Live: The National

1 luglio 2013 - Milano, Ippodromo di San Siro

Confezionato come uno di quegli eventi in cui è importante esserci, il concerto milanese dei National ha confermato quanto di buono si è scritto, anche sul Mucchio, su di loro. E offerto parecchi spunti di riflessione. (spoiler: non si parla di Johnny Marr)
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Verrebbe da dar ragione a quelli che imputano al caso le ragioni del successo. Non me li vedo i fratelli Dressler guardarsi e dirsi: “Sì, adesso facciamo una musica più accattivante”. Non me lo vedo Matt Berninger riflettere sui suoi testi e dire: “Ecco, questo può piacere a questo tipo di pubblico”. Non riesco a interpretare l’idea di mischiare – come si è letto da più parti – Bruce Springsteen ai Joy Divsion come una mossa per guadagnare consensi. I National sono una band mainstream nel significato più ampio che il termine può avere oggi. Del resto, escono comunque per la 4AD. I National hanno fatto successo con canzoni come Terrible Love e Bloodbuzz Ohio. I National in questo momento possono addirittura permettersi di venire in Italia – paese storicamente freddo, con un pubblico per di più affascinato dalla dimensione dell’evento e dal presenzialismo – e lasciar cantare alla gente Fake Empire (e la gente canta), lasciarsi andare all’abbraccio del pubblico che su Mr. November non solo insegue Berninger, sceso tra la folla, ma lo alza per fargli fare crowd-surfing. Forse è un tipo di successo che lascia un po’ interdetti. A vedere i filmati dei concerti in giro per il mondo che si possono raccogliere su YouTube, è così ovunque. Il botto. Ma quello vero. Quello che ti porta a livello raggiunto da gente come Arcade Fire e Bon Iver, che vince poi il Grammy con i douchebags che scrivono su twitter: “e questi chi cazzo sono?”.

Togliamoci subito l’impiccio: è stato un grandissimo concerto.

Scaletta concentrata su Trouble Will Find Me. Ed è normale. La gente canta con un trasporto abbastanza sorprendente. “They say, love is a virtue don’t they?” e sì che forse qualcosa vuol dire. Evidentemente, se certe band – che esprimono un fortissimo senso di disagio e di passione, di empatia e di rimorso, di delusione e di rabbia – riescono a farsi portatrici di un sentimento condiviso vuol dire che si è intercettato qualcosa. Non è tanto una questione di essere quando qualcosa sta capitando, ma di vivere le cose mentre stanno capitando. E forse questo vuol dire che i National stanno avendo il successo che stanno avendo proprio perché sono una “nostra” band. E per “nostra” intendo del “nostro tempo”. Spesso ci si lamenta della mancanza di gruppi capaci di interpretare il presente, di farsi carico di una proposta urgente e appassionata, in grado di andare oltre la rimasticazione delle influenze precedenti legandosi a un immaginario che non esiste più. Forse siamo anche noi troppo affezionati all’idea di lamentarci da non capire pienamente quando le cose stanno capitando e che sì, forse bisogna prestare attenzione per davvero.

D’altronde, il panorama della fruizione musicale è cambiato al punto da far diventare il concerto il momento fondamentale – forse anche più del disco, a questo punto – per capire quanto una band sia efficace come interprete delle cose, e per verificare se quello che sta facendo ha un senso anche oltre il bell’esercizio di stile. Poi possiamo stare qui a parlare per ore del senso di malinconia che si può provare a vedere Matt Berninger ormai divo a tutti gli effetti (quando scende dal palco su Mr. November la gente si sposta in massa da un lato all’altro del pubblico anche solo per toccarlo, come se fosse effettivamente diventato Bono + Springsteen e non uno che da un momento all’altro di urla in faccia: “it takes an ocean not to break”), possiamo storcere il naso sulla ricerca un po’ ruffiana del sing-along ad amplificazione ridotta sulla versione voci e chitarre acustiche di Vanderlyle Crybaby Geeks, con cui hanno chiuso il bis. Ma sono problemi personali, che poco hanno a che fare con i segni più grandi. Segni che ci dicono che i National, cercando di esorcizzare i loro demoni, ci aiutano ad esorcizzare anche i nostri. E che riescono a farlo evitando gli slogan catartici da dimensione collettiva, ma attraverso canzoni che in quella dimensione collettiva trovano della gente che ascolta, canta e vive.

 

Setlist:

I Should Live In Salt

Don’t Swallow The Cap

Bloodbuzz Ohio

Secret Meeting

Sea Of Love

Demons

Afraid Of Everyone

Conversation 16

Squalor Victoria

I Need My Girl

This Is The Last Time

All The Wine

Abel

Apartment Story

Pink Rabbits

England

Graceless

About Today

Fake Empire

 

Runaway

Humiliation

Mr. November

Terrible Love

 

Vanderlyle Crybaby Geeks

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