Kaki King

Le corde giuste

È una delle chitarriste più celebri al mondo, ma soprattutto è una delle compositrici contemporanee maggiormente dotate e comunicative. Giunta al sesto album di studio con "Glow", Kaki King torna al suo primo e più grande amore: la musica strumentale.
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In America sono le dieci del mattino. Katherine Elizabeth King risponde alla videochiamata con addosso un maglione di lana e in mano un bicchiere dal quale sorseggia caffè, mentre si prodiga in sorrisi, smorfie, pause di riflessione ed espressioni divertenti. La chiacchierata parte da Glow: un album basato sulla chitarra, acustica o elettrica, sei o dodici corde. “Sono una chitarrista, è soltanto ciò che so fare meglio”. L’esperimento con la forma-canzone attuato in parte coi precedenti …Until We Felt Red, Dreaming Of Revenge e Junior pare accantonato (“L’obiettivo per Junior era registrare e suonare live con una band: è stato un successo, ma alla lunga sarebbe limitante. Al momento voglio comporre musica strumentale”), anche se non è escluso un futuro ritorno al microfono (“Non ho problemi col canto, ma non è neppure un aspetto fondamentale. Vecchi pezzi come Playing With Pink Noise o Bone Chaos In The Castle non sono fatti per l’inserimento della voce. Amo comunque le canzoni e non ho regole fisse”).

Glow, quindi, si collega agli esordi di Everybody Loves You e Legs To Make Us Longer, ma all’inizio la sua realizzazione è stata complicata da una sorta di crisi: “Ho messo in discussione l’attività musicale, i tour per il 95 percento dei giorni… L’ho fatto per tutta la vita, ho visitato il mondo ed è stato splendido, ma era tempo di dedicarmi ad altro e riassestare il rapporto con la mia identità, cioè essere per l’appunto una chitarrista”. Già, una chitarrista dalla straordinaria tecnica che aggira l’esercizio di stile e non sacrifica la componente viscerale, cosicché ogni nota si dispone in piccole poesie sonore. Il suo segreto? “È difficile perché l’istinto spinge a eseguire qualcosa a effetto, che suoni bene o attiri l’attenzione, quindi verso la tecnica. La tecnica non è una proprietà mentale, perché si va troppo veloce per pensare, bensì fisica: devi fare pratica, studiare e affinare la manualità… La parte fisica, che porta all’eventuale virtuosismo, va accordata alla parte spirituale, che aggiunge sentimento. Un tentativo di percorrere entrambe le vie”.

La musica di Kaki King sa essere ricercata e sperimentale, non sempre immediata. Eppure la sua popolarità è in costante ascesa e nei concerti l’atmosfera è magica, in grado di rapire l’audience: “Cerco di fare assolutamente del mio meglio, allestire uno show unico, essere partecipe e interattiva. Fondamentalmente sono una entertainer perché mi esibisco per il divertimento della gente: non è poi tanto diverso dal circo! Ogni spettatore spende soldi per acquistare il biglietto, prendere un’auto o un treno, arrivare alla location… So che è impegnativo e non me ne dimentico”.

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In Glow brilla un talento cristallino: “Essendo il mio disco più recente, rappresenta bene dove mi trovo adesso. Ho però riascoltato il mio debutto, Everybody Loves You, che prima trovavo sciocco: in realtà è interessante per una ragazza appena ventiquattrenne. La mia attitudine cambia nel tempo”. Oltre a quello dell’album, i titoli di molte tracce trasmettono un senso di luminosità e calore, ma il discorso è ampio e copre l’intero spettro cromatico: “Tendo ad abbinare canzoni e colori. La copertina di Everybody Loves You era rossa, ma la musica era verde e blu. Ho immaginato un colore, ma stavolta i brani ne suggerivano tanti finendo per generare la parola ‘glow’, non associabile a ‘brightness’. Non è come un neon che splende, piuttosto un bagliore delicato che proviene da un’altra stanza”. Per inciso, la scelta di titoli curiosi, creativi è una costante: “Provo a usare immagini o metafore che restituiscano un aspetto visuale o emozionale”.

La policromia di Glow è assicurata da arrangiamenti cesellati con estrema cura, arricchiti dall’impiego di percussioni, archi o cornamuse. Il complesso è omogeneo, ma ciascun episodio vanta una sua personalità: “È vero. Ero preoccupata che il disco suonasse troppo differente da pezzo a pezzo perché ho impiegato vari strumenti, varie chitarre, ma l’insieme ha un senso, suona come una raccolta e ne sono felice”. A proposito di archi, la collaborazione col quartetto ETHEL proseguirà per una performance dedicata a Bach: “Mi hanno contattata perché volevano fare qualcosa con me tra due anni, ma ho risposto che avrebbero potuto contribuire subito a un paio dei miei brani. Il loro intervento rende l’album speciale perché non avrei ottenuto gli stessi risultati da sola”. Se sommiamo la richiesta del Premio Pulitzer David Lang, che ha commissionato a Kaki una partitura, ci accostiamo alla musica classica: “È il momento giusto. In passato ho lavorato a Hollywood, realizzato colonne sonore e collaborato con band rock, per cui è stimolante spostarsi sul versante classico perché uno degli aspetti che più amo della mia attività è poter approdare ovunque”.
A proposito di colonne sonore, miss King ha contribuito alle musiche di Into The Wild di Sean Penn ed è apparsa nella pellicola cult August Rush: “Apprezzo i film che non eccedono con la musica. Sì, perché ritengo che la musica e il silenzio siano complementari, necessari l’una all’altro. Se la musica è troppa, smetti di ascoltarla. Se uno strumento appare una volta, te ne accorgi ed è fantastico. Se va avanti all’infinito, non è fantastico per niente”.

Nel gratificante percorso di Kaki King essere donna e omosessuale dichiarata non sembra aver pesato in negativo, a dispetto di un ambiente tuttora inficiato dagli stereotipi: “Non sono sufficientemente autorevole sulla correlazione tra i sessi nell’industria musicale, ma non ritengo che per le donne la difficoltà sia maggiore. Una volta in aeroporto un tizio mi ha chiesto se mio marito suonasse, dato che avevo la chitarra con me: sono rimasta scioccata! Ecco a cosa si riferisce la gente quando parla di certi ostacoli! Molta musica che amo è suonata da donne o gruppi con elementi femminili. In più, ce ne sono tante in ruoli come manager, organizzatrici di festival, tecnici del suono… La misoginia può essere dappertutto ed è semmai un problema che riguarda il mondo, non più la musica. Le cose stanno cambiando, anche se i soliti conservatori non sono d’accordo. Io faccio la mia parte e ho raggiunto le mie soddisfazioni, al di là delle disparità”.

Quando le chiediamo chi vorrebbe al suo fianco in un ipotetico supergruppo, ci sorprende rispondendo che “se potessi scegliere qualsiasi cosa, mi piacerebbe tornare agli anni 70 per suonare grosse note funky & crazy. Per il miglior concerto della storia chiamerei Fela Kuti, Sly Stone, Jeff Beck, Billy Cobham…”. Il suo sguardo sul presente, però, è vigile e lucido: “Ci sono proposte valide al confine tra pop e R&B, artisti che non appartengono a un genere specifico. I generi, del resto, sono una strategia di marketing per esercitare controllo. Un sacco di roba figa, da Kanye West a Bon Iver, non è descrivibile in modo univoco. L’idea che non ci sia più uno stile definito è la miglior cosa che sia accaduta alla musica. Anzi, alla cultura stessa, perché la musica non deve essere divisa né deve dividere”.

DAL VIVO

4 Novembre, Milano, Teatro Martinitt
5 Novembre, Firenze, Tender Club
6 Novembre, Palermo, Teatro Jolly
7 Novembre, Roma, Black Out
8 Novembre, Bologna, Locomotiv
9 Novembre, Conegliano, Apartmento Hoffman

 

Pubblicato sul Mucchio 701

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