Live: Primavera Sound Festival

Day 1, 23 maggio

Come ogni anno, Barcellona diventa per tre giorni la cattedrale del culto dell'indie rock contemporaneo. Come ogni anno, ci sarebbero tante considerazioni da fare sull'indie come cultura di consumo, sul presenzialismo come tendenza insita nell'esperienza del festival. Ma ad un certo punto bisogna anche lasciare spazio alla musica.
Primavera-Sound-2013

El Inquilino Comunista fa ridere per il nome, ma quando attacca a suonare ci si rende conto di come gli spagnoli abbiano introiettato la lezione angloamericana molto meglio di altre culture. Qualcuno potrebbe accusare di eccessiva calligrafia, di derivatività, di quella parola magica che adesso usano tutti (e non la userò, almeno ora, e avete capito bene di cosa sto parlando). Ma la band che ha l’onere di aprire il festival tira su un bel concerto sospeso tra echi di Sonic Youth periodo Daydream Nation. Considerando che il contesto festivaliero impone una carburazione abbastanza lenta, poteva decisamente andare peggio. Ad esempio, si poteva cominciare con i Wild Nothing. Gente che su disco ci sa anche fare, per carità. Anzi, sono tra quelle band che lo shoegaze lo masticano talmente bene da risputartelo fuori con una padronanza abbastanza spaventosa. Però, ecco, metti il sole a picco sul Parc del Forum (alla faccia delle previsioni del tempo. Festival 1-0 BBC Weather), metti l’enorme distanza tra il palco su cui suonano gli americani e tutti gli altri palchi del festival (quest’anno ci sono due palchi principali e distano 20-25 minuti di camminata: per dire che io per andare a lavorare quando abitavo lontano ci mettevo lo stesso tempo), ma sembra che la band suoni sempre lo stesso pezzo. Ed è un pezzo un po’ Cure, un po’ Ride, un po’ Slowdive, un po’ C86. Che va bene, ma dopo un po’ pensi di star perdendo tempo. Tempo che potresti spendere per andare dall’altra parte del festival e fare la spola tra il bel set dei Woodspop psichedelico condito da psichedelia d’antan – e le Savages, su cui tanto si sta dicendo e tanto si sta scrivendo. La band riesce a confermare tutto quello di buono (bella presenza scenica, bel tiro, un deciso carisma) e tutto quello di “negativo” (plagi sparsi dall’epoca new wave storica) si mormori sul loro conto. Quello che stupisce è la quantità pazzesca di gente che c’è su qualunque palco. Anche su quelli minori. Se l’anno scorso sembrava esserci un ambiente più vivibile, ora il rischio imbuto è un’effettiva problematica da considerare. Per fortuna, arrivano i Tame Impala a tenere gran parte della gente impegnata. Noi restiamo a vedere i Metz, gruppo che si inserisce in questa nuova ondata di gruppi indie rock (Japandroids, Cloud Nothings, The Men, ecc.) che rispolvera chitarre grunge, melodie american-indie e attitudine uber alles. Da un lato, poca gente, pochi believers che si fanno la scaletta in relazione al tasso di chitarre presenti. Dall’altro, un set infuocato. Una sezione ritmica animalesca e un cantante che sta ributtando fuori tutte le botte che ha preso al liceo quando era un povero sfigato (tra l’altro, quelli che lo menavano, con tutta probabilità erano il bassista, un maschio alfa che sembra un mix tra Don Draper e un membro a caso dei Gaslight Anthem, e il batterista, un gorilla dalla violenza disarmante).

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Dal momento che anche noi siamo tra quelli che seguono le chitarre, siamo andati a vedere i Dinosaur Jr. Per me è la sesta volta – tra cui la terza su questo stesso palco, il che mi fa pensare – da quando si sono riuniti. E l’ultima volta li avevo abbastanza odiati. Possibile? Sì. Questa volta invece va meglio. La band è precisa nonostante si percepisca un certo calo di tensione. Il tiro è decisamente minore. Colpa, forse, del nuovo batterista, che non è Murph, non è una macchina da guerra. In ogni caso, concerto alimentare. Ormai c’è un certo standard che viene rispettato e al di sotto del quale non si va. Tutti sono contenti. Le aspettative sono soddisfatte. Ma sembra tutto un po’ routinario. Mica come Bob Mould. Mica come un uomo che sta vivendo una sua seconda giovinezza grazie anche ai Foo Fighters. Che ha scritto pagine significative della musica rock ed è ancora lì a farsi il soundcheck da solo e a tirare giù l’inferno vero. Scaletta sospesa tra un inizio Sugar, un intermezzo dedicato a Silver Age (una The Discent da urlo) e poi un’esplosione Husker Du. Su Celebrated Summer, il vostro cronista perde la concezione del tempo e dello spazio, preso com’era a farsi lanciare da punk riscoperti e giovani che non ne hanno mai avuto l’occasione in un pogo abbastanza esagitato ma decisamente – mi si perdoni il colloquialismo – preso bene. È un pogo catartico, vivo, sincero. Come se anni e anni di evoluzione stilistica nella storia della musica siano stati spazzati nel momento della consapevolezza piena: una certa attitudine e una certa urgenza probabilmente può essere catturata solo dalle chitarre e, appunto, dall’attitudine. È un concerto di grande cuore, alla fine del quale si potrebbe tutti quanti andare a casa e sarebbe stato già un’esperienza da ricordare.

Infatti mi spiace molto per i Grizzly Bear, che hanno la sfortuna di essere arrivati dopo Bob Mould. Il loro sound, così costruito e concepito per una stratificazione in cui convergono Spector sound, alt-folk e post-rock, non è esattamente coinvolgente. Anzi. Il tasso di cerebralismo è abbastanza alto e forse ci sarebbe stato bisogno di un altro posto per sentirli. Non il palco principale in mezzo ad altre cinquantamila persone. Ma i Grizzly Bear sono uno dei main act. Un evento nell’evento. Prendere o lasciare. Per questa volta lascio, anche abbastanza a malincuore.

E poi avevo bisogno di riprendermi prima dei Phoenix. Band che avevamo già visto in altre occasioni spagnole e che si erano distinti per un’attitudine molto più rock. Ora, dopo il duo Wolfgang Amadeus Phoenix e Bankrupt (invero, forse, il primo loro disco deludente, almeno per chi scrive), i francesi sono una sorta di istituzione. Suonano sul palco principale e richiamano gran parte del pubblico per una festa a cielo aperto in cui tutto si tiene. Pop, psichedelia, shoegaze, dance, rock. Grande presenza scenica. Grande apparato scenografico. Grandi canzoni. Non si può dire Greatest Hits perché non hanno fatto If I Ever Feel Better. Ma alla fine non importa a nessuno. Personalmente, ho apprezzato molto – oltre all’auspicabile delirio di Too Young – il momento Love Like A Sunset. Ad un certo punto, mi si indica un personaggio apparso sul palco all’improvviso. “Ehi, uno dei Phoenix si è vestito come J Mascis!”. Guardo bene. No, è proprio J Mascic salito per suonare nei minuti conclusivi del concerto. Così fuori posto ma così tremendamente all’interno delle cose. Come scrivevo prima, tutto si tiene. E avendo sentito molte persone dirmi che i Phoenix dal vivo non sono un granché, mi chiedo se probabilmente non siano anche loro, come tutti, meteoropatici o se l’aria della Spagna non sia salvifica o se, semplicemente, il Primavera non tira fuori il meglio da chiunque.

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