si sono mai ambientati e verso la metà dei Novanta, quando la Guerra del Golfo era passata, sono tornati in Libano. Decisi di restare in Canada per studiare tecniche di produzione e registrazione, sono tornato per la prima volta in Libano solo 10 anni fa, provai a vivere lì di musica, ma era impossibile. Trovai lavoro solo in una stazione petrolifera! È a quel punto che sono tornato a Montréal e ho aperto il mio studio di registrazione, che è nello stesso edificio degli amici di Constellation, con cui lavoro spesso come produttore. Iniziai allora con Jerusalem in My Heart, che ho sviluppato soprattutto dal punto di vista performativo. C’è voluto l’incoraggiamento dei miei vicini di studio per pubblicare il primo album.

Ancora oggi l’integrazione tra culture diverse è difficile, come è stato per te quando sei arrivato a Montréal negli anni Novanta?

Inizialmente il mio rapporto con la cultura occidentale è stato come l’incontro tra olio e acqua, due elementi che non riescono a mescolarsi. Ci siamo spostati qui durante la Guerra del Golfo, era il primo conflitto aperto tra Stati Uniti e Stati Arabi e c’erano già molti pregiudizi nei nostri confronti. A scuola fu terribile: ero nuovo e anche “il mussulmano” – mi chiamavano così, anche se già allora ateo. I miei ricordi dei primi anni in Canada sono segnati da sensazioni di aggressività e ostilità. Da adolescente, la prima cosa che ho fatto è stata assimilare la musica occidentale – avevo paura di essere considerato diverso. Suonavo la chitarra, ascoltavo rock e punk. Avevo una band e, non ci crederai, ero pazzo per il punk italiano dei primi anni 80 – Wretched, Raw Power e Negazione. Mi piace l’attitudine musicalmente aggressiva di quei gruppi. Ho ascoltato anche tanto Franco Battiato, Roberto Cacciapaglia e adoro quel disco di Raul Lovisoni e Francesco Messina (Prati bagnati del monte analogo, del 1979, prodotto da Battiato. Risalire ai nomi di ognuno è stato uno spasso, NdR). Ma come siamo arrivati fino a qui? (risate, NdR).

Parlavi del punk e della musica occidentale. Poi, però, sei tornato alle origini…

Sì, anche per la nostalgia che cominciavo ad avere verso la mia famiglia, ho iniziato a comprare dischi di musica araba. Quando ero piccolo ascoltavo in maniera indiretta molta musica tradizionale del mio Paese, ma per un bambino è roba difficile da capire: canzoni lunghissime, lente, ripetitive, noiose. Poi si cresce e l’alcol ti aiuta a entrare in quel tipo di musica (risate, NdR). Sviluppi un interesse e le tue radici ti sembrano la cosa più bella in assoluto.

È qui che nasce l’idea di Jerusalem In My Heart, la cui musica incrocia il tuo passato e presente. C’è un grande trasporto emotivo nelle composizioni, ma non va rintracciato nella fede religiosa. Da dove arriva?

L’intento di JIMH è mescolare musica tradizionale e composizioni contemporanee. Il risultato è molto emozionale e il mio riferimento più forte è la Tarab music, la musica tradizionale araba. È una musica popolare nel mondo arabico ma sconosciuta al di fuori, caratterizzata da una grande attenzione all’aspetto poetico: chi scrive i testi ha un compito più difficile di chi si occupa della musica, la metrica è complessa e ha origini nel XV e XVI secolo, il risultato è di grande drammaticità. Aspetti che cerco di riportare nella mia musica, aggiornandone i contenuti all’attualità con testi politicizzati – in questo album parlo della mancanza di informazione attorno alla situazione siriana, dell’ipocrisia legata alla religione e omaggio Sivan Perwer, socialista curdo finito in carcere per 25 anni per colpa della sua arte.

Oltre alla musica e alle parole, però, JIMH ingloba anche la tua passione per l’aspetto visivo.

JIMH non è un progetto solista, è un duo che oggi condivido con Charles-André Coderre (e fino all’album precedente con la film maker cilena Malena Salazar e il produttore francese Jeremie Regnier, NdR). Con Charles creiamo insieme il live, un concept tra musica e cinema: i visual che accompagnano i concerti sono composti da immagini tratte da circa 150 film diversi, è un lavoro concettuale nella scelta ma do it yourself nella messa in pratica. Quella dei visual che accompagnano la musica è una moda in voga da una decina d’anni, ma spesso non viene offerto uno spettacolo organico con la musica, perché al mezzo cinematografico non viene dedicata la cura specifica che merita. Spesso a fine concerto le persone mi dicono: “Non capisco, ma capisco”. È il mio obiettivo far sì che su una musica sperimentale, accompagnata da video astratti e testi in arabo le persone riescano comunque a dare una propria interpretazione e creare una connessione con quello che vedono.

 

jerusalem-in-my-heart-live

 

Per noi occidentali, capire di cosa parli nelle canzoni è impossibile ma anche i titoli sono incomprensibili. Perché questa scelta?

In parte perché amo molto quello che non conosco: la musica sperimentale, l’arte astratta, tutto ciò che non riconosco immediatamente ha un forte potere attrattivo su di me. E poi volevo mettere come dei lucchetti alle canzoni, fare una sorta di esperimento culturale: come se sovrapponessi, con una forzatura, le culture – i titoli sono un miscuglio di lingua araba e occidentale, ci sono anche numeri e sono impossibili da pronunciare per chi non è arabo – spingendo oltre i consueti confini che abbiamo in testa. Il risultato è una forma artistica astratta che ingurgita due culture, una specie di cannibalismo.

Come musicista a quale delle due culture ti senti più vicino?

Come musicista credo di avere un territorio ancora molto ampio da studiare. Il futuro di JIMH lo vedo orientato allo sviluppo di uno stile musicale che si muove verso la musica tradizionale araba. Un genere in cui gli artisti sono capaci di pubblicare anche 30 dischi tutti molto simili fra loro, in cui studiano e sviluppano lentamente alcune tecniche. Nella cultura pop occidentale, se pubblichi due album simili viene letto come un segnale negativo. Non si ha la pazienza di vedere la crescita nel tempo di una disciplina, mentre i cantanti classici indiani ci mettono circa 30 anni prima di ritenersi tali, 30 anni a cantare sempre la stessa cosa! Mi sento più vicino a questo tipo di approccio, per cui la comprensione reale di qualcosa ha bisogno di tempo per essere raggiunta. In Occidente c’è questa logica commerciale per cui se fai un disco uguale al precedente Pitchfork lo cestinerà e le persone non lo compreranno perché… Già lo hanno comprato.

A proposito di tendenze occidentali, molta musica indipendente sta inglobando suggestioni dal mondo. Cosa ne pensi?

Che quando si prendono solo gli aspetti dall’esterno più esotici si finisce con l’ottenere un lavoro superficiale e scadente: non si immergono le persone in una cultura diversa e non si rispetta la cultura da cui si attinge. Come se uno dicesse “Sì, amo il cibo italiano, ho mangiato la pasta!”. Viene preso l’1% di una cultura, senza tentare di esplorarla. Amo invece il cannibalismo culturale, quando le persone raccolgono elementi da diversi luoghi e culture e li mettono insieme: ma deve essere un processo fatto con rispetto, ricerca ed eleganza, non può essere solo una specie di fusion di ritmi arabici su una canzone rock.

Mo7it Al-Mo7it (Constellation, 2013)
Mo7it Al-Mo7it (Constellation, 2013)

 

Concludiamo con un tema ancora più scottante: che lettura dai al fenomeno Omar Souleyman?

C’è una logica dietro la sua popolarità. Negli ultimi anni c’è stata un’esplosione di interesse verso la musica tradizionale etiope, quella asiatica, l’afrobeat… La musica tradizionale araba, invece, non avrebbe molte possibilità di diventare popolare: è impossibile da ballare e difficile da comprendere. Omar Souleyman fa quello che fanno migliaia di altri in Siria, la sua musica la trovi ovunque nelle feste dei matrimoni, ha un accentuato aspetto folkloristico. Vocalmente ha anche abbastanza talento, come è necessario per tutti i cantanti di musica araba, ma è stato costruito un personaggio dal look “esotico” per il pubblico occidentale: una caricatura hollywoodiana inquietante, con questi occhiali scuri e i baffi, che parla in una lingua incomprensibile ma che in realtà canta di amore, feste ed essere felici. Il ritmo è perfetto per ballare ubriachi a un festival, l’insieme è un cliché di questo esotismo che è associabile a quello della musica indiana con Bollywood negli anni ’50. La parte più triste è che l’etichetta che pubblica Souleyman, Sublime Frequencies, ha le migliori intenzioni – rispetto molto il loro lavoro, attento alla diffusione di alcuni suoni del Medio Oriente. Chi strumentalizza sono i promoter e gli organizzatori dei festival europei, che lo piazzano nelle line up un po’ tipo “Ma sì, mettiamo questo tizio che assomiglia a Saddam Hussein che fa ballare la gente”. Nessuno nel pubblico ha vagamente interesse nella cultura siriana e trovo questo stereotipo esotico per le masse occidentali razzista nel suo approccio.

 

SEI DATE IN ITALIA PRESENTATE DA WAKEUPANDREAM

01.11.16 Padova @ Ex Cinema
03.11.16 Perugia @ Degustazioni Musicali Cinema Zenith
04.11.16 Roma @ Monk Club Roma Europa Festival
05.11.16 Bari @ Cinema Teatro Royal (Time Zones Festival)
08.11.16 Arezzo @ Karemaski
09.11.16 Milano @ Santeria Social Club

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