Liars

A tre anni di distanza da "Mess", i Liars tornano in veste di progetto solistico del frontman Angus Andrew in concerto a Novembre in Italia
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Il nuovo album dei Liars (ancora non mi viene naturale dire di Liars) inizia con un breve lamento di Angus Andrew sullo stile delle prime note di Scissor, il brano d’apertura dell’iconico Sisterworld, 2010. Entra una chitarra acustica, accompagnata da un flebile cinguettio di uccelli e dallo scorrere dell’acqua. “Che c’è che ti fa soffrire dentro / Ti senti a disagio / Per quel che vale / Il dolore ti può ingannare”, canta Angus. The Grand Delusional sintetizza gli elementi portanti del primo disco da solista di Angus dopo l’amichevole dipartita dal gruppo di Aaron Hemphill: un uomo, solo nella foresta, elabora la fine di una relazione creativa e si mette alla ricerca di una nuova direzione. “I Liars sono la mia vita”, dice Angus. Non sorprende che i toni del lavoro siano cupi e malinconici. Theme From Crying Fountain – questo, il titolo dietro l’acronimo – è assieme un addio ai Liars che furono e l’ennesima inversione di rotta capace di mantenere il progetto in questione uno dei più interessanti degli ultimi quindici anni. Durante la nostra chiacchierata tramite Skype
Angus è amichevole e curioso di avere un parere sulle tracce, ma non nasconde di sentirsi ancora abbattuto e in fase di ripresa. Ecco tutto quello che c’è da sapere del disco.

Quando ho ascoltato il disco per la prima volta, non c’era ancora alcuna press release in circolo. In generale l’impressione era che tu fossi sperduto in una foresta, cosa che poi di fatto si è rivelata vera. Cosa ti ha spinto a tornare in Australia e com’era la tua vita quotidiana lì?
Ho sempre voluto tornare in Australia, ma è difficile quando sei in una band lavorare da lì, per cui ho sempre vissuto altrove, New York, Los Angeles, Berlino. A un certo punto, anche per motivi di famiglia, mi sono ritrovato a dire: “OK, ci vado e basta”. Mi sono trasferito in un posto super isolato, che potevo raggiungere solo in barca. Ero un po’ spaventato, perché non avevo mai composto musica in Australia prima, me ne sono andato quando ero ancora molto giovane e ho sempre scritto all’estero. Vivendo all’estero sentivo di osservare le città in cui abitavo dalla prospettiva di un outsider, il che mi dava un particolare punto di osservazione a vantaggio della scrittura. Considerando come sono andate le cose con Aaron, una volta lì mi sono sentito incredibilmente sperduto. Non mi mancava di certo di che scrivere. Ho passato tutto il tempo in una piccola baita. Le prime settimane ero affascinato semplicemente dai suoni della foresta, dell’acqua e delle barche nei dintorni. Ho cominciato registrando i suoni dell’ambiente, non avendo la benché minima idea della direzione da prendere. Poi ho iniziato a comporre. Non me ne rendevo conto allora, ma stavo documentando la decomposizione della mia relazione creativa con Aaron. Siamo ancora grandi amici, ma il fatto è che la comunicazione tra noi e la nostra abilità di lavorare come avevamo sempre fatto stava andando in frantumi. Penso che inconsciamente stessi scrivendo questo disco per lui, raccontando ciò che stavo provando man mano che realizzavo di essere rimasto da solo. Il tutto è stato piuttosto triste e solitario, ma non ho problemi con quelle sensazioni. Sono sentimenti che ho provato nella scrittura di alcuni dischi precedenti e so che possono essere di grande aiuto quando vuoi realizzare qualcosa di significativo.

Magari questi sentimenti sono anche stati d’aiuto nel trovare nuove forme di espressione…
Assolutamente. Far parte di una relazione creativa con qualcuno prevede un fattore di “attrazione e repulsione”. Prima quando scrivevo qualcosa lo mandavo a Aaron per un parere. Se non gli piaceva, di solito scartavo l’idea, o al contrario, la sviluppavo. È interessante realizzare quanto possa essere liberatorio avere tutto sotto la tua responsabilità. Ho seguito la direzione dettata dalla mia pancia, per cui ci sono stati meno ripensamenti. Mi piace prendere decisioni che mi fanno sentire un po’ a disagio, correre un rischio senza sapere se è una buona idea o no. Non avere nessuno con cui scambiare idee ha facilitato questo processo.

In passato hai detto che il processo di creare un disco e il tipo di sperimentazione che vi si accompagna per te hanno più importanza del prodotto finale. Pensi di aver sviluppato un particolare modo di creare “in solitaria”, date le circostanze?
Generalmente, tendo a scrivere in abbondanza. Sono molto diverso da quel tipo di artisti che pensano per secoli a qualcosa, la realizzano e sanno bene di che si tratta. In passato è stato un po’ difficile, perché arrivare con troppo materiale può far sentire gli altri sopraffatti. Da solo, ho sentito di poter comporre quanto volevo. Ogni giorno scrivevo un sacco di canzoni, il che per me è uno stimolo, dal momento che, anziché fissarmi su un’idea, preferisco svuotare la testa. Ho lasciato che accadesse per mesi, senza tornare indietro ad ascoltare quello che avevo scritto.

I Liars ci hanno abituato al cambiamento e a nuove direzioni sonore. Eppure, sentire la chitarra acustica mi ha proprio stupito. Come ti è venuta l’idea?
Gli ultimi due album dei Liars ruotavano attorno al computer, e ai tempi era ciò che mi interessava. Scrivere musica al computer per la prima volta è molto esaltante, specialmente per l’immediatezza e la forza del suono. Ma una volta finite le registrazioni di Mess ho sentito il desiderio di avere semplicemente un microfono in una stanza. La chitarra acustica è stato il primo strumento su cui ho messo le mani. Non sono particolarmente bravo a suonarla, ma è così che è finita sul disco. Ho registrato vari strumenti e poi li ho caricati sul computer per riconfigurarli e creare i brani. Inoltre, il suono della chitarra acustica è molto caldo e naturale, un suono che è mancato dai dischi dei Liars per un bel po’ di tempo.

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In un certo senso, l’aver fatto uscire Cred Woes come primo singolo, uno dei brani più elettronici del disco, è una sorta di “falsa” indicazione, capisci che intendo?
Daniel Miller (boss di Mute Records, NdR) ha pensato la stessa cosa. Usare Cred Woes come primo singolo non avrebbe lasciato intuire il sound del disco. Abbiamo avuto molte conversazioni a riguardo e c’è anche il fatto che probabilmente suona più come un singolo, ma di fatto hai ragione, Cred Woes è un po’ un outsider rispetto al resto della scaletta.

Sbaglio o il testo sembra parlare di alienazione sul posto di lavoro?
Ho provato a immaginare come sarebbe se avessi un lavoro “normale”, tipo in un supermercato o un negozio di vestiti. Volevo immaginare come sarebbe vivere nello stesso posto in cui lavoro, magari in un posto idillico. Penso che il brano rifletta sul senso di sicurezza che può darti avere la tua posizione nella società e fare il tuo lavoro, ma al contempo sia una critica di un certo tipo di stile di vita un po’ sterile e corporativo.

Che relazione c’è tra il titolo dell’album e il brano strumentale Crying Fountain?
È un titolo triste. Il brano Crying Fountain è tratto da alcuni field recordings. I vocals provengono da una messa a cui sono stato e si connettono all’idea di una fine solenne. Volevo che il disco si chiudesse con una nota triste, perché per me è un momento triste. Non riesco a farmene una ragione, sai? Il deterioramento della relazione artistica con Aaron è duro per me, ma al contempo, come dicevo, è anche liberatorio.

Ci sono field recordings sparsi nel disco. Risalgono alle prime settimane di registrazioni ambient o c’erano dei suoni in particolare che volevi comparissero nei brani durante la loro scrittura?
Tutti i suoni che senti sono stati registrati durante la scrittura dei pezzi. Avevo un microfono sempre acceso al di fuori dello studio, nella foresta, per avere in contemporanea al lavoro di composizione al computer i suoni provenienti dall’esterno. Ogni volta che registravo uno strumento, registravo simultaneamente i suoni esterni. Avevo un sacco di field recordings da parte, ma ho deciso di mantenere quelli che rispecchiavano il momento. Una volta ero seduto a lavorare e un uccello è entrato e si è posizionato sul microfono, mettendosi a gracchiare. Il verso era così forte che sono saltato giù
dalla sedia. Non è rientrato nel disco perché il brano è stato escluso. Avendo il microfono nella foresta, ho evitato di sentirmi completamente isolato nel lavoro al computer.

Uno dei brani che mi è rimasto più in testa è uno dei meno alla Liars del disco, ovvero No Tree No Branch. Come è nato?
Una volta che ho deciso di suonare la chitarra acustica – e avevo da parte anche delle parti al piano – ho capito che potevo lasciarmi andare e comporre dei brani che non avrei mai pensato i Liars potessero concepire. Penso che No Tree No Branch sia uno di essi. Per me suona come una canzone psych pop anni 60, cosa di cui non pensavo sarei mai stato capace. Per quanto riguarda il testo, ho intrapreso quella direzione fino in fondo e mi sono immaginato nei panni di un Syd Barrett. Dal vivo è molto divertente da suonare.

TFCF è piuttosto triste e introspettivo, ma ha la copertina più bizzarra dei Liars dai tempi dell’EP It Fit When I Was A Kid del 2005 – all’epoca le facce di Angus, Aaron e Julian Gross comparivano sul corpo di tre attori porno gay in azione.
Capisco che vuoi dire. Ho pensato che sarebbe stato prevedibile optare per una copertina che mostrasse il paesaggio attorno a me, o qualcosa di platealmente oscuro. Volevo fosse d’effetto, che indicasse che questo adesso è un progetto da solista e che i fan debbano farsene una ragione. L’idea del vestito da sposa mi è venuta perché… era un po’ come se fossi sposato con Aaron e la nostra relazione creativa. Sono io lasciato solo all’altare. È l’esempio di una di quelle decisioni creative che mi fanno svegliare la notte e pensare: “Oddio, l’ho fatto davvero!”. Per me è molto importante prendere questo tipo di decisioni. Non voglio sentirmi a mio agio con il mio lavoro.

DAL VIVO
16/11/2017 Milano Magnolia
17/11/2017 Roma Rome Psych Fest
18/11/2017 Bologna Locomotiv

 

Pubblicato su Il Mucchio Selvaggio n. 758

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