L’Italia visionaria

Il montaggio dei sogni

Negli ultimi tempi, in Italia, una nuova generazione di compositori ha dato vita a lavori di alto livello, abbracciando tradizione e avanguardia in chiave onirica. Dal pop surreale di Cabeki all'elettronica minimale di Mingle, passando per la psichedelia di Barbagallo e le riletture di Manuel Volpe.
L'Italia visionaria
Voci degli anni Dieci

Se gli Anni Zero italiani sono stati quelli della “leva cantautorale”, i Dieci potrebbero essere ricordati per l’avvento di una giovane generazione di compositori visionari e autarchici, legati al passato quanto alla volontà di sperimentare.

Una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze somigliano a una prova, diceva Agatha Christie. Quattro, probabilmente, lo diventano. Tra le pieghe di un panorama sempre più caotico e sovraccarico di uscite, negli ultimi mesi ha fatto capolino, seppur in sordina, una piccola schiera di talentuosi artigiani del suono, cesellatori di sogni, assemblatori di colonne sonore immaginarie. A voi scegliere la definizione migliore per descrivere il pop surrealista di Andrea Faccioli (Cabeki), le derive elettroniche di Andrea Gastaldello (Mingle), la psichedelia multiforme di Carlo Barbagallo e il rinnovamento della tradizione attuato da Manuel Volpe.

 

Musica per cinecamera in Super 8

Andrea Faccioli, in arte Cabeki, sa suonare tutto, anche quello che non esiste. Perché se qualcosa non c’è, non resta che inventarlo. Semplice, no? Tipo prendere una vecchia lavatrice, di quelle col bidone dalla base larga, attaccare al pistone dodici corde e creare “una sorta di giostra – parole sue – dalla quale esce un suono metallico”. Si chiama arpa circolare, ed è uno dei ventiquattro strumenti che Cabeki utilizza in Una macchina celibe, uscito a fine 2012 per Tannen Records (così come il disco di esordio, Il montaggio delle attrazioni, datato 2011).

Cabeki nasce a teatro, ed è nella contaminazione tra musica e arti visive che trova equilibrio ed espressione. Nei primi anni Duemila, dopo diverse esperienze in ambito rock, Faccioli accetta l’invito del regista-attore Lorenzo Bassotto, che gli chiede di allestire un set di musica in grado di accompagnarne le performance sul palco. È un’esperienza esaltante per il giovane musicista veronese, che affina anche la vena sperimentale nel progetto Å. Nel 2006 i tempi sono maturi per la nascita di Cabeki – “dopo gli spettacoli la gente mi chiedeva se esistesse un cd da comperare” – ma servirà un altro lustro prima che Il montaggio delle attrazioni veda la luce, più che altro a causa degli impegni dal vivo che tengono spesso Faccioli lontano dal suo studio casalingo.

Ogni brano di Cabeki soddisfa un’unica, fondamentale necessità: emozionare. “Non ho mai pensato alla mia produzione come ‘musica cinematografica’ – dice – però la cosa che più mi interessa è che sia prodotta da una spinta evocativa. Per raggiungere tale scopo mi servo di strumenti dalla timbrica particolare, come l’arpa circolare appunto”. Ne consegue un sound astratto e minimale: caratteristica, quest’ultima, che diventa prioritaria in chiave live, laddove Cabeki è ancora una volta solo sul palco, circondato dagli “attrezzi” che suona simultaneamente. A veicolare l’immaginario circoscritto dalle sonorità strumentali sono i titoli di album e canzoni, in Una macchina celibe addirittura ispirati al maestro dadaista Alfred Jarry e al rapporto “magico” tra oggetti che prendono vita e l’uomo. “Non è facile dare titoli alla musica strumentale – ammette Faccioli – Le espressioni estrapolate dai testi di Jarry danno continuità alla narrazione”. Come in uno degli ingranaggi a lui cari, ogni singolo elemento è dove deve stare: e così il sound di Cabeki sa essere maestoso e rarefatto, e a un corredo di citazioni in parte dovute (Morricone, Rota), altrove più semplicemente affini (la Fantasia disneyana, giusto per dirne una), nella versione live le visioni diventano reali grazie a un proiettore Super 8 che, collocato all’interno di una vecchia valigia, riproduce sulla parete retrostante le fotografie scattate da una non meglio identificata donna italiana durante i suoi viaggi per il mondo avvenuti tra 1979 e 1987. Andare avanti tornando indietro, muoversi restando fermi. Nient’altro.

CABEKIok

Polarità elettroniche

“To mingle” in inglese significa mescolare. Per Andrea Gastaldello, mantovano di Castiglione delle Stiviere, tale espressione diventa nome d’arte e parola-chiave di una produzione ancora breve eppure già significativa. Ma andiamo con ordine. Se lo sfogo delle passioni giovanili per Gastaldello è un ruolo da chitarrista nella classica rock band locale, lo studio della materia musicale passa attraverso il Conservatorio Campiani di Mantova dove, oltre a studiare pianoforte, apprende che in Italia negli anni Cinquanta ebbero luogo importanti ricerche pioneristiche sulla musica elettronica. “Avevo diciassette/diciotto anni e fu una scoperta devastante, che mi permise di conoscere produttori di musica colta come Bruno Maderna, Luciano Berio, Luigi Nono”, ricorda oggi. Alla curiosità segue la pratica, e con essa la voglia di andare oltre. Le prime produzioni di Gastaldello sono techno, “ma in poco tempo arrivo a creare l’A.G. Project, formazione trip hop con cui mi sono tolto delle belle soddisfazioni, suonando sia in Italia che all’estero e realizzando due dischi autoprodotti”. È un periodo di grande fermento per il musicista virgiliano, che arriva a comporre contemporaneamente musica da camera e colonne sonore di spot televisivi con brani elettronici.

Poi arriva la svolta, quella decisiva: “Alla fine, il flusso di idee ed esperienze parallele che ho portato avanti negli anni è confluito in una scatola di nome Mingle. Il fatto di essere da solo mi ha fatto sentire libero, e così mi piace raccontare sensazioni e stati d’animo. La caratteristica del mio fare musica consiste nel bilanciare due poli: dolce/cattivo, bianco/nero”. Gastaldello, nel frattempo, lavora a tempo pieno per la veronese Tannen Records ed è per questa che nel 2011 Mingle esordisce (in formato digitale) con l’album Movements: tredici movimenti, appunto, prettamente elettronici, slegati dai generi convenzionali, con tracce che passano da soluzioni vicine ad Aphex Twin a pezzi privi di sezione ritmica e vicini all’ambient, dalle parti di Autechre, fino ad approdare al minimalismo à la Steve Reich.

Masks, pubblicato nel febbraio del 2012 sempre per la Tannen e sempre in digitale, consta di undici brani che, proseguendo sulla falsariga del disco precedente, diventano più completi, pervasi da scenari immaginari e dotati di ulteriore malinconia. Dietro maschere apparentemente ieratiche, suggerisce Mingle, si nascondono infinite emozioni.

mingle

Onnivore suggestioni

Siciliano trapiantato a Torino, Carlo Barbagallo ha iniziato a produrre musica prima ancora di imparare a scrivere. “Suono e incido, potrei dire, da sempre. Ho centinaia di cassette registrate sin dall’età di cinque anni, cercando di ‘inventare’ il multi-traccia con radiolini anni Novanta messi uno di fronte all’altro. Probabilmente è intorno al 2000 che ho cominciato a lavorare in maniera più cosciente, quando riuscii ad avere per le mani il primo 4 piste a cassetta. Poi è arrivato il computer e molto più in là una certa coscienza dei mezzi”. Senza dubbio, Barbagallo non è tipo da tirarsi indietro, anzi: sono proprio la curiosità e la voglia di mettersi in gioco a farlo inserire in progetti musicali anche molto diversi tra loro: “Dal 1996 suono nei Suzanne’ Silver, dieci anni dopo formo i Redondo con Giovanni Fiderio (Tapso II/Mashrooms) e Vincenzo Tabacco per la sonorizzazione dal vivo di film muti. Nel frattempo ho composto le colonne sonore di alcuni documentari e fondato la Noja Recordings; nel 2006 con Lorenzo Urciullo (Colapesce) abbiamo dato vita a Le Tempestine per suonare le nostre creazioni home-recording, negli anni seguenti è nato il progetto di improvvisazione libera Les Dix-Huit Secondes grazie a Lucia Urgese. Ho militato nella formazione live degli Albanopower, arrangiato e prodotto i dischi dei Loners e Monsieur Voltaire, studiato sound engineering all’Apm di Saluzzo e oggi Musica Elettronica al Conservatorio di Torino, con il Blue Record Studio e Goat Man Records abbiamo fondato In The Kennel. Negli ultimi anni mi sto dedicando principalmente alla musica sperimentale, che pubblico sul blog The Noja Recordings Archives, e abbiamo messo in piedi il CoMET (Collettivo Musica ElettroAcustica Torino)”. Carlo Barbagallo è onnivoro: assorbe ogni tipo d’influenza e la riscrive a suo modo, esplorando il (post) rock nelle sue svariate accezioni – folk e blues, soprattutto – senza mai rinunciare a due elementi quali psichedelia e  sperimentazione. “I miei ultimi due dischi Blue Record e Quarter Century, in realtà, sono stati realizzati quasi in totale collaborazione con altri musicisti-amici. È vero che principalmente, sia nei miei album precedenti che nei lavori sperimentali, faccio quasi tutto da solo. Nella maggior parte dei casi perché molte idee nascono, vengono sviluppate e completate nell’intimità casalinga. La ricerca del suono è il procedimento fondante del mio fare musica, ma gli iter possono essere infiniti; mi lascio guidare istintivamente, bisogna solo farlo uscire, concretizzare qualcosa che già esiste. Per dirla con le parole di David Tudor, la musica ‘composes itself’. I brani possono nascere in qualsiasi modo: da ore passate alla chitarra, da idee concettuali, da ispirazioni ambientali, da testi, da processi, dal fare musica stesso”. Blue Record è un coacervo di suggestioni: fraseggi jazz, scatti noise, soundtrack western. “Mi piace pensare che la mia musica possa essere la colonna sonora per film inesistenti, e credo che una composizione possa suscitare sensazioni, suggerire ambientazioni, descrivere paesaggi o caratteri, raccontare storie, collegare elementi pescati dalla memoria collettiva, ma non penso che l’aggettivo ‘cinematografico’ possa descrivere la natura di una musica. L’aspetto sonoro del cinema è sicuramente parte del cinema stesso e non esiste musica che possa essere più o meno cinematografica, almeno che non si prendano come riferimento esclusivamente gli stereotipi del cinema di consumo. Del resto sono abbastanza lontano dall’accettare l’idea di musica funzionale, nel senso più stretto ed esclusivo di musica ‘a servizio di’ altro.
Il legame tra intenzionalità dell’artista e ricezione del suo lavoro credo non esista; io stesso potrei volere che un mio brano susciti in me qualcosa perché la sua creazione è legata a determinate idee, volontà, istinti, sensazioni ma il giorno seguente potrebbe suggerirmi tutt’altro
”.

barbagallo

Scrittura del movimento

Siciliano di famiglia, Manuel Volpe è cresciuto nelle Marche e si è poi trasferito a Torino, a poche centinaia di metri dall’amico, collega e conterraneo Barbagallo. E anche le loro storie si assomigliano: “Ho iniziato a studiare musica a dieci anni. A quattordici passavo i pomeriggi a scrivere canzoncine con Guitar Pro, divertendomi ad arrangiare dei pessimi violini midi con delle altrettanto imbarazzanti nylon guitar o vibes. Nel frattempo mi sono appassionato di jazz e musica del Sudamerica e ho cominciato a studiare più seriamente armonia e improvvisazione. A vent’anni ho deciso di voler lavorare a qualcosa che riassumesse tutte le mie passioni, e così ho cominciato a gettare le basi del mio primo album Gloom Lies Beside Me As I Turn My Face Towards The Light, che è uscito solo oggi che ne ho venticinque. Gli artisti che più di altri mi hanno aiutato a capire cosa cerco dalla musica sono Paolo Conte, Maria Teresa Vera, Nino Rota, Tom Waits di Blood Money e Alice, John Lurie e gli Arab On Radar”. A differenza di Cabeki, Mingle e Barbagallo, non v’è traccia di avanguardia nell’opera di Volpe, il cui sound è piuttosto un sapiente intreccio tra musica popolare mediterranea e jazz. Una rilettura personale e a suo modo onirica: “Ho suonato diversi strumenti del disco, ma non tutti. Il motivo è semplicemente pratico: ogni brano nasce da un tema musicale (melodia e armonia); una volta tracciato l’argomento, cerco degli spunti a livello timbrico per definirne l’ambientazione (‘fisica’ o psicologica), poi penso delle parole che accompagnino questo mood senza sovrastarlo. Solo allora riesco a completare gli arrangiamenti (scenografia e caratteri) scrivendoli su carta, affidandone l’interpretazione a dei musicisti esterni. È un processo generalmente molto lento ed economicamente dispendioso, ed è questo l’unico motivo per cui mi occupo in prima persona delle prime due fasi. Penso che i suoni debbano essere bilanciati a livello timbrico e non con i fader del mixer, quindi la scelta di uno strumento anziché un altro è condizionata da questo aspetto, oltre che dal tipo di suggestione che un timbro può evocare. L’intento cinematografico è sempre voluto, addirittura premeditato. Un brano inizia solo nel momento in cui mi racconta una storia attraverso la musica. Una melodia è fatta di note che altro non sono che una sequenza di eventi, così come lo è una storia. Ora che ci penso, forse tutta l’arte contemporanea è ‘scrittura del movimento’, che sia di immagini o movimenti psicologici, emotivi o gestuali… Non saprei, ci devo riflettere, di sicuro non c’è niente di più cinematografico di una tela di Pollock”.

volpe

 

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