Kurt Vile, l’adulto prodigio

Canzoni scritte di notte sul divano di casa e registrate in gran parte (di notte) nel deserto. Testi sempre più acuti, vecchie e nuove guide spirituali. La discesa di Kurt Vile nel girone dei grandi cantautori con "B’lieve I’m Goin Down", in attesa delle due date in Italia a luglio accompagnato dai The Violators.
KURT VILE
in italia a luglio per due date

Vi ricordate del bambino prodigio? Quello di Childish Prodigy, primo album su Matador arrivato nel 2009 dopo due dischi di blues psichedelico, autoprodotti e registrati su un multitraccia. Quello che nello stesso periodo diventava pupillo di J Mascis – con cui, un paio di anni dopo, si ritrovò ad avere in comune non solo la folta chioma ma pure l’abilità nel comporre canzoni un po’ tristi (con Several Shades of Why e Smoke Ring For My Halo). Quello che proprio tramite il noiser dei Dinosaur Jr conobbe la sua fan numero uno, Kim Gordon, che oggi gli scrive le note biografiche (“L’ho conosciuta al banchetto del merchandising durante un mio concerto: da allora non ho ancora capito se vuole essere mia madre o la mia ragazza”). Quello che nel 2011, insieme alla sua band The Violators, ipnotizzava e galvanizzava il pubblico del Primavera Sound con un set culminato in Freak Train versione psicotica (“Forse uno dei ricordi più belli della mia carriera, il pubblico era incredibile e noi una band rock’n’roll, rumorosa. Eravamo una sorta di affascinante treno che deragliava… Un momento che non potrà mai tornare, avevo appena pubblicato un album che ebbe un buon successo, ma ero ancora giovane e innocente”).

 

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Con Waking on a Pretty Daze – e siamo ormai nel 2013 – il bambino prodigio cominciava a definirsi nelle interviste “un padre di famiglia” (sposato da anni e già con due figlie): dopo i lavori in fabbrica lasciati solo una volta entrato in casa Matador e i tormenti indie rock del breakthrough record, Smoke Ring For My Halo, un caldo squarcio di luce entrava nella scrittura e nella vita di Kurt Vile. L’infantilità lasciava il posto a un songwriting più maturo, a un maggior lavoro di squadra coi Violators e a un uso più ampio dei synth. Fatta definitivamente propria l’eredità di Neil Young e Tom Petty, il capellone di Philly era diventato uno dei – se non “il” – cantautore più stimato della sua generazione. Aveva licenziato il suo instant classic, Waking on a Pretty Daze. Aveva un murales tutto per lui a Philadelphia. Aveva una famiglia, una stabilità. Dischi pubblicati ormai da qualche anno a ritmo costante. E, miracolosamente, aveva mantenuto il suo modo un po’ stralunato e slacker di raccontarsi. Impossibile, però, far durare troppo a lungo questo stato di quiete per un uomo intimamente consapevole di come “Nella vita ci siano sempre due punti di vista opposti che coesistono, una grande gioia e una profonda malinconia che segnano la realtà, rendendo impossibile avere forti convinzioni sulle cose”. Improponibile restare (troppo) uguale a se stesso, per un artista forse dispersivo e un po’ malinconico, eppure ossessivo nel perfezionarsi e ingurgitare nuove dosi di cultura pop, lucidissimo nella cognizione di come la propria musica si trasformi – e sì, invecchi – ogni istante insieme a lui.

 

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A tutti capita di avere degli alti e bassi nella propria vita. Smoke Ring era un momento più cupo, Wakin uno più luminoso, B’lieve I’m Goin Down se non è lo specchio di un momento buio è sicuramente un album più realistico”. Comincia così la nostra chiacchierata, mentre facciamo colazione su una terrazza di Milano. Il timore che le svariate birre che gli ho visto buttare giù la sera precedente, prima-durante-dopo lo show per pochi intimi in Santeria, possano, ehm, rallentare l’avvio del suo intenso press day e penalizzarmi in quanto “prima della lista” svaniscono dopo pochi minuti, qualche morso di brioche e una prima tazza di caffè americano. Come nei testi e nella sua visione della realtà, in Kurt Vile c’è uno spirito naive, buffo e ilare, che si lascia spesso andare a risate scomposte e prolungate, magari dopo aver fatto una battuta un po’ cinica su se stesso; poi però c’è il suo lato più razionale, quello del ragazzo cresciuto con nove fratelli in una famiglia working class: il Kurt Vile che iniziò a lavorare come operaio fin da giovane, che odiava guidare il muletto ma imparò presto “ad accettare ciò che nella vita era necessario” (tipo sottoporsi alle domande tutte uguali dei giornalisti); il Kurt Vile che oggi, a trentacinque anni, è a modo suo coi piedi per terra, ma pure capace di prendersi sul serio solo nel momento opportuno. Con un’autenticità che si rivela all’ennesima potenza in B’lieve I’m Goin Down, ricettacolo di spunti che vanno dal deserto del Mali a quello di Joshua Tree, attraverso Los Angeles e il divano di casa sua. “Uno dei miei obiettivi per questo disco era cercare di essere me stesso, senza nervosismo dovuto alla presenza di un produttore o di mille microfoni nei paraggi. Desideravo catturare l’atmosfera di quelle canzoni tristi che ero solito scrivere sul divano di casa e suonarle immerso in quel mood, vulnerabile e immediato, senza la sensazione di stare su un palco davanti a qualcuno. E poi sì, come è uscito in alcune delle prime interviste, questo è un album notturno, ma in primo luogo per necessità. Con Waking ho visto l’alba milioni di volte insieme a John (Agnello, che gli ha prodotto i due precedenti album, NdR) e mi sono abituato a lavorare di notte. Stavolta non avevo un produttore, ho potuto seguire i miei ritmi: la notte è il momento in cui ho maggior ispirazione, mentre tutti dormono e c’è tranquillità… Mi sento come un capitano pazzo solo al comando. Ed è come se nell’aria fluttuasse una sorta di energia cosmica che puoi rubare totalmente, perché nessuno la usa. C’è sicuramente una componente mistica, che è stata accentuata dall’esperienza di registrare nel deserto, un contesto unico di giorno ma letteralmente magico e un po’ folle di notte”.

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La scelta di registrare parte dell’album a Rancho de la Luna, lo studio nel del deserto di Joshua Tree in California che ha ispirato tanti musicisti prima di Kurt Vile, ha un precedente quasi insospettabile. “Ho deciso di registrare lì parte del disco dopo averci suonato coi Tinariwen, incontrarli è stato un punto di svolta per B’lieve. La storia che mi lega a loro è abbastanza strana, tutti i miei amici sapevano chi fossero mentre io, fino a qualche anno fa, non li conoscevo. Poi il loro manager mi contattò mentre stavo iniziando a lavorare su Waking per chiedermi se in una pausa durante il Coachella volevo andare nel deserto per jammare insieme. Mi inviarono il loro album Tassili, che mi piacque molto, ma poi in quell’occasione non riuscimmo a incontrarci – credo fosse il compleanno di mia figlia e decisi di tornare a casa. Mi invitarono un’altra volta e a quel punto mi ero informato, li avevo visti dal vivo ed erano diventati la mia live band preferita: sul palco sono magnificamente ipnotici e psichedelici, la loro musica è spirituale, soulful. Alla prima occasione ho cercato in tutti i modi di intercettarli, ed è successo proprio a Rancho de la Luna, luogo che tutti mi avevano descritto come incantevole. Passare del tempo in studio con loro è stato incredibile: non avevamo una lingua parlata con cui comunicare, abbiamo solo suonato. È stata un’esperienza magica, bizzarra. Il pezzo più influenzato da questo incontro è  Wheelhouse. In quelle note si respira l’aria del deserto”.

 

 

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Nei secondi in cui prolunga la sua risata chiassosa e gongolante, al pensiero di quando in quella stanza i Tinariwen parlavano fra di loro e lui era lì, senza capirci una mazza di ciò che si dicevano, il collegamento fra alcune parole – spirituale, soulful – e B’lieve I’m Goin Down avviene da sé. Dal punto di vista lirico, la sua capacità di scrivere testi autobiografici acuti, veicolati da quell’inconfondibile tono un po’ nasale, è ulteriormente affinata: “Se c’è una cosa fondamentale nei testi, per me, è riuscire a infilare dei trick linguistici e molta ironia. Se penso che ai tempi di Smoke Ring for My Halo in tanti pensavano che fosse solo un disco depresso… Invece c’era tanto black humor, satira. Tutti a modo nostro possiamo essere divertenti, anche Bob Dylan lo è! Ma è un fatto che certe vittime dell’indie non colgono…”. Dal punto di vista musicale e compositivo – per quanto riferimenti come Neil Young (“Mi piace che la mia musica sia il più possibile correlata alla mia vita, un po’ alla sua maniera”) e Pavement (“Sono un tipo ossessivo e loro per me sono stati un’ossessione”) restano parte del suo background, quantomeno come attitudine – B’lieve I’m Goin Down rivela come Kurt Vile abbia ampliato i suoi orizzonti sonori, riuscendo a modulare influenze che vanno dal jazz a certo songwriting “maledetto”. Senza stravolgere la propria scrittura, ma arricchendola finemente. “L’idea principale su questo album era scrivere canzoni al pianoforte, anche velate da un’atmosfera un po’ triste. Sicuramente sono stati di ispirazione grandi autori come Randy Newman e Nick Cave, che amo moltissimo. Sapevo anche di voler provare piccole cose diverse, nella mia testa avrei voluto qualcosa come tre canzoni con il banjo, tre al piano, tre con la chitarra elettrica, tre con quella acustica… Per avere un album eterogeneo, che non annoiasse. Ma ovviamente nella realtà le cose funzionano diversamente! (ennesima risata fracassona, NdR). Penso ad esempio a Lost My Head There, con quel ritmo un po’ jazz e funk… Negli ultimi tempi poi ho ascoltato Alice Coltrane e Pharoah Sanders, sono stato attratto da suoni un po’ più free e spirituali, in cui la musica si dilata. E poi mi sono ritrovato ad apprezzare cose che anni fa trovavo noiosissime, tipo Steely Dan! Un pezzo che volevo assolutamente sul disco era I’m an Outlaw, quello con il banjo… Ha qualcosa di mistico, che ha a che fare con la paranoia, la psichedelia, la vita e la morte. Ascoltavo molto Miles Davis mentre lo rifinivo, c’ho lavorato a lungo e nel brano ci sono vari giochi di parole in riferimento al suo album On the Corner”.

 

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Nei nostri ultimi minuti a disposizione passiamo in rassegna l’arco temporale di una vita: gli inizi da giovanissimo con la tromba, il primo banjo regalatogli dal padre (“Ascoltava tanto folk e country, il mio approccio alla musica è stato stravolto da Pavement, Sonic Youth, un’etichetta come Drag City, ma probabilmente questa passione che ho oggi per certi suoni arriva da lì”), il suo rapporto con la disciplina – “Credo di essere molto disciplinato nella mia testa, penso sempre a quello che viene dopo, a ciò che devo fare. Ma in realtà ho dei tempi molto lunghi, sono una di quelle persone che se deve fare una cosa importante è capace di mettersi lì seduto e fare tutt’altro fino all’ultimo minuto”. Quando gli si fa notare che non sembra uno di quei musicisti indie dall’ego smisurato ribatte che “No, ti assicuro che ce l’ho anch’io!”; quando si parla di come diventare padre abbia cambiato il suo modo di comporre scherza sul fatto che “Tutto Smoke Ring l’ho scritto prima che nascesse mia figlia, eccetto In My Time, che infatti è terribilmente riflessiva”. Il bambino prodigio è diventato adulto, trovando un equilibrio tra l’artista che prende molto sul serio la sua musica e un po’ meno se stesso. Poi facciamo una foto veloce insieme, entrambi i sorrisi sono quasi impacciati, infantili. La guarda e fa “Sai, è che sono un po’ timido”.

 

(tratto dal Mucchio n. 735)

 

DUE DATE IN ITALIA:

4 luglio – Ferrara Sotto Le Stelle (+ Wilco)

5 luglio – Mojotic (Sestri Levante)

 

 

 

 

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