Live: Mudhoney

31 maggio 2013 - Firenze, Viper

Data unica in Italia per la band di Seattle, che provvede a innalzare le temperature in una tarda primavera eccezionalmente fresca. They’re always on fire con invidiabile raw power.
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Ad aprire la serata provvedono gli australiani Treatment, che al netto di un nome poco originale propongono un tiratissimo garage rock, coinvolgente ma alla lunga inevitabilmente altrettanto poco originale. Subito dopo è la volta degli attesi Mudhoney, sempre in ottima forma a dispetto degli anni che passano. Il discorso è applicabile tanto al concerto quanto all’ultimo, recente album di studio, Vanishing Point: non c’è niente di nuovo da aspettarsi, ma quel che arriva non ha perso in smalto e impeto. Loro che hanno aperto la strada al genere poi storicizzato come grunge, del resto, possono ben permettersi di non soffrire il confronto con il passato. Mark Arm canta e urla, beffardo, tarantolato e istrionico come un Iggy Pop della porta accanto, in jeans e t-shirt nera. Steve Turner, alla sua sinistra, e Guy Maddison, alla sua destra, si concentrano con aplomb quasi surreale rispettivamente su chitarra e basso, mentre Dan Peters picchia sulla batteria. Gentiluomini che sfogano l’aggressività nell’impatto annichilente dei brani, vecchi amici che godono della gioia di suonare assieme e ogni tanto sorseggiano del vino bianco dai calici appoggiati a terra.

Il pubblico è numeroso per quanto ci si sarebbe aspettati un’affluenza ancora maggiore. Fatto sta che è un piacere vedere gli immancabili aficionados di lunga data, che a tratti scoppiano a intonare le canzoni a squarciagola, mescolarsi con gli spettatori più giovani, curiosi di vedere per la prima volta il quartetto in azione. L’energia che si sprigiona sul palcoscenico viene così scaraventata sui presenti e restituita sotto forma di qualche momento di pogo, oltre che di alcune divertenti parentesi di stage diving. Si parte immediatamente con i pezzi nuovi, rispettando una scaletta che si apre con Slipping Away e I Like It Small, ma pian piano arrivano anche i sospirati classici, incluso ovviamente Touch Me I’m Sick. Il tutto viene eseguito a gran velocità, ma i musicisti si concedono due volte al rito dei bis e sigillano la performance con tre cover a omaggiare Fang, Dicks e Black Flag. Brindiamo alla loro.

foto di Bianca Greco @Rocklab
foto di Bianca Greco @Rocklab
foto di Bianca Greco @Rocklab
foto di Bianca Greco @Rocklab
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