Live: 5 Years Of Kscope

25 luglio 2013, Londra, The Garage

Due serate suonate per festeggiare il compleanno dell'etichetta. Nella seconda ci siamo buttati nella mischia.
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Non sono neanche le 7 di sera quando l’aria, il vapore e la sete sembrano già stagnare nel perimetro oscuro del Garage. A fatica, con lentezza, un suono ci arriva stanco e caduco dalle retrovie temporali e da un palco che appare immenso, ma che in realtà è banalmente normale. I Leafblade, bontà loro, aprono la seconda serata di festa e suoni per i 5 anni di una delle più interessanti etichette britanniche di suoni contemporanei: la Kscope. Se la sera prima abbiamo visto gli Amplifier e i Wisdom Of Crowds di Bruce Soord (Pineapple Thief) e Jonas Renkse (Katatonia), stasera tocca a questo Sean Jude, scialbo incontro di Neil Young e poco altro, aprire i giochi. Ma c’è davvero ben poco di ludico. La chitarra di Daniel Cavanagh (Anathema) si rifiuta di contribuire: non escono suoni per problemi tecnici ma lui gesticola imperterrito, preso in un playback forzato.
Imbarazzo palpabile e umido che scrolliamo di dosso non appena Daniel O’Sullivan (Guapo, Ulver, Miracle e una manciata di altre collaborazioni) appare coi suoi Mothlite e il suo aspetto filiforme, quasi un efebo in camicia bianca e occhi smarriti tra droni, sudore e ritmi tribali filtrati dalla sua personale estetica rock. L’ultimo, ottimo, Dark Age viene riproposto in più parti nei 20 minuti a loro disposizione. Disappear, The Blood e Wounded Lions sono stranamente urlate, rabbiose come prese da una foga primordiale che su disco è solo latente, ma che qui, ora, è pura ed elegante potenza. L’impressione è confermata da un poco loquace O’Sullivan, che se non canta, sospira accarezzando un campionatore da cui partono feedback e la sua voce immortalata in loop che guidano una band poco amalgamata che, per questo, si affida in più di un’occasione all’improvvisazione. Riuscendo nei suoi intenti in maniera non sempre precisa e dunque genuina. Aria nuova e fresca.

Daniel O’Sullivan
Daniel O’Sullivan – foto di Francesca Colasanti

Naturalmente in senso del tutto figurato. Perché quando i North Atlantic Oscillation raggiungono quota tre brani, sarà la carenza d’ossigeno, ma ce ne sentiamo almeno il triplo sulle spalle. Un inelegante miscuglio di Genesis e Neri Per Caso, di Peter Gabriel e Paul Simon, di Grandaddy e noia ce li rende persino simpatici. Ma sono la nemesi del rock, questi scozzesi dall’aria di chi aveva trovato la sua dimensione nel (per fortuna ristretto) circuito di raduni per nostalgici della retorica post-tolkeniana e che si è svegliato, invece, un giorno, d’incanto, a suonare troppo lontano da casa e pericolosamente vicino a noi. Un rock progressivo guidato da una voce stridula, fastidiosa, in una fase di perenne eccitazione asessuata senz’anima né colore non può descrivere che scenari stancamente lugubri più per via del sonno che evocano che per romantica malinconia. Un glitch non rende nobili e due luci non fanno psichedelia.

Se queste sono le sorprese, preferiamo tornare a scommettere con la sicurezza di portare a casa, se non altro, quanto impegnato nell’azzardo. Non ce ne vogliano gli Anathema e non si pensi che ciò debba essere intesa come una mancanza, ma sapere esattamente a cosa si va incontro, in tempi di crisi economica, tranquillizza. Sapevamo che i loro live show sanno ancora regalare la rabbia degli esordi, che nonostante ci si mettano d’impegno a soffocare la teenage angst di perle come The Silent Enigma o Eternity, restano una manciata di ragazzini di Liverpool col dono della melodia. Chiamatelo “black pop” o, nominiamolo pure, “progressive rock”, se volete. Ma dalla fine, dal bis di Closer, per arrivare all’inizio, a quella Thin Air che meglio rappresenta una band che sembra aver abbandonato la composizione per costruire le proprie tracce sui climax e le ripetizioni, la band dei fratelli Cavanagh resta una fantastica realtà live. Chi li detesta fa bene, perché la loro indulgenza nei confronti della melodia, dal vivo, raggiunge vette inenarrabili. Chi li ama fa bene, perché gli Anathema sanno trattare la musica, sul palco specialmente, con una maestria che sembra d’altri tempi. Ma quelli giusti. I Cavanagh, la voce di Lee Douglas – oramai entrata in pianta stabile nella band – e i due session men, non dicono cose che non sapessimo già. A Natural Disaster, A Simple Mistake e Deep fanno il loro e lo fanno in maniera egregia. Chi la detesta, dice che la loro musica fa dormire. Chi li ama, dice che la loro musica fa sognare. Alla fine, vai a vedere, la differenza è tutta lì.

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Vincent Cavanagh – foto di Francesca Colasanti

 

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