Jonathan Wilson

Odor di santità

Per l’autore che venne dal Laurel Canyon "Fanfare" è il terzo album in solitaria, il secondo a portare le sue generalità e il primo che esce con un contratto già firmato. La critica internazionale ci si è spellata le mani, parlare di “consacrazione” non è mai stato più appropriato…
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L’immagine mi è venuta in mente quando suonavo: queste due mani che erano a tanto così dal toccarsi ora si stanno allontanando. Ho usato una variazione su un famoso tema sacro per dire che gli uomini non sono mai stati tanto distanti da Dio come in questo momento”. Gli uomini può darsi, non Jonathan Wilson, con quel nome da guerriero biblico e un cognome che sa di California, lo stesso di quel tale che dalla spiaggia voleva innalzare le sue teenage simphonies all’Altissimo. Bene che ha fatto, allora, a scegliere per la copertina di Fanfare un dettaglio della “Creazione di Adamo” michelangiolesca: la sua ispirazione non è mai meno che mistica, e il fatto che rimpianga i grandi classici è quasi fisiologico, per uno come lui.

Nel secondo album pubblicato a suo nome alza il tiro rispetto a Gentle Spirits, titolo che l’aveva consacrato agli incensi della stampa, soprattutto quella “nostalgica”. Più colori sulla tavolozza, brani lunghi e cangianti, un organo che non avrebbe un’aria così sacrale nemmeno se fosse sistemato dentro una cattedrale gotica. “Questa volta ho approfittato fino in fondo delle risorse che avevo a disposizione: gli strumenti, lo studio e la mia band, che ho coinvolto per una buona metà, quella dove non suono da solo. Ho voluto provarle tutte, posso dire con una certa sicurezza di avere osato”. Fin troppo facile parlarne come di un affresco, anche in considerazione di un titolo così magniloquente: “Quello è venuto in seguito alla canzone: doveva segnare il momento in cui inizio a cantare, la prima volta in cui si sente la mia voce. Solo dopo sono andato a cercare sul dizionario il significato di ‘fanfara’, ed è venuto fuori che il nome era perfetto per tutto il viaggio così come lo avevo in mente: audace, coraggioso, un’eccitante celebrazione sonora”.

Per passare un po’ avanti al luogo comune della squadra di carabinieri che marcia coi
tromboni a coulisse, anche noi abbiamo cercato sul vocabolario che cosa significa “fanfara”. L’Enciclopedia Treccani parla di “un complesso di strumenti che suonano
brevi composizioni per accompagnare riti, eventi e celebrazioni ufficiali”. Tanto brevi
non lo sono, le composizioni di Wilson, ma ritrovarci una solennità da cerimoniale
non è raro. Nel video di Natural Rhapsody, dal precedente album, una bizzarra processione scendeva a valle per celebrare un funerale; ora, il teaser che ha anticipato l’uscita di Fanfare ritrae il musicista solo tra bobine e pianoforti, assorto nel rito della registrazione. I Five Star Studio sono il suo Tempio da prima ancora che decidesse di usarli per farci la propria musica, ed era scontata l’invettiva contro i “mercanti” che l’hanno spinto a traslocare dal Laurel Canyon: “Ora non c’è più nulla laggiù. È sempre stato un posto di lusso, ma ora è diventato noioso, ci puoi trovare al massimo il bimbo ricco della East Coast che viene a comprare case”. Al nuovo indirizzo, nel bel mezzo dell’Echo Park di Los Angeles, ha già potuto prestare servizio da Mastro Cerimoniere a Roy Harper per la sua prima produzione in più dieci anni. Il titolo è Man And Myth, due facce della medaglia che Jonathan può dire di conoscere altrettanto bene: “Come sempre, quando produco artisti che amo, cerco di non snaturarli. Ho voluto mantenere qualche piccolo particolare, come ad esempio un certo uso dei backing vocals, per restituire il suo ‘marchio di fabbrica’. È stato bello poter sentire suonare i ragazzi della mia band insieme a lui e la sua voce con un po’ di basso e batteria. Ho la fortuna di poterlo contare tra i miei buoni amici, è il poeta più brillante che io abbia mai conosciuto e in più ha questo spiazzante senso dell’umorismo… Sono partito come suo fan ed è diventato il mio mentore, uno al quale chiedere consigli sulla vita. Senza dubbio è un uomo che possiede delle risposte”.

Viaggiare a braccetto coi campioni del folk britannico, dare del tu a Elvis Costello,
uscire a cena con Jackson Browne nelle pause dall’organizzazione di un tributo a George Harrison non aiuta certo a scendere coi piedi per terra. Quando chiediamo al
nostro californiano se non gli piacerebbe produrre qualche soggetto più “fresco”, lui
risponde con degli scontati (e classicissimi) Laura Marling e Belle And Sebastian.
Poi, all’improvviso una sconosciuta: Lana Del Rey. Lana Del Rey? “Sì, credo che sia
un’ottima interprete, sto già lavorando a qualcosa con lei e spero che la collaborazione vada in porto”. Non potendo indagare oltre, cerchiamo di scovare qualche altro peccatuccio veniale nell’immacolato palmares del nostro intervistato e ci viene in soccorso, tu guarda l’ironia, il nome di Madonna. Nel 2007 Jonathan ha preso parte a una compilation intitolata Through The Wilderness con una cover di La Isla Bonita: grande versione, peraltro, che baratta le spagnolerie kitch dell’originale con un’atmosfera eterea e ci ficca dentro una citazione da War Pigs dei Black Sabbath (ecce demone!). Però resta la questione di Jonathan Wilson su un disco tributo a Madonna. Com’è potuto accadere? “Quelli che l’hanno messo insieme sono delle mie parti, mi hanno chiesto di pensarci ed è venuta fuori così. Sono stato un fan di Madonna, questo è sicuro, quando ero solo un ragazzino lei era tipo the hottest thing on the planet… l’ho presa come un esperimento”.

Magari non sarà il punto di partenza per iniziare a “sporcarsi le mani”, ma vuol dire che c’è vita anche al di fuori dell’Olimpo dei Classici. Che poi ogni Classico che si rispetti non è in origine un rivoluzionario? Vedi i Clash che tradiscono il punk per la Giamaica, il Dylan che a Newport fece scempio del folk revival… “Non sono abituato a pensare a generi e categorie, uso le orecchie e il cuore senza farmi troppe domande. – taglia corto l’interessato, ma poi ci torna – Non so se sia il tempo a rendere tale un classico, credo che debba esserci ‘qualcosa’ fin dal principio”. Qualcosa come un dono? “Sì, forse è così… devi avere il dono!”. E se la ride, lui. Diavolo di un Wilson!

Pubblicato sul Mucchio 712

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