La doppia vita di Nico

Cinquant'anni da Chelsea Girl

Nell’ottobre 1967 usciva Chelsea Girl, primo album da solista della chanteuse dei Velvet Underground: femme fatale che strada facendo annichilì la propria bellezza, percorse il tunnel della tossicodipendenza e morì precocemente nel 1988, anno citato nel titolo del film biografico diretto da Susanna Nicchiarelli, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
La doppia vita di NICO

NICO, 1967
Era ottobre, 50 anni fa, e usciva il primo album di Nico, Chelsea Girl, distribuito da Verve: medesimo editore dell’esordio dei Velvet Underground intestato anche a suo nome, in commercio da sette mesi. Lei non ne era soddisfatta: “Ancora non riesco ad ascoltarlo, perché tutto ciò che volevo fosse in quel disco venne eliminato: chiesi della batteria e dissero no. Chiesi più chitarre e dissero no. Chiesi semplicità e lo seppellirono di flauti! E aggiunsero gli archi: non mi piacevano, però riuscivo a sopportarli. Ma il flauto! La prima volta che lo ascoltai, piansi, e fu tutta colpa del flauto”, spiegò nel 1981 (citazione ripresa nel libriccino allegato alla versione deluxe di The Velvet Underground & Nico datata 2002). Opinione condivisa da Lou Reed: “Peccato per l’idiota che ha prodotto l’album mettendoci tutti quegli archi”, disse. Di suo pugno aveva firmato quattro canzoni: Wrap Your Troubles In Dreams, Chelsea Girls (con Sterling Morrison), Little Sister e – parentesi free form in una sequenza di ballate folk dal gusto barocco – It Was A Pleasure Then (ambedue insieme a John Cale, autore individualmente di Winter Song). Nei crediti troviamo poi i nomi di Tim Hardin (Eulogy To Lenny Bruce) e dell’appena 18enne Jackson Browne (These Days, Somewhere There’s A Feather e – in coppia con Gregory Copeland – The Fairest Of The Seasons): musicisti che occasionalmente l’affiancavano inoltre dal vivo, così come Tim Buckley, quando si esibiva da solista allo Stanley’s, il bar nel seminterrato del Dom, locale dove nell’aprile 1966 aveva debuttato l’Exploding Plastic Inevitable architettato da Andy Warhol. Fra i tanti, ad ammirarla, traendone ispirazione, c’era Leonard Cohen.

Teneva il microfono con tutt’e due le mani, il lungo collo proteso verso il soffitto mentre inseguiva una nota. C’era in lei uno strano esistenzialismo. Era fredda e calda al tempo stesso, e con il suo modo di cantare dilatava le parole al punto di deformarle, sfumandone gradualmente il significato fino a renderle suoni che comunicavano sensazioni, anziché parole corrispondenti a pensieri”, scrisse ai tempi Pat Patterson su “IN New York”, commentandone un’esibizione (testo incluso successivamente nelle note di copertina di una riedizione su Cd di Chelsea Girl). Proprio per onorare un impegno da Stanley’s, il 25 maggio mancò al primo dei due concerti consecutivi che i Velvet Underground dovevano tenere al Tea Party di Boston (all’inizio del mese già aveva disertato l’ultima rappresentazione dello show multimediale al Scene di Manhattan, del resto). Si presentò la sera seguente, ma non le fu concesso di salire sul palco. La frattura in seno al gruppo era diventata insanabile: Lou Reed, in particolare, non la sopportava più. E sì che per un breve periodo – quando lui compose per lei I’ll Be Your Mirror e Femme Fatale – erano stati amanti, finché Nico l’aveva liquidato bruscamente di fronte agli altri, come ricorda Cale nella biografia di Richard Witts The Life And Lies Of An Icon: “Non posso più fare sesso con gli ebrei”. Atto conclusivo in una relazione di amore e odio innescata un anno e mezzo prima, allorché Warhol, accettando un suggerimento di Paul Morrissey, il suo collaboratore più fidato, ne aveva patrocinato l’ingresso in formazione: scelta ufficializzata in pubblico il 13 gennaio 1966, con la celebre performance al convegno degli psichiatri presso il Delmonico Hotel di Park Avenue.

Nico

Ripensando a quello e ad altri eventi, Nico affermò: “Ho l’abitudine di andarmene da un posto nel momento sbagliato, proprio quando potrebbe succedere qualcosa d’importante per me”. Dichiarazione riportata in Up-Tight, volume che ripercorre le vicende della band nel racconto di Victor Bockris e Gerard Malanga. Quest’ultimo, anch’egli habitué della Factory e fedelissimo di Warhol, l’aveva accostata a Marlene Dietrich e Greta Garbo in un articolo pubblicato nel gennaio 1967 dal periodico “Status & Diplomat”: “Se esiste una bellezza così universale da risultare indiscutibile, Nico la possiede. Il viso è perfetto. Lineamenti impeccabili: bocca precisa, naso dritto e finemente cesellato, occhi limpidi in delicato equilibrio, volto incorniciato da una cortina di capelli chiari e splendenti”. Sempre Malanga rievoca il primo incontro con lei, propiziato da Bob Dylan, in Please Kill Me, cronaca orale del punk curata da Legs McNeil e Gillian McCain: “Nico si appiccicò ad Andy e a me mentre eravamo a Parigi. Feci due più due e conclusi che era andata a letto con Dylan. Era abbastanza ovvio: aveva ottenuto una canzone da Bob, I’ll Keep It With Mine, dunque è probabile che lui avesse avuto qualcosa in cambio”. Già, c’è anche il signor Zimmerman nella lista dei suoi partner (oltre che degli autori dei brani inclusi in Chelsea Girl). Warhol comunque ne fu impressionato: “Era misteriosa ed europea, una specie di autentica dea lunare”, decretò in POPism. E così Nico finì per spodestare nelle gerarchie della Factory Edie Sedgwick (la Factory Girl nel film di George Hickenlooper del 2006), recitando tra l’altro in Chelsea Girls, lungometraggio ambientato da Warhol e Morrissey nel leggendario hotel al 222 di West 23rd Street: invitato nel 1967 al festival di Cannes ma non proiettato, inizialmente a causa dei problemi tecnici dovuti allo schermo diviso e infine censurato per le scene di nudo. Il primo album a suo nome ne mutuò il titolo, passando dal plurale al singolare. Uscì che Nico ancora doveva compiere 29 anni. O erano forse 24?

La vaghezza biografica faceva parte del personaggio, a cominciare dalla data di nascita. L’opzione prevalente è il 16 ottobre 1938, anche se fonti in qualche modo “ufficiali”, dal citato Up-Tight alle note didascaliche del doppio antologico The Frozen Borderline (confezionato nel 2007 da Rhino associando The Marble Index e Desertshore a materiale inedito), indicano il 15 marzo 1943. Diverso è pure il luogo: Colonia nel primo caso, Budapest nel secondo. Né si viene a capo di alcuni nodi cruciali nel suo percorso esistenziale, dalla scomparsa del padre all’episodio dello stupro subito da adolescente, incrociando i dati che si ricavano dal documentario di Susanne Ofteringer Nico Icon (1995) e dai libri a soggetto curati da Richard Witts e James Young, musicista stabilmente al suo fianco durante gli anni Ottanta (Songs They Never Play On The Radio, 1992). Certo è che Christa Päffgen crebbe accanto alla madre nella Germania postbellica, inizialmente a Lübbenau e quindi a Berlino, coltivando la propria bellezza: “Era vestita sempre come una principessa”, rammenta la zia Helma Wolff in Nico Icon. Fu il fotografo di moda Herbert Tobias ad accorgersi di lei, soprannominandola Nico in memoria di un suo amore perduto, il filmmaker di origine greca Nikos Papatakis (con il quale la stessa Christa avrebbe vissuto dal 1959 al 1961), e invogliandola a trasferirsi a Parigi. Divenne così modella richiestissima da “Vogue”, “Elle” e altre riviste patinate, nonché testimonial per una campagna pubblicitaria di Coco Chanel. Non aveva ancora 20 anni quando fece da comparsa nel film La tempesta di Giorgio Lattuada, il suo debutto nel mondo del cinema, cui seguirono la partecipazione – come Nico Oztak – a sei scene de La dolce vita di Fellini (la prima è quella dell’incontro con Mastroianni/Rubini: “Marcellino! Bruttissimo! Cattivo!”) e il ruolo da protagonista in Strip-Tease di Jacques Poitrenaud (1963). Viveva tra Parigi, Ibiza, Roma e New York, dove studiò recitazione da Lee Strasberg, allora direttore dell’Actors Studio, parlando quattro lingue (inglese, francese e spagnolo, oltre al tedesco): geografia da apolide simboleggiata, tempo dopo, dalla scritta Ohne Festen Wohnsitz (senza fissa dimora) sul passaporto. Era una diva da copertina (su “Esquire”, nel settembre 1961, e per l’album del jazzista Bill Evans Moon Beams, nel 1962), finché – avendo preso frattanto lezioni di canto – esordì sul palco, nel dicembre 1963 al Blue Angel di New York, interpretando My Funny Valentine (standard su cui sarebbe tornata in occasione dell’ultimo disco, Camera Obscura, nel 1985). Aveva con sé il figlio Christian Aaron, detto Ari, nato l’11 agosto 1962, adottato poi dalla madre di Alain Delon, benché lui non ne abbia riconosciuto mai la paternità. L’anno seguente, a Parigi, incontrò Bob Dylan…

Chelsea Girl

Quando nel giugno 1967 andò al festival di Monterey, sapeva di aver chiuso con i Velvet Underground e riponeva ancora speranze nell’album registrato in primavera. Ad accompagnarla c’era Brian Jones, che nel 1965 aveva prodotto il suo primo 45 giri, edito dalla Immediate di Andrew Loog Oldham, il manager dei Rolling Stones: sul lato A una cover di I’m Not Sayin’ di Gordon Lightfoot, con Jimmy Page alla chitarra. Fu rapita dalla performance di Jimi Hendrix, insieme al quale consumò una fugace love story. Il mese dopo, auspice il geniale tuttofare Danny Fields, incontrò a Los Angeles Jim Morrison, con cui ebbe un flirt tempestoso ma intensissimo: “Era come un fratello: m’insegnò a scrivere canzoni, cosa che non immaginavo di poter fare”. Allora cominciò a prender forma la seconda vita di Nico, costruita distruggendo la prima. Capelli tinti di nero e volto emaciato, così è raffigurata sulla copertina di The Marble Index, uscito nel novembre 1968: “Non è un disco da ascoltare, ma un buco in cui precipitare”, secondo Frazier Mohawk, che lo produsse avvalendosi degli arrangiamenti di John Cale. Nell’inquietante video del brano conclusivo, Evening Of Light, compare il 21enne Iggy Pop: la sua nuova fiamma, da lei tenuto artisticamente a battesimo assistendo alle sedute di registrazione dell’album d’esordio degli Stooges, in cabina di regia accanto a Cale. Estromesso anch’egli dai Velvet Underground, l’artista gallese l’affiancò nel lavoro successivo, Desertshore: concepito a Positano, rappresentava il corrispettivo discografico di La Cicatrice Intérieure, film che segnò l’inizio della partnership artistica, sentimentale e chimica con il regista francese Philippe Garrel, durata per quasi tutti gli anni Settanta. La metamorfosi si era compiuta, dunque: l’algida e fatale diva bionda del decennio precedente aveva lasciato il posto alla “Regina del Male”, per usare l’espressione enunciata da James Young in Nico Icon.

L’unica volta che ebbi modo d’incontrarla fu nel gennaio 1984, in camerino, al termine di un concerto in un locale nei dintorni di Torino. Ero giovane e sprovveduto, le rivolsi perciò domande piuttosto banali. A una di esse rispose: “Amo la tragedia, ma non mi considero particolarmente tenebrosa: nei testi cerco di esprimere il male che ci circonda, non mi piace rendere tutto perfetto e meraviglioso”. Quanto al passato, disse laconicamente: “Non rinnego nulla, davvero”. Sarebbe morta quattro anni e mezzo più tardi, nell’amatissima Ibiza. In quegli stessi giorni Lou Reed e John Cale, riconciliatisi dopo due decenni, stavano preparando Songs For Drella in memoria di Andy Warhol, scomparso il 22 febbraio 1987. A proposito dei Velvet Underground, Nico mi aveva detto: “Eravamo molto decadenti, perversi e arrabbiati, soprattutto decadenti”. Le sue ceneri riposano nel piccolo cimitero di Grunewald, appena fuori Berlino, accanto ai resti della madre Margarete: la foto sulla lapide la ritrae giovane e bionda. Intanto alcune canzoni di Chelsea Girl sono riaffiorate al cinema: The Fairest Of The Seasons e These Days in The Royal Tenenbaums di Wes Anderson, la prima pure in Restless di Gus Van Sant, mentre Wrap Your Troubles In Dreams è in Killing Them Softly di Andrew Dominik. Nell’album Kissin Time del 2002 Marianne Faithfull cantava in suo onore Song For Nico. Il testo recita: “Nata nel 1938, un buon anno per il Reich. Non poteva partecipare, non ne aveva il diritto: era senza padre nella Terra dei Padri. Adesso è il 1966 e Andrew sta usando tutti i suoi trucchi. E quando Brian Jones le è vicino, Nico non si sente così stramba. È infognata, benché innocente. Ieri è andato, c’è solo oggi: nessun domani. Non più. È il momento di Andy Warhol, i mistici Sessanta sono alle strette. Anche se le piace abbastanza Lou Reed, non ne ha affatto bisogno. Già infognata, benché innocente. E ora non sa che cosa vuole. Né dove vuole andare. E Delon sarà ancora stronzo? Sì, è infognata, benché innocente”.

 

NICO, 1988
Vincitore alla Mostra del Cinema di Venezia e in sala quest’autunno, fin dal titolo – Nico, 1988 – il film di Susanna Nicchiarelli dichiara l’intenzione di sondare il lato oscuro del personaggio. Abbiamo dialogato con la regista romana a proposito di questo e altro.

A che punto della tua vita è entrata in scena Nico?
Ascoltando il primo album dei Velvet: avevo 16/17 anni e stavo cercando di orizzontarmi nella storia del rock. Conoscevo già alcune canzoni, senza rendermene conto, ma quando l’ho avuto in casa mi ci sono appassionata. Ricordo poi una volta, con gli amici, di aver chiesto a qualcuno se in seguito Nico avesse fatto qualcosa e la risposta fu: “Sì, ma sono dischi inascoltabili”. Anni dopo, leggendo Please Kill Me, mi sono imbattuta nel racconto della sua storia con Iggy Pop, dove di lei si diceva che fosse una donna finita: a 34 anni, quanti ne avevo io allora! Un pensiero angosciante: io mi sentivo all’inizio della mia vita e Nico, invece, alla stessa età, veniva descritta in quel modo. Così ho deciso di capire che cosa avesse fatto da solista. In realtà, avendo studiato cinema, avevo avuto già a che fare con Chelsea Girls di Warhol e quindi mi era capitato di vederla sullo schermo, ma la scintilla è scoccata allora: l’idea di queste donne con una carriera da modelle, che passata la soglia dei 30 anni era come se fossero morte. Ascoltando la musica di Nico, in particolare le canzoni di Desertshore, il suo disco che preferisco, anche per l’implicazione cinematografica con La Cicatrice Intérieure di Garrel, ne sono stata affascinata e ho cercato di sapere che cosa le fosse successo dopo. Gli anni Settanta sono stati un periodo molto buio per lei, a causa dell’eroina, ma è lì che ha cominciato a fare la sua musica, liberandosi della zavorra dei Velvet Underground.

 In quale momento hai pensato di poterci fare un film?
Quando ho conosciuto l’ultima fase della sua vita, leggendo il libro scritto dal figlio Ari e quelli di James Young, il suo tastierista negli anni Ottanta, e Richard Witts: il periodo con Alan Wise, che le ha fatto da manager, organizzando una band, aprendole un conto in banca e trovandole casa a Manchester, in sostanza mettendo ordine nella sua vita. Sono riuscita a incontrarlo poco prima che morisse…. Volevo capire che cosa aveva fatto dopo i 40 anni e mi ha colpito molto che non fosse nostalgica: personalmente ho un’ossessione al contrario per la nostalgia, nel senso che non sopporto chi vive in funzione del proprio passato e dei rimpianti. Provava fastidio quando le domandavano degli anni Sessanta, arrivando a sminuire l’esperienza nei Velvet Underground… Dalla “donna più bella del mondo” uno si aspetta che, invecchiando, finisca nel cliché da Sunset Boulevard, vivendo il mito della bellezza perduta e degli uomini meravigliosi con cui era stata. Nico si era imbruttita intenzionalmente, cominciando a tingersi i capelli di nero: voleva cancellare l’icona di sé stessa, perché le aveva causato solo problemi e disagi. Per questo nel film le faccio dire una frase apocrifa, ma secondo me vera: “Io non ero felice quand’ero bella”. Non sta in nessuna biografia, ma in un modo o nell’altro lei lo ha comunicato in mille modi: come se per essere libera dovesse rinunciare alla bellezza. E lo stesso vale per la musica: non ha cercato in alcun modo il consenso del pubblico, conservando una sorta di purezza per fare ciò che voleva.

Dyrholm & Nicchiarelli

Documentandoti durante il lavoro di preparazione, hai fatto qualche scoperta inattesa?
Sono molto appassionata di storia, e i miei due film precedenti, Cosmonauta e La scoperta dell’alba, sono immersi in quella dimensione. Approfondendo la conoscenza di Nico, è venuta fuori la sua ossessione per la Berlino bombardata, con la visione ricorrente dei mattoni e delle macerie. In un’intervista raccontava: “Ogni volta che chiudo gli occhi e mi addormento, ritorno lì, nella Berlino distrutta”. A quel punto ho avuto la certezza di voler fare il film: la presenza costante nella sua vita dei ricordi della Seconda Guerra Mondiale ha cambiato il mio sguardo su di lei, l’ha resa un personaggio più interessante e profondo. È un aspetto molto più rilevante della Pop Art, della Factory e di Warhol.

Era comunque un personaggio controverso, no?
Nico era una mitomane, s’inventava le cose, e nel film questo aspetto c’è. Sostengono fosse razzista, mentre io credo che fosse più che altro ambigua. Era anzi ossessionata dal senso di colpa e dalla vergogna di essere tedesca. Nella biografia di Young viene riportata una frase di Nico che a proposito di Lou Reed dice: “Non ha mai perdonato ciò che il mio popolo ha fatto al suo”. Senz’altro non era politically correct: faceva gaffe in continuazione. E ce l’aveva un po’ con i neri, magari per la storia dello stupro subito dal soldato afroamericano, che però potrebbe essere un’altra sua invenzione.

Che idea ti sei fatta del suo rapporto con gli uomini?
Alla fine la mollavano tutti: per primo Alain Delon, poi Dylan… Era una donna che usava anche il sesso per entrare nel mondo, ma ho l’impressione che fosse fredda e non lo facesse con passione. Secondo me, l’unica storia d’amore vera è stata quella con Jim Morrison: prendevano Lsd, scrivevano canzoni, litigavano e facevano l’amore, era un rapporto molto sanguigno e lei lo venerava. Poi c’è stato Garrel, anche se quella è stata una relazione intossicata dalla droga. Erano gli anni Settanta e la gente tendeva a evitarla, cercava di liberarsene o la respingeva: non la invitavano alle feste perché temevano che rubasse l’argenteria. Quando arrivò a Berlino, scrisse un biglietto a Bowie, dicendogli “Sono qui…”, e in cambio ottenne un “Chissenefrega”.

Trine Dyrholm

Hai incontrato Ari, suo figlio: che impressione ne hai ricavato?
La sceneggiatura si basa su una lunga settimana nell’ospedale psichiatrico dove Ari vive da 30 anni, passata a verificare tutto quello che avevo letto nelle varie biografie. Per lui la madre rimane una star: non la mette in discussione, né le rimprovera nulla, e non prova alcun risentimento nei suoi confronti. Ce l’ha con il mondo intero, tranne che con lei, per quanto viceversa Nico si sentisse in colpa per averlo abbandonato. Nonostante sia stata la famiglia di Delon a permettergli di avere un’infanzia normale, Ari è completamente dalla parte di Nico: dice che erano piccolo borghesi, mentre la madre era una star che loro non potevano capire. La considerava immortale ed era convinto di morire prima di lei.

Come hai scelto l’attrice protagonista?
Trine Dyrholm è secondo me la migliore attrice europea: ha lavorato con i registi del collettivo Dogma 95 e ha recitato in Festen e La comune di Thomas Vinterberg. L’ho ammirata molto in Love Is All You Need, commedia romantica di Susanne Bier, dove si mostra fragile e imperfetta interpretando una donna malata di cancro, reduce da un’operazione, e usa la fisicità senza alcuna vergogna per mostrare i segni dell’intervento e delle cure: senza un seno e senza capelli. Ha una tempra e una forza caratteriale impressionanti. Il nostro era un film faticoso, dovevamo viaggiare tanto e certe scene erano davvero dure: doveva vomitare per strada, farsi, ma anche cantare dal vivo. In gioventù, prima di fare l’attrice, è stata cantante di un certo successo: ha però una voce più alta di quella di Nico. Con Max Viale, che insieme ai Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo ha curato gli adattamenti delle musiche originali, abbiamo lavorato sodo per aiutarla a trovare la voce della “sua” Nico. Il personaggio lo abbiamo costruito insieme attraverso la musica, poi è venuto il resto.

Che aspettative hai, adesso che il film è pronto?
Mi piacerebbe che fosse apprezzato sia dai fan di Nico sia da chi non la conosce: alla fine è la storia di una donna. Quando fai un film biografico, se vuoi evitare un effetto didascalico, in qualche modo il personaggio lo devi reinventare: io ho raccontato la mia Nico.

 Pubblicato sul Mucchio n. 758

 

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