Festival di Sanremo

Lasciamo perdere

Non c'è gara, non c'è conflitto: era meglio quando era tutto un totocutugno
Festival della Canzone
Lasciamo perdere

Ragazzine dall’aria spavalda strizzate nei jeans. Ragazzini col ciuffo spiovente ed il chiodo indossato con studiata disinvoltura. Ambizioni in conflitto e circostanze ormonali, il tutto innaffiato da ricorrenti e generose dosi di caro, vecchio rock’n’roll. È fiction, ok, ma potrebbe essere qualcosa di più. Ad esempio, il sintomo di una speranza che si avvia a realizzarsi, lo sdoganamento della cultura e della prassi rock nel vivo dell’immaginario giovanile italiano. Ma no, no. Niente di tutto questo. È soltanto un teen-movie della Disney, e quei fanciulli sono soltanto pedine di un gioco strutturato su un’idea rock ingegneristicamente stereotipata. Se li guardi bene, lo capisci come fuor di finzione non attendono altro che l’ultimo ciak per gettarsi su un iPod zeppo di speciose delizie à la Justin Bieber. Dietro quei visini graziosi nascondono una strisciante, pericolosa ambiguità. E mia figlia, sangue del mio sangue, li guarda. Sviluppa empatia. Partecipa incantata a quel miraggio ingannevole. Senza che io possa farci nulla, a meno che non voglia passare per un vecchio scoreggione che vede fantasma nel frigorifero. Che ironia: passi anni ad immaginare quanto sarebbe bello che il rock ottenesse cittadinanza nella programmazione televisiva ordinaria, che non finisse come al solito a mendicare frattaglie satellitari o imbottigliato nel contenitore isotonico del primomaggio, ed in cambio cosa ottieni? Un fotoromanzetto patinato ad uso e consumo di bambocci aspiranti teenager. Che dire, amiche, amici: il mondo perfetto è un’impossibile idiozia. Lo sappiamo e lo sapevamo già da prima d’essere in grado di far girare un vinile o infilare il cd nell’apposita fessura.

Tuttavia, questa favola di poter vivere prima o poi secondo valori e criteri più giusti, da investirci energia emotiva con piena soddisfazione, continua a resisterci dentro. Non la fola del mondo perfetto, figuriamoci, ma la speranziella di un posto migliore, porco cane, quella sì. Che a realizzarsi, almeno sulla carta, non ci vorrebbe neppure chissà quale impresa. Basterebbero piccoli interventi di ristrutturazione, stuccare una crepa qui, puntellare una trave là. Ad esempio, che ne direste di un Festival della Canzone che presenti il meglio della produzione pop-rock italiana, e non soltanto invece ciò che obbedisce ai requisiti turbo-populisti delle playlist radiofoniche e televisive? Non sarebbe già un piccolo grande motivo di conforto? Essì, certo. Ma allora, aspetta un momento: i Perturbazione e Riccardo Sinigallia finiscono in gara al festivalone, e tu non esulti, tu non sei felice. Perché? Perché, come già gli illustri predecessori Afterhours, Marlene Kuntz, Marta Sui Tubi eccetera, staranno lì loro malgrado a fare la parte del freak all’occhiello, una sorta di patentino posticcio di benevolenza verso ciò che non è di stretta osservanza nazionalpopolare, così da giustificare e nobilitare la natura fisiologicamente (e opportunisticamente, e disperatamente) nazionalpopolare della kermesse.

Alla fine dei salmi era meglio quando era tutto un totocutugno. Proprio così: voi di là, noi di
qua. Voi quello, noi questo. Non c’era gara. Non c’era conflitto. Quando era il caso, potevi persino goderne. Con leggerezza. E il mondo migliore? Lasciamo perdere, che tanto il rock è destinato a germogliare negli interstizi dove finiscono i detriti ed il percolato di un sistema tutt’altro che ideale. Quel luogo immaginifico dove nelle radio impazzano gli Hidden Cameras o i Bachi da Pietra, dove nelle sale d’attesa aleggiano suadenti rarità psych-folk e nei supermercati ti solleticano col miglior lo-fi dei Novanta, dove i serial tv per le masse
procedono tra sussulti Fleshtones e caligini My Bloody Valentine, è anche quel posto
orribile dove il rock non è più un’ancora di salvezza e meno ancora quel prezioso intercalare
alieno che definisce il limite tra te e ciò che non vuoi essere. Il mondo perfetto per il rockofilo, ahinoi, è questo mondo sciaguratamente imperfetto.

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