Live: Primavera Sound Festival

Day 2 - 24 Maggio

O anche del giorno in cui si vedono pochi concerti, si torna comunque a casa alle 7 del mattino, ma si vedono i Blur e quindi alla fine si è tutti felici.
Live: Primavera Sound Festival
Day 3, 25 maggio

Il problema principale dei festival musicali, per lo meno per chi è venuto a vedere dei concerti e non per chi utilizza l’evento come convergenza sociale e sfoggio di presenzialismo, è sempre il solito: sovrapposizioni. Non la pulizia, non la qualità del cibo, non il tasso di acqua con cui vengono allungate le birre (che poi non vi sembra strano? Questi festival hanno sempre uno sponsor che produce birra, e ovviamente monopolizza la vendita di luppolo durante quei giorni, eppure la birra fa puntualmente cagare) e nemmeno la gestione dell’audio (ma a Barcellona siamo fortunati: tendenzialmente si sente sempre molto bene). Ma le sovrapposizioni. Ad esempio, quest’anno, si era contenti per la presenza di praticamente tutte le band che valesse la pena vedere nel 2013. Eppure, giunti alla fine del secondo giorno, ci si è resi conto di averne viste molto poche e di aver lasciato per strada pezzi importanti. Quindi, oltre all’apprezzabile risvolto positivo della frammentazione del pubblico (che però, in realtà, non si frammenta nemmeno così tanto), abbiamo il lato negativo dell’estrema scelta che si ripropone quasi ad ogni fascia oraria. Ma andiamo con ordine.

Si comincia con le note sotto metadone di Kurt Vile. Il suo ultimo disco (Wakin On A Pretty Daze) è bellissimo. Lui non ne ha ancora sbagliata una. Nonostante l’estrema slack-freakness, Vile riesce ad architettare un concerto suggestivo, grazie a uno stile in cui si rimescolano influenze di cinquant’anni di tradizioni americane (dal blues a Neil Young, dalla psichedelia west coast alla new wave passando per Springsteen) capaci di diventare base per qualcosa di nuovo e personale. Il punto forte, manco a dirlo, sono le canzoni. Se le sai scrivere è tutto più facile. Un po’ come Daniel Johnston. Ma qui i problemi sono altri. Johnston è un evento. L’auditorium del Parc del Forum è pieno in ogni ordine di posto per vedere questo freak (senza slack) che non si fa nessun problema a mostrare al mondo la sua malattia e i suoi demoni, forse perché non ne è consapevole fino in fondo. Fin qui, niente di male. Il guaio sta nella dimensione “evento” del concerto. Ad un certo punto emerge un sottile senso di nausea. Sembra di essere allo zoo. Una generazione di ragazzi della classe media – principalmente bianchi (ehi, non l’abbiamo mai scritto, ma al Primavera sono quasi tutti bianchi!) – che osservano come fossero al Circo Barnum le nuove stranezze del mondo. Forse per soddisfare quella ricerca pornografica di una diversità da vedere senza toccare. Forse per falsa coscienza di classe. Non lo so. Ma alla fine del concerto sono più incazzato di prima. E la standing ovation conclusiva, telefonata e quindi retorica e quindi gratuita, è una sorta di goccia che fa traboccare il vaso. Abbiamo visto una persona che sta male e noi lo esaltiamo proprio per il suo stare male. Il fatto è che uno come Daniel Johnston anche solo in giro per il Primavera a farsi i fatti suoi, verrebbe preso in giro per i suoi vestiti, il suo aspetto, il suo odore e così via dalle stesse persone che qui lo stanno esaltando. Le sottoculture urbane che si incontrano al Primavera ragionano più per ripetizioni di status quo e le diversità e le problematicità sono accettate se impacchettate e vendute su un palcoscenico. È un discorso lungo, forse trombone, su cui bisognerebbe riflettere molto.

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Kurt Vile

Altro tipo di delusione, questa volta più legata alla musica, arriva invece dalle Breeders. Questo concerto muove altre questioni (in soldoni: il senso di reunion come passepartout per ritornare sotto la luce dei riflettori a prescindere da quel che si fa) ma alla fine il problema è uno, ed è impietoso: fanno schifo. La loro performance di Last Splash è slegata, moscia, senza passione né mordente, come se fosse una band del dopolavoro che si diverte a fare pezzi degli anni Novanta senza considerare che c’è un pubblico ad ascoltare. Se parliamo tanto di maggiore consapevolezza da parte di un pubblico nato con Internet e con il download illegale, non sorprende che molti se ne siano andati dopo tre-quattro pezzi. Giusto in tempo per sentire rovinata Cannonball e poi andare da altre parti e incattivirsi ancora di più. Che poi, a pensarci bene, è il mood giusto per i Jesus And Mary Chain.

Anche qui, però, una parziale delusione. I fratelli Reid hanno un repertorio spaventosamente bello. Hanno scritto alcune delle canzoni più significative degli anni Ottanta. E non puoi, però, buttare tutto via così. Come se fossi anche tu una band dopolavoro. Soprattutto se la tua carriera pre-reunion parla di concerti infuocati dove scattava la violenza pura e il suono era inteso come un’aggressione terroristica dello spettatore. Sentire buttati così pezzi come Happy When It Rains, Never Understand e Just Like Honey delude molto. Delude perché non è possibile che una band che fa del cazzotto sonico il suo punto di forza si riduca a questa triste parata di rimasti. Sembrano dei reduci che portano avanti lo spettacolo in cui raccontano i tempi passati. C’è sempre meno entusiasmo e alla fine tutti suonano un po’ dove vogliono. Il sound, poi, non arriva. William Reid cerca di reggere la baracca ma, oltre a sbagliare qualcosa durante tutti i pezzi, opta per un suono pulito. E pure quando attacca le distorsioni, non cambia molto. E sì che ero in terza fila. E non è questione di mix, perché altre persone che hanno visto il concerto da posizioni più arretrare hanno confermato che la chitarra non si sentiva e che tutto era così drammaticamente slegato da fare male.

Ed eccoci arrivati al punto delle sovrapposizioni e degli eventi nell’evento. Dopo i Jesus And Mary Chain, sullo stesso palco, sono segnati i Blur. Solo che mancano quasi due ore. Se uno vuole, ad esempio, spostarsi per andare a vedere i Neurosis, James Blake o Daughter, non può muoversi perché sono arrivate altre mille persone a spingere verso la transenna quando comunque non c’è altro spazio dove andare. Uno cerca la frammentazione, ma se metti i Blur, poi, è logico che tutti vogliano andare a vederli. Forse non se lo aspettavano nemmeno gli organizzatori (si pensava che James Blake avesse più richiamo?). Per questo, oltre a regalare bottiglie d’acqua per i poveri cristi – umile cronista compreso – che stavano cominciando a perdere sensibilità agli arti inferiori, hanno deciso di mettere su alla bell’è meglio un set di apertura improvvisato dei Wedding Present probabilmente passavano di lì per caso, dal momento che non sono segnati da nessuna parte nel programma, nemmeno tra gli eventi collaterali – che suonano su un terrazzino a lato del palco principale per dieci minuti. È una bella sorpresa, direi, che dimostra come un’organizzazione rodata possa venire incontro alle esigenze del pubblico anche in situazioni come queste (però magari l’anno prossimo mettiamo a posto la questione delle sovrapposizioni e della gestione dei palchi, eh?).

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Blur

Blur, dicevamo. Il senso politico del discorso reunion, del discorso effetto singalong, del Greatest Hits fatto apposta per passare alla cassa speculando sul passato glorioso, passa completamente in secondo piano quando il concerto diventa una delle cose più belle a cui ti sia capitato di assistere da anni a questa parte. Quello che avevo visto su YouTube dei concerti dei Blur post-reunion con Graham Coxon lasciava presagire uno show molto attento alle esigenze del pubblico – com’è giusto che sia – ma con un Albarn un po’ sottotono, che non riesce più a tenere con la voce ed è schiavo del personaggio di Damon Albarn (un po’ come Graham Coxon è schiavo del personaggio Graham Coxon, e così via). Ecco. Forse è davvero un problema di luogo in cui vedi il concerto, ma quello che ti sembra normale e anche un po’ stucchevole da lontano (e anche davanti allo schermo di un computer) diventa uno degli happening più eccitanti quando sei lì a due passi. Il raccoltone mitologico che è il concerto dei Blur include momenti di puro delirio (Girls And Boys, Parklife, Song 2, con cui hanno chiuso l’ora e mezza abbondante di set) e altri di raccoglimento e canto collettivo (Coffe And Tv, Tender, la nuova Under The Westway che fa presagire sviluppi futuri interessanti qualora anche i Blur decidessero di fare qualcosa in studio, e The Universal). Seguendo la logica che si richiede a una band diventata ormai classica. Ma quello che stupisce è la compattezza e il tiro. I Blur spaccano. E hanno un approccio da divi che sanno quello che stanno facendo e sanno che facendolo nel migliore dei modi possibili si porta la leggenda a un passo successivo. E qui la leggenda è capitata. It happened. Per dirla così.

C’è ancora un po’ di energia per vedere i Titus Andronicus. Band che, assieme a gente come Gaslight Anthem, rappresenta una sorta di eredità punk di Bruce Springsteen. Bei suoni. Qualche canzone abbastanza clamorosa. Sembrano essere un gruppo con un senso nel qui ed ora della musica rock contemporanea in cui tutto si trasforma ma nulla veramente si crea. L’unica cosa a lasciare un po’ perplessi è l’atteggiamento del cantante. Al di là della voce che va e viene e si attesta su un tomwaitsismo di ritorno (che quando hai meno di trent’anni diventa preoccupante per le tue corde vocali), quello che infastidisce è la posa da frontman ubriaco che si sente in potere e in dovere di intrattenere il pubblico con siparietti imbarazzanti che purtroppo non fanno altro che spezzare la tensione. E se spezzi la tensione alle 3.30 del mattino, forse il pubblico si stufa e se ne va a casa. Mezzi pubblici permettendo.

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