Johnny Cash

Intercettazioni americane

E' il 1993. Quando entra a casa di Rick Rubin, Johnny Cash ha due bypass, una cicatrice in faccia degna di Pablo Picasso, più una complicazione per diabete e un'altra respiratoria pronta a manifestarsi. Tra loro corrono 32 anni di età, tuttavia Rubin è fra i pochi ad aver colto due dettagli fondamentali dell'Uomo in Nero. Così è nato "American Recordings".
Jonny Cash
American Recordings, il disco della resurrezione

Nel 1760 l’eroe della frontiera americana Daniel Boone, vecchio e sazio di esplorazioni, si rese conto che per lui in Kentucky c’era fin troppa gente e riprese perciò il cammino verso Ovest. A 61 anni suonati, John Ray Cash è il nuovo Daniel Boone: davanti a lui il sentiero è in massima parte ancora inesplorato. Ormai non è più uno che fa duetti di dubbia utilità coi luogotenenti della Marina, non ha più nulla da spartire con l’America di Patsy Cline o Tanya Tucker, per tacere di Dwight Yoakam e altro country da supermercato. Non è questa la patria cui guarda l’uomo che davanti a Rick Rubin sta intonando Frankie and Johnny, Goodbye Earl e Stagger Lee. “Secondo me il country è entrato nell’era dell’elettronica”, dirà poi sarcastico, “l’epoca in cui schiacci un pulsante, si accende la tv e partono tutti quei video strapieni di effetti speciali”. Cowboy tritaclassifiche, sempre troppo ottimisti, sexy e senza tartaro, sotto le larghe tese di certi Stetson che farebbero invidia alle pubblicità delle sigarette al mentolo. Cash non è più uno di loro. Tra le foto promozionali che le riviste riceveranno per l’uscita del disco, ce n’è una di Johnny con gli occhi spiritati e i capelli al vento: sullo sfondo s’intuiscono sette solitari cavi della luce. I suoi pezzi – e non certo i coretti del nuovo country, assonante con trendy – sono la vera musica americana contemporanea, ma di un’americanità scomoda. Il titolo del disco in arrivo preanuncia quei chiaroscuri, poiché allude – sì – all’etichetta fondata da Rubin, ma anziché celebrare le glorie statunitensi (in fondo Johnny l’aveva già fatto nel 1972 con America: A 200-Year Salute in Story and Song) ne sottolinea in realtà le luci artefatte (avvicinandosi così allo spirito di un altro vecchio lavoro: Ragged Old Flag, annata 1974) e le attuali miserie. Più che registrazioni, i brani in arrivo potrebbero essere ribattezzati intercettazioni americane. A 30 anni da Ring of Fire, Johnny sta inventando una nuova psicoterapia canora che partendo dalle malefatte personali finirà per ritrarre quelle di un’intera nazione. Tre settimane prima che esca il disco nuovo, un elettricista troverà il corpo senza vita di Kurt Cobain: non è puro caso. Oggi l’uomo che poteva chiamarsi Sue è diventato “il nuovo ribelle degli anni Novanta”, come recita un occhiello di Neil Strauss, e lo conferma l’invito al festival di Glastonbury.

“Chi, Johnny Cash?! Eccome!”, esclama la 12enne Chelsea Crowell, quando giura che i suoi compagni di scuola sanno perfettamente chi è l’Uomo in nero. Pensano che s’intoni col periodo storico. “Davvero hanno detto così?”, le chiede Johnny e Chelsea, che è sua nipote, annuisce. Lui attacca a parlare di Rick Rubin, ma la ragazzina lo stoppa subito: “Senti questo”, gli fa e mette sul piatto Paul’s Boutique dei Beastie Boys, quindi gli racconta della scena di Brooklyn e subito dopo passa a I Fought the Law rifatta dai Dead Kennedys. Ai teenager piace il passato mascalzone di quel nonnetto e non era forse Rubin a dire che l’estetica fuorilegge è l’anima della Def American, anzi l’essenza stessa del rock’n’roll? Ormai le nuove leve trattano Johnny da precursore: “Country e rap sono diametralmente
all’opposto”, ragiona Chuck D dei Public Enemy, “tuttavia un ribelle come Johnny Cash è la proverbiale eccezione che conferma la regola”. Sulla stessa lunghezza d’onda viaggia – ed è un habitué del Viper Room – Quentin Tarantino, quando nota che esistono pochissime differenze fra i racconti del ghetto dei nuovi rapper e le favole malavitose ambientate da Johnny Cash a casa del Diavolo. Lui smussa gli angoli: “Può anche darsi che il gangsta rap abbia qualche influenza su alcune persone”, commenterà un giorno, “ma secondo me il contenuto più violento che oggi possiamo ascoltare è il notiziario delle sei”.

I giovani d’oggi simpatizzano con l’uomo vestito in nero, anche perché il video di Delia’s Gone viene censurato da Country Music Television e su Mtv va in onda “depurato” dalla scena in cui un Cash, impassibile, scava una fossa per poi gettare palate di terra sull’angelico volto di Kate Moss (lei pure legata al Viper Room, in quanto fidanzata dell’attuale proprietario). Ecco il nuovo pubblico di Johnny “Dollar”: i liceali e il popolo delle sale da biliardo e dei dormitori universitari, dove gracchiano le college radio e i canali da videoclip, purché in heavy rotation. La platea dei 20enni comincia ad avere un debole per quella sagoma che agli amici regalava libri sui criminali della Vecchia Frontiera, spedendoli in scatolette piene di bossoli vuoti. Un uomo che ancora prima della loro nascita andava a sballarsi di anfetamine su un camper appropriatamente soprannominato Jesse James. Una volta, a bordo del mezzo, s’era passato le mani sulla faccia davanti allo specchio, poi, piano piano, aveva aperto una fessura tra le dita bisbigliando tra sé: “Dai, facciamoci fuori”. Da quel giorno sono trascorsi 19 anni e l’Uomo in nero sta per inventarsi una nuova vita. La cosa buffa è che questo processo di rinascita passerà per il meno americano di tutti i cover shots.

“Oddio, ci risiamo!”, esclama Rosanne Cash. E spiega: “Adesso gli metteranno su un altro completo che non gli sta e poi lo sfrutteranno per l’ennesima volta”. Non ha tutti i torti. Le copertine degli ultimi 30 anni sono un campionario di pacchianerie: papà col cappellaccio e le galosce da perfetto cowboy, papà con la bandana da pellerossa, papà col distintivo da poliziotto modello, papà col giubbotto in jeans stile Uomo Qualunque e il dito indice puntato
sulla stella numero 32 dell’Old Glory.
“Questa copertina deve affermare: ‘Sono Johnny Cash e sono ancora qui’”, aveva preteso
il diretto interessato da Rick, che però pensava a ben altro: Andy Earl, insomma l’uomo che aveva reinventato Pink Floyd e Cranberries. “Sentite”, ribatterà Cash più che perplesso, “io di solito mi faccio fare due tipi di scatto: o sopra o dietro il palco…”.
Non se ne parla, qui serve una session da rilancio in grande stile. “Ragazzi, ma che vi passa per la testa?”. Troppo tardi: su questo decide Rubin. Così, dopo 22 ore di volo dalla
California all’Australia, compreso uno scalo tecnico a Londra, Cash viene catapultato a Werribee, insignificante località a circa 30 chilometri da Melbourne; il centro più popolato nelle vicinanze è Geelong e si è sviluppato durante la Corsa all’Oro di metà Ottocento, ma non ha mai raggiunto la vitalità degli altri agglomerati urbani, tanto di meritarsi l’appellativo
di sleepy hollow. “Che ci facciamo qui?”, mugugna Johnny. “È da un’ora che guidiamo nel deserto”. L’auto inchioda: scendono Cash, Earl e un oscuro assistente.
Scattano per circa 15 minuti, finché Johnny chiede un time out: ancora un po’ e questa session dovrà finire, lui non ce la fa più. “Diamine, non ho mai impiegato più di un quarto d’ora per le fotografie”. A parte una casetta in assi bianche e una linea elettrica, la campagna australiana è completamente disabitata: campi di frumento ad altezza uomo, strade sterrate, polvere ovunque e poi il Nulla.
“Andiamo, mister Cash: tre quarti d’ora e non se ne parla più”.
“E sia”.

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