Live: Original Cultures

Bologna - 14 settembre

Un incontro tra realtà che non si sarebbero incontrate, la musica nordafricana e l'elettronica. Un'esperienza unica a Bologna con Road To Essaouira.
foto luca sgamellotti

locaANTEFATTO

Oltre ad essere l’etichetta appiccicata sopra la quinta edizione di Original Cultures, Road To Essaouira – A different trip into gnawa è un appuntamento al buio. In breve, la rivisitazione della musica gnawa – espressione originale degli schiavi neri approdati nel corso dei secoli in Marocco – messa in atto dal FAWDA TRIO – formazione nata a Bologna e composta da Reda Zine, Danilo Mineo e Fabrizio Puglisi – incontra per la prima volta il linguaggio elettronico di Swamimillion (nuovo progetto che nasce dal trio LV), duo britannico da anni attivo nella scena elettronica/dub internazionale, con l’obiettivo finale della realizzazione di un progetto discografico registrato molto coerentemente proprio a Essaouira ma sviluppato in una settimana di residenza presso il Teatro dell’Accademia di Belle Arti di Bologna culminante in un concerto unico e irripetibile.

Da consumatori e produttori di musica, i quattro arti del corpo Original Cultures – Yassin Hannat, Laurent Fintoni, Cristian Adamo e Alessandro Micheli – sentono la necessità di proporre ogni anno qualcosa di diverso e questa edizione si basa sulla documentazione e sulla materializzazione di un’esperienza, che consiste fondamentalmente nel lavorare per creare un incontro tra realtà che non si sarebbero incontrate. “Road To Essaouira – dirà Cristian Adamo nelle conferenze stampa – è un’idea che era nell’aria già da più di un anno. Di ritorno da uno dei vari pellegrinaggi dei Fawda a Essaouira ci ha aperto il mondo dello gnawa, un genere (che forse non sarebbe neanche corretto limitare all’espressione musicale1) nato dalla tratta dei neri del Nord Africa e sviluppato tra le persone in schiavitù, con radici ritmiche dell’Africa Occidentale ed elementi arabi del Sufi”.

DAY ONE – QUESTA FAMOSA STORIA DEI GEROGLIFICI

Gli incredibili parallelismi ritmici e melodici dello gnawa con la musica afroamericana, dal funk al blues del Delta, fino alla drum’n’bass e al trip hop, amplificati dal connubio con le macchine di Swamimillion sono evidenti fin dal momento in cui mi avvicino all’ingresso del Teatro dell’Accademia di Belle Arti, dove un foglio scritto a pennarello avvisa delle prove in corso e chiede gentilmente di chiudere la porta. Che ovviamente è aperta. E quindi la musica esce e si diffonde nel cortile di quello che una volta – prima di trasferirsi nella sede di Via Lenin, negli spazi di quella che in precedenza era una fabbrica di mangimi per pesci, coi sotterranei pieni di acquari che, in effetti, erano i protagonisti assoluti dei videoclip girati a quei tempi, poi misteriosamente scomparsi nel successivo trasloco presso la sede attuale – era il TPO.

Ai meno lanciati nella via della sperimentazione totale intrapresa da Original Cultures, il progetto Road To Essaouira, con l’incontro tra la ricerca su una musica tradizionale nordafricana e l’elettronica prodotta principalmente in studio da un duo inglese esteticamente lontanissimo dall’immaginario di bonghi e tuniche variopinte, potrebbe suonare inquietante quanto un Khaled meets Bob Sinclair. Al contrario, niente di più lontano da parole quali folk, etnica e fusion. Dovrebbe bastare, per comprendere quanto l’attitudine di Original Cultures sia orientata verso le scommesse, la contemporaneità e i salti nel vuoto, ricordare che Cristian Adamo – per dirne una – è stato tra le figure di riferimento nella scena dello scratch a livello mondiale, responsabile dell’arrivo in Italia (primo paese ad aderire al circuito, nel 1997) dell’ITF (International Turntablist Federation) e l’uomo che è riuscito a portare al Livello 57 gli Invisible Scratch Pickles, quando ancora nessuno da queste parti sapeva chi fossero e, negli Stati Uniti, i Beastie Boys si preparavano a pescare il jolly, chiedendo a Mix Master Mike, che degli ISP era il fondatore, di collaborare con loro (indovinate chi è il Dj di “Three MC’s and One DJ”).

Il fatto che la musica gnawa – o almeno la rivisitazione che ne fa il Fawda trio – sia stata in grado di esercitare su un personaggio come Cristian Adamo e soci un fascino tale da indurli a ragionare su come sporcarla quanto più possibile, non è dunque frutto della follia o di una improbabile conversione collettiva. Oltre alle suggestioni squisitamente ritmico-melodiche descritte in precedenza, ci sono anche un contesto culturale molto ampio e la voglia di salvare il gnawa stesso dall’incursione dei jazzisti e da una deriva  fusion che “forse all’inizio era anche carina ma ora anche basta2.

Comunque, come il Fawda Trio riuscirà a mescolare con successo gli strumenti tipici della musica gnawa – che sono fondamentalmente le karkaba, da me ribattezzate nacchere-piattini e in grado di sviluppare un volume micidiale, il guembri, una sorta di banjo-basso a tre corde inventato dagli schiavi qualcosa come 900 anni fa e qui elettrificato, e un vasto impianto di percussioni che Danilo Mineo ha ulteriormente incrementato – arricchiti dall’aggiunta di un synth, di un pianoforte e un fender Rhodes con le macchine rumorose di Swamimillion, deve essere nitido, a questo punto, solo a Laurent Fintoni, Cristian Adamo, Yassin Hannat e Alessandro Micheli. O almeno ad uno dei quattro.

Nel frattempo, lo staff si aggira per il Teatro dell’Accademia con il fare di archeologi che hanno trovato un accesso di servizio nella piramide e devono capire come funziona questa famosa storia dei geroglifici. Anche per loro, lo spazio è tutto da scoprire. È questa è l’ennesima incognita del progetto.

Swamimillion
Swamimillion

DAY TWO – È UN ROOMBA, QUELLO?

Il secondo giorno, che in realtà è il terzo, i lavori sono già ad uno stadio avanzato e, quando entro in teatro una registrazione approssimativa di quanto suonato il giorno prima sta catturando l’attenzione dei musicisti, che si ascoltano mescolati per la prima volta. È un momento che riassume con una certa precisione il senso di Road To Essaouira in quanto work in progress che mette insieme l’improbabile per ottenere l’inesistente, un’operazione che si nutre necessariamente della propria documentazione per dimostrare a se stesso di essere possibile3.

L’annuncio dell’arrivo di un pianoforte su una specie di mezzo articolato che procede con una lentezza inquietante provoca un sospiro di sollievo in tutto lo staff e catalizza l’interesse dei tecnici. Tutto, improvvisamente, si muove come in assenza di gravità, quasi ad assecondare l’andatura del carrello. Tutto ad eccezione dell’anziano aiutante dell’accordatore, al quale tutti si offrono invano di dare una mano ma che non vuole sapere di mollare le due rampe che serviranno ad agevolare la salita del pianoforte sul palco, al centro del quale ha fatto la comparsa un oggetto a metà strada tra il copri-tortiera, una vecchia trottola e il Roomba, l’aspirapolvere autosufficiente che la mia ragazza desidera fortissimamente.

oto luca sgamellotti
Foto di  Luca Sgamellotti

DAY THREE – BELLA REGAZ

All’ultimo giorno di prove – il primo con un fonico vero, come dice Yassin – l’affiatamento tra Fawda e Swamimillion è decisamente migliorato. E, quando arrivo, SI Williams sottolinea con il gesto della mitragliatrice una sequenza martellante di beat che sta ad indicare la fine del pezzo e la propria soddisfazione. Credo.

Visto che la questione non è abbastanza complicata, i Fawda hanno deciso di invitare – tanto il concerto è solo domani – Jamal Ouaissini (sì, quelle sono proprio quattro vocali in fila), violinista marocchino di stanza a Reggio Emilia, che si presenta in Teatro a metà pomeriggio e colonizza la parte centrale del palco, diventando il presupposto per una maratona di prove che dura davvero più di un’ora.

Nel frattempo, la croce di Original Cultures rimane quella delle interviste da integrare nel documentario. E questo fa sì che Si Williams e Will Horrocks4 – estromessi causa violino dalle ultime prove – si debbano nuovamente sottoporre alle domande di Laurent circa le loro impressioni sull’esperienza di Road To Essaouira, mentre in sala tutti cercano di fare silenziosamente quello che normalmente farebbero con estremo frastuono. Per la cronaca, Si e Will si stanno divertendo molto, è una cosa che non avevano mai fatto prima, lavorare con un gruppo live è molto diverso che non lavorare in studio alla ricerca di suoni e campioni come fanno di solito ma d’altra parte è proprio l’idea di lanciarsi in sfide come questa che li ha spinti a formare Swamimillion, una delle cose più intriganti dello gnawa è la ripetitività del groove e l’estrema libertà di procedere per addizione, e che no, non conoscevano la musica gnawa ma sicuramente i Fawda sono i migliori a suonarla. L’intervista si conclude con l’inevitabile lezione amatoriale di “Bologna Slang”, con Yassin che tenta di correggere la pronuncia di un già comunque notevole “Bella Regaz” appresso e replicato dal duo inglese, che trova forse più difficile questo, a quanto sembra, che non mescolare elettronica e gnawa.

foto luca sgamellotti
Foto di Luca Sgamellotti

14 SETTEMBRE – IL PAVIMENTO ERA IN PENDENZA

Quando arriviamo, il Teatro è ancora parzialmente vuoto e l’impressione, con le persone tutte sedute sul perimetro, appoggiate alle pareti, è un po’ quella delle sale da ballo del dopolavoro degli anni Sessanta. I discorsi vertono quasi tutti su “quando questo era il TPO, il pavimento era in pendenza, il palco era a quest’altezza e questo muro non c’era”. Il pubblico, che è ancora piuttosto scarso, è decisamente variegato e si va dai vecchi frequentatori del Link dei tempi d’oro alle nuove leve dell’elettronica bolognese. Non so chi l’abbia deciso ma la gente comincia a sedersi per terra, come accade di solito nei concerti ambient. Quando la sala è quasi piena di corpi piantati al pavimento di legno, lo schermo sul quale si susseguivano immagini di Essaouira, si alza e sul palco compare il Fawda Trio. Reda Zine si presenta con un abito tradizionale, Danilo Mineo – con una specie di moonboot di campanellini ai piedi – scompare dietro alla sua capanna di percussioni, mentre Fabrizio Puglisi si sistema nel suo rassicurante monolocale tastiera e pianoforte. Suonano due pezzi da soli e uno in compagnia di Jamal Ouaissini, che si guadagna tra la folla il soprannome di violent violin, suscitando l’entusiasmo di una platea sempre più numerosa, anche se seduta, che si lascia ipnotizzare dalle ritmiche ossessive e viene conquistata dalla scoperta delle karkaba, che, secondo un sondaggio a fine concerto, almeno un presente su tre ora desidera ardentemente. Qualcosa nella comunicazione deve avere funzionato male, dal momento che, appena i Fawda lasciano il posto a Swamimillion, la sala si svuota abbondantemente, forse interpretando la cosa come una sorta di pausa tra una parte del concerto e la successiva, e gli inglesi si trovano a proporre il loro set da soli davanti ad un pubblico decimato che però ora è in piedi e muove la testa sui beat e sui campioni del duo. Sulla coda dell’ultimo pezzo, i Fawda rientrano in scena, componendo così, almeno visivamente, la parte umana di quello che in effetti è Road To Essaouira. Quando i fuoriusciti intuiscono che qualcosa è cambiato, la platea torna a riempirsi e l’attenzione è, onestamente, sopra le aspettative. Reda riesce anche nell’impresa eroica di fare battere le mani – a tempo – ad un pubblico – ormai davvero eterogeneo. Alla fine, tutti sono contenti – forse non completamente consapevoli di quello che hanno visto, ovvero i primi chilometri di questo viaggio verso Essaouira, ma comunque contenti –  e se ne vanno, felici, a tempo di record, visto che le bidelle dell’Accademia preferirebbero essere altrove.

Insomma, non so cosa stia pensando adesso, con la testa sul cuscino, chi ha assistito al concerto di Road To Essaouira. Forse – parafrasando le parole di Si Williams – che non aveva mai sentito parlare di gnawa e di gnawa mescolata all’elettronica. Ma che Fawda Trio e Swamimillion sono quelli che la suonano meglio.

E che Original Cultures ci sta proprio bene, all’Accademia di Belle Arti.

 

Essaouira
Essaouira

 

1- Camminando su un filo sottilissimo, si potrebbe paragonare lo gnawa all’hip hop e la musica gnawa – che dello gnawa è solo un aspetto all’interno di una cultura molto più ampia – al rap.

2 – Mi diventa chiarissimo lo spirito dello gnawa quando Yassin mi racconta l’aneddoto della nonna che minacciava di fargli tagliare le orecchie con le karkaba dai suonatori gnawa, qualora lui non avesse fatto il bravo. Questo dovrebbe suggerire che ci sia una rilevante componente mistico/religiosa, nello gnawa, i cui esponenti sono invisi a tutte le espressioni più istituzionali dell’Islam. Le esibizioni gnawa contemplano riferimenti a spiriti e colori e comprendono anche una danza.

3- L’esperienza del Fawda Trio e Swamimillion ad Essaouira, sarà il soggetto di un breve documentario, girato da una piccola troupe che seguirà il viaggio verso Essaouira, la registrazione dell’album, gli incontri e le collaborazioni, l’ambiente circostante e la città.

4- Si Willams e Will Horrocks sono membri fondatori del trio londinese LV, con cui hanno fatto uscire diversi dischi su label rinomate di musica elettronica come la Hyperdub di Kode 9, Keysound e altre. Come LV, hanno collaborato con i più innovativi rappresentanti della scena underground del Sud Africa ma anche con artisti reggae e dub. Hanno vinto il Worldwide Award di Gilles Peterson con una session insieme al pianista Tigran Hamasyan. Con Swami Million i due musicisti utilizzano un set up nuovo, usando principalmente hardware-MPC, Kaoss Pad, sintetizzatori e Ableton. Questo loro nuovo progetto è nato dal desiderio di creare imprevedibilità, swing, errori ed esplorare sempre di più idee e ritmi derivanti dell’hip hop.

 

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