Live: Metronomy

Milano, 16 aprile 2014, Magazzini Generali

Resoconto dell’unica data italiana della lanciatissima band inglese e incontro con il suo leader, Joseph Mount.
foto di Stefano Masselli

Che l’aplomb tenuto sul palco, con quei completi coordinati e la scenografia psichedelicamente vintage, non fosse soltanto superficiale apparenza lo avevamo capito già nel pomeriggio quando, in una Milano insolitamente calda e luminosa, Joseph Mount aveva spiegato a un piccolo gruppo di attenti e fortunati ascoltatori l’evoluzione stilistica che dai primi lavori più elettronici ha portato i Metronomy vicini al tetto del mondo (nella settimana della sua uscita Love Letters è subito entrato nella top ten inglese dei dischi più venduti).

Se è chiaro a tutti che non è possibile restare diciassettenni per l’eternità, la passione del quartetto inglese nella pratica del suonare non è affatto scontata, ma trova conferma nell’innegabile affiatamento esibito dal vivo e nella scrupolosa scelta di registrare il terzo album presso i londinesi Toe Rag Studios.
 Una passione, dicevamo, che è riuscita a emergere completamente nell’ora abbondante durante la quale i Metronomy si sono esibiti ai Magazzini Generali: un live set capace di spaziare dalle trame ballabili dei vari singoloni (Radio Ladio, Love Letters e The Bay) a momenti di inedito cabaret. La malinconia sorridente dell’ultimo album non viene totalmente abbandonata in sede di concerto: come lo stesso Joe ci aveva pazientemente spiegato, Love Letters non è un diario, piuttosto una raccolta di storie su un passato non troppo lontano, perché scrivere lettere d’amore dovrebbe essere ancora un’attività contemporanea nonostante social network e WhatsApp, non dovrebbe neppure suonarci estraneo o nostalgico. Quello struggimento, delicato ed elegante su disco, ritorna soltanto in conclusione con la splendida, elegiaca esecuzione di The Most Immaculate Haircut, in favore di un approccio decisamente più energico che vede il bassista Gbenga Adelekan vero perno intorno a cui ruotano gli altri elementi, in un continuo scambio di ruoli e strumenti.

Disponibile nel pomeriggio e trascinante in serata, quando si è augurato di tornare presto in Italia, Mount ha visto però disatteso il suo desiderio di un pubblico libero dalla dittatura degli smartphone. Aveva forse ragione lui: tornare a scrivere le nostre love letters potrebbe essere l’unica ancora di salvataggio in questo mondo sovraesposto.

 

Foto di Stefano Masselli

 

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