Live: Marissa Nadler

Parigi, Point Ephémère, 24 aprile 2014

Un pubblico ridotto ma appassionato, uno fra gli spazi musicali più “alternativi” della capitale francese: in queste condizioni, ideali per la sua natura schiva, la cantautrice americana ha lasciato prendere vita alle atmosfere più scure e inquietanti del suo ultimo album.
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Nella pancia di un ex capannone industriale, sulle rive del canale Saint Martin, in quest’angolo di Parigi fra la sopraelevata della metropolitana e i playground per il basket e lo skateboard, si trova una piccola sala buia molto lontana dalla grandeur sfavillante della Ville Lumière. È in spazi come questo (e per fortuna ne esistono ancora tanti anche in Italia) che un concerto continua a essere un momento di scambio diretto, perfino intimo, fra l’artista e l’audience. Comunque sia arrivata dunque, la scelta di venue non poteva essere più adatta alle note sospese di Marissa Nadler, la cui relazione con il pubblico è apparsa evidente fin dal momento in cui, a luci accese e con la musica del sound system in sottofondo, è apparsa sul palco, roadie di se stessa, per accordarsi le chitarre. Ma la connessione si è creata più tardi, grazie alla sua espressività vocale – capace di tirare fuori da ogni verso la più lieve sfumatura, e di tenere in pugno i sensi e l’immaginazione di una piccola folla visibilmente emozionata.

Com’era naturale, la setlist è stata largamente dedicata a July, nuovo album uscito per Sacred Bones Records (la stessa label di David Lynch). Scelta che ha evidenziato la fibra densa e pastosa dell’ultimo lavoro, decisamente più scura rispetto alla sottile leggerezza del passato. Dal vivo, pezzi come 1923, Drive, Was It A Dream e We Are Coming Back sembrano assumere tinte quasi dark, in contrasto con l’immagine “eterea” che si associa da sempre  – a volte un po’ pigramente – alla cantautrice di Boston. La quale non è una virtuosa della chitarra e ha quindi optato per arrangiamenti piuttosto semplici, appoggiandosi alle voci e alle corde incantate di Janel Leppin (violoncello) e Nina Violet (viola) per arricchire il suono. Che infatti perde qualcosa nel finale, quando l’americana resta sola sul palco per i pezzi conclusivi. Forse se ne rende conto, perché a un certo punto decide, in tutta evidenza improvvisando, di richiamare le due musiciste sul palco con lei – ma queste sono ormai fuori dalla portata del suo appello, e non si rivedono. Poco importa; resta impresso l’incantesimo, operato da una fata che sa anche, all’occorrenza, diventare una strega.

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