Julie’s Haircut

Eterno movimento

A fine febbraio i Julie's Haircut sono tornati con un settimo album, “Invocation and Ritual Dance of My Demon Twin” che li trova, nuovamente, in stato (alterato) di grazia. E ad accorgersene è anche la beneamata Rocket Recordings, che pubblica per la prima volta un loro disco. Ora comincia anche il tour tra Italia ed Europa. Attenzione, maneggiare con cura: contiene materiale psichedelico.
JULIE'S HAIRCUT
- "Il" gruppo psichedelico italiano per eccellenza in tour

La storia vuole che nel 1971, l’anno di Tago Mago, qualcuno fece ascoltare a un (riluttante) Karlheinz Stockhausen cinque gruppi tedeschi allora contemporanei. Gli unici a “superare la prova”, racconta David Stubbs nel suo monumentale Future Days, furono i Can – non un caso, considerato che Irmin Schmidt e Holger Czukay erano stati allievi del compositore. Qualcosa di simile accadrebbe se si facessero ascoltare cinque formazioni “indie rock” italiane attuali, tra cui i Julie’s Haircut, a Damo Suzuki – uno che di musicisti ne ha sentiti suonare parecchi: probabilmente, i soli a creare una connessione con la weltanschauung aperta dello sciamano nipponico sarebbero loro. E questo non solo in quanto i Julie’s sono, da oltre dieci anni, fra i “soundcarriers” del network di musicisti creato da Suzuki, voce e entertainer visionario dei Can tra il 1970 e il 1976; ma anche perché, come il collettivo di Colonia, il sestetto è sempre più un “unico organismo pulsante” (per dirla con Schmidt), sostenitore di un metodo compositivo improvvisativo riassumibile nel sempiterno “qui e ora”, eppure incline a un certo collagismo, un’accurata attività di editing e sovraincisioni in fase di produzione. Quella con il rock sperimentale tedesco dei primi ‘70 (che d’ora in avanti, per comodità, chiameremo “krautrock”) è anche un’affinità puramente sonora, che nei dischi dei Julie’s Haircut prende forma in tempi non sospetti, almeno dal 2006: quando, per intenderci, dall’altra parte dell’Oceano gente come i Wooden Shjips doveva ancora pubblicare il primo album e collaborare con Damo Suzuki o Peter Kember (Spacemen 3, Spectrum) non era esattamente una scelta “di tendenza”.

Sette album e numerosi ep dal 1994 a oggi, dna emiliano ma passaporto internazionale, i Julie’s Haircut oggi sono in sei perché, al nucleo ormai consolidato (Nicola Caleffi, Luca Giovanardi, Andrea Rovacchi, Andrea Scarfone e Ulisse Tramalloni), si è aggiunto il sassofono di Laura Agnusdei, novità perfettamente armonizzata nel flusso sonoro del gruppo (“Erano anni che volevamo inserire un sax nella formazione ma non trovavamo la persona giusta: abbiamo collaborato con sassofonisti bravissimi – tra cui Enrico Gabrielli ed Edoardo Fiorini – ma non potevano fare più di una data ogni tanto. Poi abbiamo conosciuto Laura e con lei il rapporto è diventato continuativo, si è inserita molto bene sia nel suono sia umanamente nel tessuto del gruppo… Sebbene sia molto più giovane di noi”).

julies-haircut-ritual-dance-of-my-demon-twin

Invocation and Ritual Dance of My Demon Twin arriva dopo l’ambizioso e riuscito progetto audio/visivo/meditativo Ashram Equinox, espressione di come i Julie’s sappiano muoversi su più dimensioni altre in maniera organica. A Luca Giovanardi il compito di raccontare, dall’altro capo del telefono e sotto l’effetto di massicce dosi di tè per arginare l’influenza, come si fa a dare un seguito a un disco così importante. “La realtà è che non abbiamo ragionato molto, siamo andati in studio e abbiamo suonato: un metodo compositivo che usiamo da un po’ di anni, cercando il più possibile che la direzione venga dettata dal lavoro stesso. Un metodo che non abbiamo certo inventato noi, dai Can al Miles Davis elettrico, molti musicisti hanno seguito questa strada. Effettivamente però, stavolta il rischio poteva essere quello di ripeterci, se fossimo stati lasciati da soli forse sarebbe uscito un album simile ad Ashram Equinox, quindi un racconto sonoro unico seppur con un approccio più rock, meno celebrale negli arrangiamenti e un po’ più suonato, più elettrico, con un po’ meno di sintetizzatori. Dopo aver fatto un primo lavoro di editing, la nostra fortuna è stata quella di incontrare i ragazzi di Rocket Recordings. Se l’attitudine al cambiamento è parte dei Julie’s Haircut, va da sé che le prime novità si scorgano fin dalle note del disco, senza neanche aver spinto play: la collaborazione con Rocket è un passaggio chiave, la quadratura del cerchio alla luce del lavoro di scouting e rinnovamento in ambito psichedelico che l’etichetta inglese sta facendo da fine anni Novanta, anche oltre i confini britannici e con un occhio sempre attento a ciò che accade in Italia (i primi furono gli Ufo Mammut, poi Lay Llamas e Mamuthones). “Con Chris Reeder e John O’Carrol di Rocket siamo in contatto da un po’ di anni. Quando abbiamo parlato di fare un disco insieme e abbiamo inviato loro del materiale, per puro caso c’era un solo pezzo su cui avevo cantato e pensavamo che fosse il tipico brano che non sarebbe piaciuto. Sai, da vent’anni ci dicono ‘dove vuoi andare se canti in inglese in Italia, con quell’accento’… E invece ci hanno risposto che avrebbero aggiunto delle voci. Ci è sembrato interessante studiare un modo per reinserirle – senza fare un passo indietro rispetto al nostro percorso, pensando a qualcosa che non fosse la solita canzone con strofa e ritornello, che non ci appartiene. Poi il confronto con loro è andato avanti anche su altri aspetti musicali: indicazioni a livello di suono, cose tipo ‘Su questa canzone in questo momento ci vorrebbe qualcosa di più deflagrante’, che per noi sono dei veri input produttivi; sensazioni emotive, quindi stimoli importanti per come si sviluppano i nostri pezzi, sempre molto basati sulla spontaneità. Con questo tipo di supporto Rocket ci ha aiutati a focalizzarci sui pezzi, a editarli e completarli con le giuste sovraincisioni”.

C’è qualcosa nella ripetizione che ci ipnotizza, che prende la nostra coscienza e la stacca dal materiale. Probabilmente ha a che fare con il nostro bioritmo, anche perché la ripetizione funziona molto bene su quelli che sono i ritmi intorno ai 120 bpm, gli stessi di un cuore umano

Per l’attenzione a certi suoni, mentre il rock indipendente (italiano ma non solo) era orientato altrove, i Julie’s Haircut sono stati da subito fuori dal coro. Esattamente come Rocket. Il non allineamento che è parte dell’atteggiamento di entrambi rende da un lato inevitabile, dall’altro più delicato, un possibile discorso sulla psichedelia. Non un genere musicale ma un’attitudine, come dovrebbero aver compreso anche i più distratti; “una sorta di neuro-ipnosi: non per ascoltare passivamente la musica, piuttosto per creare una connessione attiva su corpo e mente”, come proponeva qualche anno fa su queste pagine proprio John di Rocket. Luca, dopo un preventivo “l’importante è mettersi d’accordo sull’uso delle parole”, aggiunge. “Psichedelia non è una questione di suono di chitarra, la psichedelia è Alice Coltrane o gli Orb, non uno stile musicale ma un approccio che può contenere tanto l’elettronica quanto il jazz. Ne parlavo con Chris pochi giorni fa (che su queste pagine si era espresso similmente, menzionando post rock, acid house e trip hop come espressione ampia di un concetto di psichedelia che, per certi versi, è sempre stata popolare, NdR), e lui notava che anche un festival come quello di Liverpool dovrebbe forse togliere la parola ‘Psychedelia’ dal titolo, perché è fuorviante. Lo stesso catalogo Rocket, che al suo interno ha cose diversissime tra loro che vanno dall’hard blues all’elettronica sperimentale, è espressione di un gusto trasversale che come atteggiamento è vicino al nostro. Che poi ci sono gruppi che fanno la stessa cosa per tutta la carriera e sono straordinari, pensa ai Ramones. L’importante è che quello che fai sia espressione immediata della personalità collettiva di gruppo: ‘onestà’ è un termine abusato, ma credo che soprattutto nel rock più l’espressione è diretta e più è riuscito il risultato. Almeno per il tipo di cose che piacciono a me”. I Bad Brains, ad esempio. Uno dei “gruppi della vita” di Luca, che torna ciclicamente nel corso della conversazione, ad esempio quando parliamo della fascinazione verso certo esoterismo e certa spiritualità che da qualche album connota i Julie’s. “È chiaro che non abbiamo il rastafarianesimo dei Bad Brains, ognuno di noi ha una propria spiritualità e non c’è un’unità di gruppo – Nicola ad esempio fa meditazione e credo ci siano riferimenti in tal senso nei suoi testi. Ma abbiamo un interesse nei confronti del ‘magico’, di ciò che esula dal materialismo. Accompagnato anche da un’indagine sull’uomo, sul piccolo. Nel nuovo album ad esempio c’è Salting Traces: testo e video fanno riferimento a problematiche sociali, in particolare alla crisi migratoria che sta vivendo l’Europa e più in generale al problema della razza. Per noi non è la norma e infatti il testo non è esplicito, ma l’interesse è più concreto rispetto al tipo di immaginario che generalmente accompagna una musica non narrativa come la nostra”.

julie's haircut live

Negli ultimi minuti a disposizione prima che l’effetto benefico del té scompaia, passiamo in rassegna venti anni di attività, in continuo divenire. Dai tempi dei primi dischi “In cui dentro un suono più rock e soul la psichedelia era già parte del nostro dna, anche se non credo la chiamassimo così”, ai particolari del nuovo album “Dove siamo rimasti più fedeli alle registrazioni iniziali rispetto ad Ashram Equinox, forse perché siamo diventati più disciplinati o forse perché la presenza delle voci conferisce già un’idea strutturale precisa”, attraverso gli insegnamenti appresi lungo il percorso “Con Damo Suzuki abbiamo imparato a rapportarci maggiormente sul palco con altri musicisti, anche di estrazione diversa, e a gestire situazioni di vera improvvisazione e confronto. Gli insegnamenti di Kember… Beh quelli non sono riferibili!”, fino al tema della fascinazione per l’Oriente che permea ciclicamente la musica occidentale “In india si usano scale che al nostro orecchio risultano naturalmente psichedeliche, suonano strane e pertanto efficaci. Ma la differenza sta sempre nell’approccio, se si tratta o no di una posa: anche il jazz è fatto sempre con gli stessi strumenti, eppure ce n’è ancora di interessante in giro”. Finché, in un back to back citazionistico tra Mark E Smith e John Cage, approdiamo al tema della ripetizione, “Uno degli elementi musicali che mi affascina di più” e forse tra i fil rouge più resistenti al tempo nella produzione dei Julie’s. “C’è qualcosa nella ripetizione che ci ipnotizza, che prende la nostra coscienza e la stacca dal materiale. Probabilmente ha a che fare con il nostro bioritmo, anche perché la ripetizione funziona molto bene su quelli che sono i ritmi intorno ai 120 bpm, gli stessi di un cuore umano. È un elemento che ha un potere fisico sulle persone, ma bisogna essere padroni nell’usarlo. Nel momento in cui il pezzo crolla si perde la coscienza dell’ascoltatore: perché se il loop è solo una ripetizione reiterata che dentro di sé non ha nessun elemento “misterioso”, allora non si crea quella sensazione di movimento eterno che è fondamentale. Può essere un loop molto statico, oppure – e a mio avviso in questo modo funziona meglio – costituirsi di una pulsazione reiterata sulla quale si muove qualcosa di ondulatorio. Che poi non si tratta di un metodo applicabile solo alla psichedelia. E nemmeno solo alla musica, anche nel cinema è così. Ogni cosa ha un suo ritmo. Esiste un cinema psichedelico, che è il cinema che sa utilizzare i tempi del montaggio – Herzog e Jodorowsky fanno del cinema psichedelico, ma non solo perché ti fanno vedere dei colori psichedelici. Fata Morgana è un film psichedelico perché sembra l’equivalente della musica dronica: hai la staticità dell’immagine che si ripete, creando un certo ritmo attraverso il montaggio”. Caffè o tè? Il secondo, ovviamente.

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