L’eredità incompresa dei Nirvana

Un giorno questa icona ti sarà inutile

Il primo cantore del grunge è circondato da un’aurea di santità che tiene i giovani musicisti a distanza, rispettosi ma diffidenti come davanti ad un altare. Purezza e Tragedia nel rock sono solo faccenda del passato?
Nirvana Portrait at the Warfield Theater

Andate a vedere suonare i Pissed Jeans, avvicinateli e dite loro che vi ricordano i Nirvana di Bleach. Un “Oh, well…Thank you, man!” di cortesia è il massimo che potrete sperare di ottenere, prima di passare a confrontarsi sulle discografie di Melvins e Jesus Lizard. Abbiamo detto Pissed Jeans, avremmo potuto dire Metz o Male Bonding: chi oggigiorno frequenta un certo tipo di suono – gli accasati Sub Pop specialmente – sembrano preferire l’Avanti Cobain come fonte di ispirazione diretta, scavalcando ogni mediazione. Nell’educazione sentimentale delle nuove leve, la musica dei Nirvana incontra sempre rispetto, spesso amore, quasi mai un’emulazione appena più che formale. Paradossale, per un gruppo che ha spinto legioni di adolescenti in tutto il mondo a suonare nei garage, ritrovarsi sul lungo periodo senza figli legittimi o eredi che non siano degli epigoni incolori (chi se li ricorda i Bush? E i Puddle of Mudd? Appunto).

Il fatto è che i Nirvana furono band da raccolto molto più che da semina: anziché dare inizio a qualcosa di nuovo, la parabola del trio di Aberdeen ha coinciso con la fine di quell’American Indie che aveva bollito in pentola per tutta la seconda metà degli anni ’80 e ne ha rappresentato anche il riscatto, la rivelazione che esistevano un mondo e un “modo” diversi. Cobain è il profeta, l’uomo che ha portato la Parola alle masse, che si è fatto carico del rito di transustanziazione predicato dall’hardcore (la musica che “si fa corpo”) e lo ha incarnato alle estreme conseguenze, fino al Sacrificio di sé. E se la terminologia cristologica vi sembra azzardata, forse dovreste chiedervi quanto riuscite ancora a credere in Kurt Cobain, o, perlomeno, in quello che la sua mitologia ha significato. Non sarà grottesco guardare alla musica rock come ad un’arte tragica, una questione di vita o di morte? E se è così, siamo noi ad aver perso l’incanto o cinici e relativisti ormai ci si nasce?

L’eredità più grande dei Nirvana è anche quella più difficile da raccogliere, e le ragioni che inducono a un rispetto condiviso per la figura di Cobain sono le stesse che fanno sì che le giovani band gli girino al largo. Ma osservare il culto senza praticarlo non basta, sarebbe necessario avere fede: non è un caso allora che tra i primi agnostici cobaniani ci fossero i suoi contemporanei pionieri della “bassa fedeltà”. Prendete i Pavement: indierocker con vasta cultura del genere, tra gli interpreti di quell’atteggiamento “meta-sarcastico” che fa attenzione a non prendersi troppo sul serio. In alcune righe di commento a Gold Soundz, pubblicate solo molti anni dopo, Stephen Malkmus ironizzava sul titolo I Hate Myself And I Want To Die poi rimpiazzato da In Utero: “che peccato che non lo abbiano usato. Sai che puoi fare invece? Cominciare ad amare te stesso e continuare a vivere”.

(continua sul Mucchio 712, novembre 2013)

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