Live: Primavera Sound Festival

Day 3 - 25 maggio

Finisce anche quest'anno. Uno arriva e spera di non doversi svegliare mai più e invece. Ma ci sono novità in vista. Come il primo headliner per il 2014. Annunciato con ben un anno di anticipo e che probabilmente distruggerà ogni dato di prevendita precedente: i Neutral Milk Hotel.
ps2013

La fine dei festival è sempre un momento malinconico. C’è quell’aria da ultimo giorno di scuola, a metà tra la rilassatezza di chi è consapevole che il peggio è passato e che anche quest’anno si è fatto qualcosa di importante, e la tristezza nel dover lasciare un posto a cui sei affezionato, delle persone che sono diventate sempre migliori e il ricordo degli eventi che hanno reso il tutto ancora più speciale. Questa è stata una delle edizioni del Primavera con più pubblico. Nel solo Day 2 si sono registrati 170 mila ingressi. 170 mila. La Valle d’Aosta ha 130 mila abitanti, per dire. Dati significativi. Dati che spiegano anche come mai, alle 18.20 e sotto un sole cocente – questo festival è stato caratterizzato da saliscendi di temperatura importanti, tra sole a picco e pazzesche folate di vento – molte di queste persone fossero divise tra il palco Heineken per vedere Adam Green, e il palco ATP per vedere Mt. Eerie. Ho scelto quest’ultimo nonostante le condizioni geografiche e metereologiche non favorissero la visione di una proposta musicale così notturna e così raccolta. Infatti il set risulta poco adatto. La dialettica tra momenti di delicato raccoglimento e fiammate di droni devastanti non ha convinto. Non tanto per responsabilità della band (ottima, in effetti), ma per dove è stata proposta e come. Insomma, è la conferma che non basta mettere un ottimo gruppo dove si vuole e questo farà comunque un grande concerto. Esistono dei contesti. Contesti in cui le band riescono a dare il meglio. Come i giovanissimi torinesi Foxhound, che hanno dato prova del loro essere capaci di stare su un palcoscenico impegnativo come una band rodata e straniera (il gruppo chiude una tre giorni in cui le band italiane sono state ben rappresentate da Honeybird And The Birdies e Blue Willa, che scriveranno per il Mucchio un report da insider). Spero che questi ragazzi riescano a lavorare sulla scrittura e sulla loro evoluzione musicale così da poter fare qualcosa di interessante. Le basi sono già molto solide. C’è poi tempo per guardare un po’ di Sea & Cake, che dal vivo accentuano quei lati più pop contaminati a metà tra gli Yo La Tengo e Jim O’Rourke. Meriterebbero più attenzione ma la scaletta è rigidissima e purtroppo sono piazzati in un orario non felicissimo.

A causa dell’orrenda notizia del forfait della Band Of Horses (rimpiazzata dai prezzemolini Deerhunter, che ho evitato anche questa volta perché negli ultimi anni ho praticamente visto Brandon Cox più volte dei miei genitori), andiamo a vedere i Dexys. Concerto fiume – che ho dovuto interrompere ad un certo punto per ovvi motivi (vedi il report del secondo giorno e la questione delle sovrapposizioni) – in cui Kevin Rowland e soci si sono impegnati a confermare due cose. Primo, la loro grandissima classe e l’originalità di una proposta sospesa tra pop d’autore un po’ patinato, soul bianco e teatro popolare (soprattutto nell’impostazione del live, dove i brani diventano pretesti per delle recite vere e proprie). Secondo, confermare la discontinuità con la vita precedente: la gente chiedeva a gran voce Come On Eileen. E dopo quasi due ore di live non è arrivato. Scelta apprezzabile, da un certo punto di vista.

Nick Cave - foto di Dani Cantò
Nick Cave – foto di Dani Cantò

Cito i Thee Oh Sees per spirito di completezza. Il loro set è una colonna sonora ideale per una piccola pausa prima di lanciarsi nel concerto di Nick Cave e per quei pochi minuti sembrano convincere il non indifferente pubblico. Ma ci sono delle (dolorose?) scelte da fare. E Nick Cave And The Bad Seeds vince il ballottaggio con Meat Puppets (di cui ci hanno narrato meraviglie) e la coda del Wu-Tang Clan. Sulla scia di un album meraviglioso e di live report entusiastici (chi si ricorda il racconto del concerto di Londra sul Mucchio sa a cosa mi riferisco), il cantautore australiano (il cui set viene anticipato dal filmato che annuncia i Neutral Milk Hotel citati in introduzione) si lancia in un’ora infuocata e senza un attimo di pausa dove le canzoni nuove sono un pretesto per parlare d’altro. Ponti necessari per arrivare alle “classiche” The Mercy Seat, The Weeping Song e Tupelo. I Bad Seeds dal vivo sono pazzeschi. Cave in forma smagliante (tra di noi si decide che se Nick Cave ha effettivamente ricominciato a drogarsi e questo è il risultato, beh, allora la droga non può fare male) e non sto nemmeno a cercare di descrivervi quanto sia magnetico il suo carisma. Peccato, appunto, che suoni solo un’ora. Senza molti classici. Con la sensazione che se ne sarebbe voluto di più. Con la voglia di ritornare a vederlo, magari a Milano.

Prima dell’evento – nel bene e nel male – dell’ultima serata, arriva l’antipasto Phosphorescent. Band indie-pop molto carina e decisamente azzeccata come depotenziamento. Una sorta di “camera di decompressione” tra l’inferno in terra di Nick Cave e la presupposta invasione sonora dei My Bloody Valentine, il cui concerto, simbolicamente, chiude l’edizione 2013 del Primavera Sound Festival e ci proietta direttamente all’anno prossimo. Per continuare questa liturgia che, con tutti i suoi difetti, rimane appuntamento necessario per un pubblico che vorrebbe essere popolo (come senso di appartenenza, come respiro generazionale, come volontà di condivisione di un’esperienza comune). Ma bisogna ingerire un boccone amaro. Quattro anni fa, i My Bloody Valentine distrussero il main stage. Il muro di rumore era “fisico” e doloroso. I tappi per le orecchie erano necessari anche se si assisteva ai confini dell’area concerti perché la distruzione sonica rischiava davvero di far fuori i timpani e far rientrare sterni. Era una reunion aliena ma urgente e si percepiva il senso di un tempo perduto (di cui abbiamo parlato diffusamente nel Mucchio di marzo). Questa volta, invece, ci sono molte cose che non vanno. Kevin Shields e soci hanno anche un nuovo album da promuovere ma il concerto non sembra ingranare. I volumi sono BASSI. Se un tempo stavo male a vederli dal fondo, adesso sto bene a sentirli alle transenne che recintano il “pit”. I tappi per le orecchie sarebbero stati azzardati perché il sound era insolitamente innocuo. Loro, poi, sembrano essere slegati. Non c’è l’assalto sonoro, ma un pastrocchio che si incontra a metà tra le due esigenze principali dei My Bloody Valentine: far emergere le canzoni (e non emergono perché la voce non si sente, le melodie si perdono nel mix) e far esplodere le percezioni sensoriali di chi ascolta (significativo il fatto di sentire la musica proveniente dal palco vicino e, addirittura, sommo sfregio, i discorsi delle persone dietro di me che parlavano). Niente di tutto questo accade. Anzi, alla delusione si aggiunge anche il fastidio nei confronti del regista che gestisce le varie videocamere che mandano le immagini in diffusione sui maxischermi. Impossibilitato a riprendere il concerto in senso classico (si passa dai Bad Seeds nella loro teatrale spettacolarità alla glaciale fissità di Shields), si opta per mostrare un montaggio disordinato di facce del pubblico. Facce inebetite, contente, estasiate, incavolate, incarognite e così via. Un effetto abbastanza straniante e voyeuristico. Capisco sia un problema non poter riprendere la performance, ma c’è modo e modo di organizzare un lavoro. E il dialogo tra il palco – suono, visuals, luci – e schermi – gente sparsa che si sta anche facendo gli affari suoi – è semplicemente orrendo e crea un distacco che acuisce ancora di più la sensazione di occasione sprecata. Insomma, per un festival che ha fatto dell’organizzazione dell’evento uno dei suoi vanti, una macchia abbastanza grande. Soprattutto quando la doppietta finale Feed Me With Your Kiss-You Made Me Realize si attesta su volumi effettivamente in crescendo a dimostrare che probabilmente la cosa non era stata gestita al meglio. Ma forse me la prendo così tanto perché i My Bloody Valentine sono uno dei miei gruppi preferiti e avrei voluto chiudere in bellezza fino a perdere l’udito, oltreché la voce. Ma così non è stato. E il vostro umile cronista si ritira. Mestamente. E ritorna a casa sua. Dove l’altro giorno suonavano, guarda caso, i Dinosaur Jr.

Bye Bye
Bye Bye
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