Leonard Cohen

Il piccolo profeta gobbo

Un anno fa moriva Leonard Cohen, il giorno prima dell’elezione di Trump che sconvolgeva il mondo. Questo il lungo pezzo che gli dedicammo a partire dalla sua riflessione sulla democrazia: “Ho visto il futuro, è un massacro”. Breve storia di una visione, tra Manhattan e Berlino, tra banane e spazzatura.
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Per cominciare mettiamo assieme due date. La prima è il 7 novembre scorso: il profilo gobbo di Leonard Cohen scappa via da questo mondo, con la serenità e la saggezza che ci è stata tramandata dalle tante notizie pubbliche che l’hanno riguardato negli ultimi mesi: il nuovo album che dialoga con la morte, You Want It Darker, il commovente addio a Marianne Ihlen (la musa di So Long, Marianne), la meraviglia della considerazione sul Nobel a Dylan (“è come appuntare la medaglia di monte più alto all’Everest“). Lo lascia con un cenno di sorriso sulla bocca, è facile immaginarlo: è il giorno prima della sconfitta di Hillary Clinton e dell’elezione di Trump, è prima dei suoi discorsi d’insediamento, delle sue nomine di suprematisti bianchi, del suo razzismo ostentato al potere.
La seconda data risale a 24 anni fa, giorno più giorno meno. Nel gennaio del 1993, a uno dei balli inaugurali della nuova presidenza Clinton, uno dei batteristi più celebri della storia del rock, Don Henley degli Eagles, si siede sul palco imbracciando la chitarra e dice: “questo pezzo è di uno dei più grandi cantautori al mondo, si chiama Leonard Cohen – viene dal suo nuovo album“.
Per festeggiare Clinton, l’ennesimo democratico piacente quarantenne eletto trionfalmente alla Casa Bianca, Don Henley chiama in causa Democracy, che tanto bene sembrava attagliarsi al nuovo corso, dopo dodici anni di reaganismo (Bush padre compreso). “La democrazia sta arrivando in America“, sanciva il refrain di quel brano, sostenuto da una marcetta di percussioni. Solo che la marcetta era spezzata a ogni svolta dall’elenco di ferite e lacerazioni democratiche pronunciato da un Cohen dalla voce sempre più bassa: “la guerra al disordine”,le sirene giorno e notte“, “i fuochi dei senzatetto“, “le ceneri dei gay“. C’era quindi in Don Henley una forzatura, o magari – magari – un’ironia, grande forse quanto Born In The USA utilizzata da Reagan ai comizi del 1984. C’era, in quel testo inequivocabile, l’enorme equivoco americano squadernato dal suo vicino canadese – una democrazia inattuata, inattuabile, sempre a venire, chiamata alla sua prova più difficile: dimostrarsi tale nel momento in cui il nemico esterno, l’Urss, il socialismo reale, the communists, era scomparso.

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Leonard Cohen è stato un profondo amante del presente. Lo ha capito, lo ha musicato. Lo ha temuto e celebrato.
Quando nel 2008 Lou Reed introdusse Cohen nella Rock And Roll Hall Of Fame, per sedurre il pubblico lesse stralci di alcuni brani di Cohen senza alcuna melodia. Fece risuonare i versi. Lo fece prima di ogni polemica cretina su quanta letteratura vi sia nel rock.
L’attacco fu riservato a First We Take Manhattan. Lou, con la voce incrinata dei suoi ultimi anni, recitò solo l’incipit: “mi hanno condannato a vent’anni di noia per aver cercato di cambiare il sistema dall’interno / Sto venendo a ricompensarli / Prima ci prendiamo Manhattan / Poi Berlino“. Si fermò e disse: “sarebbe bastato solo questo, ma ha continuato“.
Cohen ha continuato e ha continuato. Quel brano del 1988 è stato sempre raccontato da Cohen come descrizione “di quello che passa nella mente di un terrorista“. Altri lo hanno letto come sdegnoso, sarcastico pamphlet contro la casa discografica (“ricordami, vivevo per la musica“).
Eppure c’è uno strano ritorno di senso e di suono in Lou Reed che comincia la celebrazione di L. Cohen da quel brano inquietante e trascinante, che venne collocato in apertura del disco I’m Your Man. Non solo perché il verso centrale, che conteneva l’imperativo di conquistare Manhattan e poi Berlino, ripercorreva paradossalmente l’itinerario artistico compiuto proprio da Lou tra i Sessanta e i Settanta, ma anche perché I’m Your Man, il disco del suo ritorno al successo commerciale, presentava in copertina un elegante signor Cohen di mezz’età, con la giacca e la brillantina sui capelli, nell’atto di mangiare una banana. Una citazione scoperta della copertina di The Velvet Underground & Nico.
E proprio a Manhattan Leonard Cohen e Nico, tanti anni prima, quando era uscito quell’album prodotto e disegnato da Andy Warhol nel 1967, avevano condiviso un percorso di desiderio non corrisposto e di alcuni perturbanti non detti.
Bellissima, algida, ben avviata verso la tossicità (“non mi piacciono queste droghe che ti rendono magra“, recita First We Take Manhattan nel 1988), nel pieno di un fashion business cui Cohen non era insensibile, nel 1967 Nico fu una delle poche a resistere al fascino di Cohen in quel del Chelsea Hotel – una relazione di attrazione e repulsione ricordata nello struggimento di Take This Longing. Nico sarebbe morta pochi mesi dopo la pubblicazione di quel disco in cui il suo spasimante di vent’anni prima (“mi hanno condannato a vent’anni di noia“) rivendicava, di fronte a non si sa chi, un “segno di nascita” e un “segnale che mi guida dai cieli“.
Nico contraddizione vivente, Nico sospetta antisemita che si univa ai cantanti ebrei (Lou Reed), Nico che eseguiva e registrava tutto l’inno tedesco, anche la sua parte ‘nazista’ vietata, Nico che veniva a Manhattan da Berlino, Nico sontuosa outsider ridotta a tempesta di buchi sulla pelle, Nico l’aveva rifiutato, forse perché troppo vecchio, o per altri, imperscrutabili motivi. Fece ancora in tempo a leggere quei versi che ricordavano come in “quella fila di persone in coda alla stazione“, in attesa dei treni dei deportati?, lui, Leonard Cohen, “fosse uno di loro”, un ebreo segnato dalla nascita.
Morto nel 1987 il detentore del copyright sulla banana, Andy Warhol, Cohen che mangia una banana in copertina rappresenta la chiusura di un cerchio apertosi al Chelsea Hotel a fine anni Sessanta: è il suo uomo, è il nostro uomo. È la poesia resa pop, ma è soprattutto la rivincita, nel 1988, di chi nel 1988 ha perso. Ha preso Manhattan. E subito dopo Berlino. Solo che la conquista personale nel 1989 divenne collettiva. Berlino fu presa davvero. Quella strana profezia suonava incredibilmente vera.

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Nonostante le mille citazioni dall’Antico Testamento disseminate nei suoi brani, nonostante le tante canzoni-preghiera (Bob Dylan parlò così di Hallelujah, e certo If It Be Your Will è un altro esempio calzante), Cohen ha sempre sorriso col suo timido e tipico understatement delle profezie che gli sono state attribuite nei decenni. Nelle interviste successive a The Future, l’album del 1992 che più giocava con la sua visione anticipatrice, ha parlato delle sue capacità profetiche come “abilità in disfacimento” – ci metteva sempre troppo a scrivere le canzoni, 3-4 anni per comporre Democracy, e intanto il Muro cadeva.
È certo un cliché, ma come tutti i clichés il “Leonard Cohen profeta”, meglio, profeta politico, funziona operativamente molto bene. Chiunque può restare a bocca aperta a leggere il testo di The Future, o ancor più a pensare a First We Take Manhattan dopo il 2001, se è vero che Cohen, almeno a suo dire, vi si immedesimava in un terrorista. Ma quando Lou Reed dichiara giustamente al mondo la sua fortuna per essere stato contemporaneo di Cohen, conviene chiedersi soprattutto quale tempo ha vissuto, quale tempo Leonard Cohen ha visto, nel collasso di epoche delle sue canzoni. Di quale tempo è stato contemporaneo? L’enorme lucidità profetica che gli viene attribuita è infatti, come sempre, una capacità diagnostica del presente. Il tono ieratico aiuta le predizioni di sventura a sembrare efficaci. Una grande ironia anche.
Naturalmente Cohen non ha visto il futuro. Certo, ha visto il muro di Berlino cadere un anno dopo aver detto che avrebbe “preso Berlino“. Fu forse per continuare a disegnare questo suo profilo profetico che nel 1992 pubblicò The Future. Ma per prendere davvero Berlino – la nuova Berlino democratica, con la Berlino socialista e naturalmente la Berlino nazista sullo sfondo – bisogna prendere la democrazia a Manhattan, ovvero capirla, ma dopo il 1989.

E allora si può leggere The Future come un lungo proclama, una lamentazione visionaria sull’essenza della democrazia.
Quando Cohen, dopo l’uscita dell’album, con quel suo disegnino in copertina – il cuore le manette l’uccellino – rilascia dichiarazioni in cui manifesta tutto il suo turbamento per gli eventi degli ultimi anni, non sta banalmente rimpiangendo i bei tempi delle certezze andate – i blocchi di oriente ed occidente non comunicanti, quella via occidentale alla libertà rinvigoritasi dal Sessantotto in poi, in cui lui aveva sguazzato, fino ad apparire fuori di sé, strepitoso e intenso come non mai sul palco di un’isola di Wight accerchiata dagli hippies.
Quando mette nero su bianco, nota per nota, la sua inquietudine, Cohen sta guardando al problema che si è aperto con l’Ottantanove, alla fine degli alibi, al compito infinito che si apre alla democrazia occidentale, senza che la democrazia, tra i fumi dei suoi roghi, dei suoi autodafè, delle sue vittime provvisorie, sappia come realizzarlo.
Giocando al profeta di sventura, Cohen proclama il futuro come massacro. Vede della democrazia il suo coincidere con la dismisura, con la tormenta, col “non c’è più nessuno da torturare”.
La visione apocalittica infarcita di invettive di incubi e tremori permette a Cohen di collocarsi al di fuori di ogni retorica sul mondo libero. Ora la democrazia in arrivo, che “è reale, ma non è esattamente qui“, è tutta dismisura: “le cose stanno scivolando in ogni direzione, non ci sarà più nulla che si possa misurare“.

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I versi più dolorosi di The Future si aprono con una serie di “ridatemi”. Ridategli il muro di Berlino, al letterato dalla voce monocorde che si ingobbiva sul palco, ridategli Stalin, ridategli San Paolo, ridategli Cristo e persino Hiroshima.
È nelle strofe di un brano sorprendentemente ritmico che il profeta di sventura prorompe in un elenco di nomi che compongono un quadro di sconcertante tranquillità: il Cristianesimo e il piccolo padre comunista, il grande convertito che ha fondato una religione e l’esibizione nucleare della superpotenza hanno sancito un equilibrio durato quarant’anni. Vuole davvero tutto indietro Leonard Cohen, per sfuggire “alla tormenta del mondo”?
No, Cohen non conosce marce indietro, non sa cosa sia il pentimento. E neppure, nella sua immensa celebrazione della vita nei suoi aspetti di ricchezza e di vuoto, il “piccolo ebreo che ha scritto la Bibbia” trova spazio per rivendicare un’autorità che sanzioni le condotte scomposte, che le neghi imponendo un ordine dall’alto. Il piccolo uomo democratico che lo abitava era attonito rispetto alle nuove realizzazioni della libertà in atto dal 1989 – la retorica della fine della storia, della libertà estesa in ogni dove, della libertà sconfinata, non poteva trovare in lui un ascoltatore distratto: “quando non c’è più il gatto, i tipo ballano e di solito è il preludio di un disastro”, affermò in un’intervista del 1993.
Ma Cohen non trova un antidoto dall’alto alla dismisura, al caos democratico. Conosce bene chi ha regnato finora, i gatti scappati via, che consentono ai topi di ballare. Piuttosto che vagheggiare nuove élites e domini di classe ben nascosti, Cohen sottolinea come sia proprio uno “sconcertante resoconto del Sermone della Montagna” a provocare la visione democratica. È la formula degli ultimi come primi a incistare nel cuore stesso dell’idea di democrazia quel quadro apocalittico che è anamnesi di un passato di schiavitù e schiavismo, che è diagnosi di un presente di rivolte soffocate nel sangue, di ceneri dei paria sparse come agnelli sacrificali, che è prognosi di un mondo libero che chiederà nuove catene. La soluzione non è in alto. Non è l’imposizione di un modello. Non è Shakespeare for the masses.

Cohen l’ha detto con grande precisione in un’intervista rilasciata nel 1991 a Paul Zollo.”Molti tra noi della middle-class hanno, abbiamo quest’antica idea ottocentesca sull’essenza della democrazia, vale a dire, per porla in termini molto semplicistici: un giorno le masse ameranno Shakespeare e Beethoven. Questa, più o meno, è la nostra idea della democrazia. Ma non è così. Verrà fuori in modi inaspettati da ciò che noi pensiamo sia spazzatura, dalla gente che pensiamo sia spazzatura, dalle idee che pensiamo siano spazzatura, dalla televisione che pensiamo sia spazzatura“.
La soluzione, se c’è, va trovata all’interno di quest’immondizia. In fondo è semplice ed è stato già detto. La democrazia è come il gioco delle tenebre in Anthem. Ci sono crepe dappertutto, anche nei sacchi di spazzatura – è in questo modo che entra la luce. Fermiamoci a questo, e accompagniamolo col vento di The Partisan, per resistere a quest’epoca, che abbiamo voluto più nera.

 

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