The Jesus and Mary Chain

Fenomelogia degli altri 80

Rinvigoriti dal tour per il trentennale di "Psychocandy", i Jesus And Mary Chain tornano in Italia il 27 agosto in occasione del TOdays di Torino. Con un nuovo album che pare essere davvero all’orizzonte e il ricordo ancora vivido di “quegli” anni 80, luci e ombre di una band di outsider che non avrebbe potuto che nascere nella periferia Sud Est di Glasgow.
JESUS AND MARY CHAIN
Fenomenologia degli altri 80

Nell’estate del 1984 in Gran Bretagna non tira esattamente una bella aria. La politica repressiva di Margaret Thatcher tocca una delle vette più aspre con il pugno di ferro nei confronti dello sciopero dei minatori di Cortonwood, scontro di classe epocale nella storia del Regno Unito; la rivoluzione do it yourself del ’76 e il successivo boom arty del post-punk lasciano il posto a un vuoto cosmico culturale, che nella musica pop si traduce con Wham!, Phil Collins e Frankie Goes To Hollywood in vetta alle classifiche – gli Smiths di Moz e Marr con l’esordio omonimo tra gli album più venduti non sono che l’eccezione alla regola di una scena indie che, due anni dopo con la raccolta C86 di “NME”, sarà ancora solo un piccolo circuito virtuoso dell’underground.

Alla periferia dell’Impero, in un sobborgo di Glasgow noto come East Kilbride, quattro (relativamente) giovani scozzesi uniscono l’alienazione da quella società con la propria “aggressività creativa” in un passatempo poi considerato cruciale per quello spartiacque del rock alternativo anni 80 che fu Psychocandy. Jim e William Reid, Douglas Hart e Bobby Gillespie sono soliti passare i loro pomeriggi migliori in una fabbrica di vernici abbandonata della periferia, prendendo LSD, ascoltando musica che soltanto loro, da quelle parti, sembrano conoscere, facendo foto, disegnando graffiti e scaraventando con violenza oggetti e bottiglie contro le pareti.

The Stooges, Velvet Underground, Syd Barrett, The 13th Floor Elevators, Cramps e Doors, la colonna sonora di una serie di esperienze psichedeliche alimentate da un’immaginazione artistoide e un’irruenza non più adolescenziale fatta di noia, emarginazione, dissenso, droghe sintetiche, alcol e incazzose radici scozzesi. Oltre l’estetica dark di pantaloni in pelle e capigliature gotiche, dai primi anni 80 nella loro cameretta di East Kilbride fino alla rovinosa separazione durante un concerto a Los Angeles nel 1998, quella dei Jesus And Mary Chain è una vicenda indissolubilmente legata al contesto in cui è cresciuta e al rapporto a dir poco conflittuale tra Jim e William, in un equilibrio dove le forze del male tendono a sovrastare quelle del bene con iperboli irruenti e morbose.

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A sopravvivere alla colata di feedback e allo spesso impietoso scorrere del tempo saranno le melodie, le canzoni, la scrittura pop dei Reids: il cuore dolce e lisergico di Psychocandy, festeggiato lo scorso anno con un tour per il trentennale – passato anche a Ferrara – che ha trovato una sua ragione d’essere nonostante sotto palco non ci fossero risse, ma tanti ragazzi nati dopo il 1985; una manciata di anthem noise pop, dall’anima nera privata di rumore bianco di Darklands ai singoloni di Munki, che tornano in questi mesi a colpire nel segno con concerti che parrebbero di pura autocelebrazione. Non fosse che, dal vivo, i Mary Chain oggi sono in forma come forse non lo sono mai stati.

Lo scorso marzo, dal palco del festival Cosmosis a Manchester – dopo un set che per intensità emotiva e potenza sonora ha spazzato via le incertezze dei live visti tra la reunion del 2007 fino al copione ben eseguito del tour di Psychocandy – Jim Reid annunciava che un nuovo album è davvero in arrivo. Negli ultimi anni non è certo la prima volta che si paventa l’ipotesi, ma ora sembra esserne più convinto. È da qui che parte la nostra conversazione telefonica, meno breve e difficile da condurre del previsto. Se intervistare i fratelli Reid negli anni 80 significava schiantarsi contro un muro di ritrosia e timidezza corazzato di arroganza e provocazione dall’alto tasso alcolico, stavolta gli iniziali monosillabi e tono circospetto si trasformano in una dose quasi generosa di parole, snocciolate con tipica cantilena glaswegian. “Di un nuovo album ne parliamo da quando ci siamo riformati nel 2007 ma, sai, ci sono stati molti ritardi. Come sempre mio fratello e io siamo in disaccordo su gran parte delle cose, finché l’anno scorso abbiamo finalmente cominciato a registrare con Youth dei Killing Joke e i pezzi hanno iniziato a mettersi insieme. Per noi è un’esperienza completamente nuova, non abbiamo mai avuto un produttore… Poi però William si è ammalato, ha avuto bisogno di una lunga pausa quindi i brani sono ancora in versioni grezze; il piano, adesso, è missarli dopo le date live e far uscire il disco. Che credo sarà diverso dai precedenti anche solo per la presenza di un’entità nuova, un produttore, che mancava nella nostra dinamica in studio”.

Nei sei album stampati dal 1985 al 1998, poche persone sono riuscite a inserirsi nell’irrequieto ménage produttivo di Jim e William Reid. Tanto tenace era l’ambizione di diventare star della musica pop – alimentata fin dai primi anni 70 dalle performance di Bowie, Bolan e Slade visti a Top Of The Pops – quanto incontrollabile la loro incapacità nel relazionarsi con l’industria discografica e i suoi emissari. Estromessi dalle emittenti radio (a eccezione di John Peel), temuti dai tecnici TV (un’unica, sbronzissima performance a TOTP in tutta la carriera è bastata e avanzata), beffardi e ostili verso i possibili produttori (da Stephen Street, già all’opera con gli Smiths, a Chris Hughes ai comandi coi Tears For Fears), annoiati e maldisposti verso i giornalisti, i Jesus And Mary Chain trovarono pressoché solo in Alan McGee e Bobby Gillespie degli spiriti affini alle proprie inquietudini. A unirli, due connotati fondamentali: il sangue scozzese e l’esistenza sconvolta dal punk. Oltre vent’anni passati in una new town suburbana a Sud Est di Glasgow, in aggiunta alle origini working class e a un’ostilità tanto verso il lavoro quanto i rapporti sociali, avevano trovato terreno fertile nella lezione “tutti possono farlo” dei Ramones e nei dettami dissacranti dei Sex Pistols. Il piano dei Reids era formare la band che nessuno – premiata ditta Reed & Cale esclusi – aveva inspiegabilmente immaginato fino ad allora: il gusto pop per la melodia dei gruppi Motown (“Ascoltavamo di tutto, anche Dusty Springfield e Burt Bacharach”) unito al rumore assordante e sovversivo degli Einstürzende Neubauten.

1998
1998

La storia vuole che la demo che nessun discografico di Glasgow aveva voluto prendere in considerazione, con registrazioni al limite dell’udibile di pseudo-scazzottate negli scantinati del Brill Building quali Never Understand e Upside Down insieme a Vegetable Man di Syd Barrett, raggiunse il giovane ma già attivissimo Gillespie, allora voce dei Primal Scream e roadie degli Altered Images. Poco prima di finire (in piedi) dietro la batteria dei Mary Chain fino dopo il tour di Psychocandy, Gillespie fu il tramite tra i fratelli Reid e Alan McGee, guru della Creation Records e, in quei primi anni 80, indaffarato nella gestione di un piccolo club londinese molto seguito dalla stampa musicale, The Living Room. Nell’estate del 1984 i Reids conquistano prima McGee con un provino ricoperto di urla e distorsioni, e poi la stampa specializzata, con “NME” pronto a definirli “Il gruppo più importante dai tempi dei Joy Division”. Saranno state le anfetamine e l’alcol (“In realtà eravamo molto timidi, negli anni abbiamo imparato a farci i conti, ma allora cercavamo di porci come le persone più sicure al mondo… Non avremmo mai potuto gestire il palco da sobri”), sarà stato McGee perfettamente calato nei panni di Malcom McLaren, avrà contribuito il loro wall of sound con volumi fuori controllo e non sarà mancato lo zampino di certa mitologia rock’n’roll, eppure tra 1984 e 1985 i Jesus And Mary Chain sono il gruppo che impedisce al rock alternativo inglese di implodere. Per qualche mese i loro concerti, affollatissimi, finiscono sistematicamente in rissa e il legame con il punk – in una versione più psichedelica – è troppo forte per non pensare che il fenomeno abbia anche una portata socio-culturale. “I primi anni 80 sono stati il punto più basso nella storia della popular music. C’era stato il punk, i Joy Division, e poi non era successo più niente. Le persone aspettavano qualcosa a cui reagire. Credo fosse questo il motivo per cui i nostri live, in particolare a Londra, finivano in risse. Le persone sentivano le nostre provocazioni e reagivano, c’era una continuità con il punk. La musica degli anni 80 ci ha influenzato molto perché la odiavamo, siamo stati ispirati più dalla musica cattiva che da quella buona perché la BBC passava roba orribile e noi volevamo cambiare la musica pop”.

Sollecitato nel menzionare cos’altro, dal punto di vista culturale, abbia segnato in negativo i primi anni di vita dei Jesus And Mary Chain, Jim Reid si rivela loquace quasi quanto un Gillespie aizzato su temi politici. “Durante gli anni 80 tutto, culturalmente, era disgustoso. Dal punto di vista politico entravamo nel pieno della gestione Thatcher: non siamo mai stati una band con una connotazione politica, ma eravamo molto distanti dall’immaginario che imperversava e veniva imposto dall’establishment. Eravamo degli outsider da un altro pianeta. È stato un decennio connotato da uno spiccato materialismo, dall’attaccamento al denaro, atteggiamenti che non ci appartenevano. E anche per quanto riguarda altre forme artistiche – non solo l’attenzione all’immagine della musica di quegli anni, ma anche il cinema e la letteratura dominanti – non credo ci sia stato un periodo più autoreferenziale e ossessionato da se stesso come gli Ottanta. In genere si tende ad analizzare un periodo storico a posteriori, mentre allora si parlava parecchio di ciò che stava accadendo, ci si guardava continuamente allo specchio… Uscivano libri come The Bonfire Of The Vanities di Tom Wolfe o guide tipo Vivere negli anni 80. Ma cosa mi avevi chiesto, scusa?”.

Per i fratelli Reid, gli anni 80 avevano significato impacchettare a ritmo di speed le copie, richiestissime, del singolo Upside Down, primo colpaccio della Creation; diventare “i nuovi Sex Pistols” senza aver neanche pubblicato un album; suonare concerti di venti minuti che sfociavano in meta-sommosse come quello epocale al North London Polytechnic del marzo 1985 (“Da giovane senti che tutto debba consumarsi velocemente, noi pensavamo di dover travolgere il pubblico per stupirlo… Oggi che siamo più vecchi, paradossalmente, suonare dal vivo è più divertente”); recuperare il suono di band dimenticate, filtrarlo nella centrifuga di Psychocandy e segnare la strada – un fuoripista in termini musicali e di attitudine – per formazioni come Loop, Spacemen 3 e My Bloody Valentine; concedersi il lusso di firmare per la Blanco Y Negro (sottoetichetta pseudo-indie della Wea, fondata da Geoff Travis della Rough Trade), continuando però a fare come gli pareva; pubblicare un album cupo ma anche pieno di melodie pop come Darklands, eliminando l’aspetto riottoso che li aveva così connotati; licenziare McGee come manager, cambiare continuamente il resto della line up, mantenere un rapporto tra fratelli sempre sul filo degli abusi (prima) e della follia (dopo) e poi uscirsene con un disco che li manteneva a galla, ma senza entusiasmi, come Automatic, nel 1989.

I Mary Chain giungono al punto di non ritorno del 1998 passando relativamente indenni attraverso Honey’s Dead e la realizzazione del mitico Rollercoaster Tour nel 1992 (un mini Lollapalooza nel Regno Unito condiviso con Dinosaur Jr., My Bloody Valentine e Blur), il loro personale album acustico, dal titolo più che eloquente sullo stato dell’arte della band, Stoned And Dethroned del 1994 e il ritorno all’ovile della Creation con Munki, nel 1998. Il loro ruolo nella cultura pop degli ultimi 30 anni sarebbe stato lo stesso anche se Kevin Shields non avesse ficcato Just Like Honey nella colonna sonora di Lost In Translation, se i Reids non si fossero mai decisi a celebrare Psychocandy (“Ce lo chiedevano da anni e per via del trentennale abbiamo pensato che fosse l’occasione buona per portare sul palco quei 4/5 brani dell’album che non avevamo mai, mai suonato dal vivo”) e se McGee non avesse intitolato il documentario sulla sua etichetta proprio come il singolo che gli cambiò per sempre la vita, Upside Down. I Jesus And Mary Chain e gran parte dei loro brani avrebbero resistito comunque alla prova del tempo. E il fatto che i loro live, oggi, funzionino ancora senza che parta la rissa ne è, in parte, la conferma.

 

DAL VIVO
27 agosto TORINO, TOdays

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