L7

Live Club (Trezzo sull'Adda, MI) - 04 settembre 2016

Questo è uno di quegli eventi che non possono passare inosservati.
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Le L7 mancavano dall’Italia dal 1994, l’ultimo disco risale al 1999, e di acqua sotto ai ponti ne è passata veramente tanta. Così dalle redivive riot grrrls di Los Angeles, tornate per l’occasione in formazione storica, quella con Jennifer Finch per intenderci, ci si aspettava solo un’ora di buona musica, tosta e in battaglia. Grezza, con le ben note inflessioni grunge e foxcore ad arricchire quella formula che negli anni d’oro ottenne, oltre ogni possibile cliché, la piena stima del pubblico maschile e maschilista punk e metal. Accontentati.

C’è parecchia gente al Live Club di Trezzo sull’Adda, nella più calda e afosa domenica sera che si ricordi dal dopoguerra, nonostante le L7 non siano certo ragazzine animate da volontà ammiccanti e nemmeno l’ultima tendenza in fatto di rock alternativo. Sono oramai neo-cinquantenni che venti (e rotti) anni fa incendiavano l’America con una manciata di singoli superbi e facevano innamorare di loro un certo Kurt Cobain. Non c’è il sold out che in molti si aspettano ma tra i presenti c’è più di un volto noto (tra cui quello assai prevedibile di Roberta Sammarelli dei Verdena) a dare la misura esatta dell’importanza della band nell’immaginario collettivo della fu generazione X. Dai video che venivano passati di continuo su MTV e sulla nostrana Video Music sono trascorsi secoli e oggi si fa fatica a credere che c’è stato un tempo in cui si faceva colazione con Andres in sottofondo, Monser o un altro pugno in faccia delle Hell’s Heaven che si è attaccato indelebilmente ai ricordi di qualche over trenta.

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Dopo i romani Acid Muffin e gli apprezzati While Miles, la band si presenta sul palco senza troppi convenevoli e voli pindarici: Donita Spaks al centro, Suzi Garner a sinistra, Jennifer Finch carichissima a destra e Demetra Plakas sullo sfondo rinfrescata (almeno lei) da un ventilatore puntato addosso. In meno di un secondo sosia di Kat Bjellan, ragazze “arrabbiate” e coronate come reginette del ballo, punk con la cresta, capelloni reduci dai Black Sabbath a Verona e un ragazzo con una maglia degli Slint capiscono chi hanno davanti. Deathwish, Everglade e le già citate Monster e Andres sobillano un pubblico già in delirio con una forza oramai collaudata e limata dall’esperienza. Quattro classici di fila, senza quasi interagire con i presenti salvo i ben noti sorrisi di Jennifer Finch e un paio di ringraziamenti d’obbligo di Donita. Un logo in bianco e nero campeggia sul fondo del palco fisso e immobile, alla vecchia maniera. Senza fronzoli. Alla faccia delle videoproiezioni usate da Courtney Love nella reunion delle Hole di sei anni fa (che a quanto pare aveva anche bisogno di leggere testi e accordi per paura dei vuoti di memoria). Scrap e Must Have More sono incalzanti e si attaccano addosso come colla, Shitlist e Shirley sono furia che scatena gli ennesimi poghi selvaggi sottopalco, mentre una Crackpot Baby sfama le bocche anche dei completisti, essendo compresa in un album (Slap Happy, del 1999) uscito in un periodo già intasato di gruppi con le braghe calate e i cappellini al contrario.

Il bis è da fiato sospeso, inanellando una dietro l’altra American Society (sempre attuale), il manifesto Pretend We’re Dead e Fast & Frieghtening. Le L7 sono tornate, non ci sono dubbi, e sono ancora una band solida che ha inspiegabilmente dentro di sé qualcosa di involontariamente (?) politico e di socialmente pericoloso. Senza estenuanti proclami, introduzioni enciclopediche e atteggiamenti teatrali ma ce l’ha, ed è proprio qui che risiede il loro punto di forza. In questi anni sono state molte le band al femminile che hanno incendiato le classifiche indie e i palchi di mezzo mondo (penso alle Savages, scomode pure loro) ma Jennifer Finch e socie restano una squadra a parte che gioca un campionato senza rivali. Una mina ancora innescata sul culo flaccido degli ipocriti, dei benpensanti e dei sessisti. Alla fine del concerto il ragazzo con la maglia degli Slint mi dice che le L7 sono “le Nirvana in gonnella”. Sappiamo entrambi che non è così, fosse anche solo perché di gonnelle ne ha indossate più Kurt Cobain che loro, e che le cose sono andate ben diversamente, anche rispetto ai reali meriti della band, ma alla fine di un concerto del genere non me la sono proprio sentita di contraddirlo. Tanto sembra che a breve uscirà un documentario a portare un po’ di chiarezza e meritata gloria alle L7. Titolo? Ovviamente Pretend We’re Dead.

Foto di Serena Veneziani

(http://serenavenezianifoto.tumblr.com/)

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