Live: Ypsigrock Festival

8/11 agosto 2013 – Castelbuono

Approfondito report dell’importante festival siciliano, firmato da Giulia Sarno (unePassante), musicista originaria di quei luoghi, che quest’anno si è per l’appunto esibita su uno dei due palcoscenici.
intro

“Ypsigrock, we made it”. Sono le 22:30 circa dell’8 agosto 2013. Gli Efterklang hanno appena terminato il pezzo di apertura del loro set (Hollow Mountain, dall’ultimo, splendido Piramida), che segna ufficialmente l’inizio di questa diciassettesima edizione di Ypsigrock. Casper Clausen, frontman della band danese, sembra guardarci uno per uno negli occhi, e quelle parole hanno un senso che è quello di un gigantesco, comunitario sospiro di sollievo.

Sono in paese da quattro ore, e soltanto negli ultimi dieci minuti il temporale ci ha dato tregua. Sulla strada per arrivare, curva dopo curva, il sospetto che qualcosa non stesse andando per il verso giusto si era fatto drammatica evidenza: sul paese incombe un nuvolone grigio, avvolgente, denso. Tutto intorno all’altura su cui si annida Castelbuono, il cielo è limpido come una beffa. Nel tragitto dalla macchina parcheggiata fuori dal centro alla via Sant’Anna, arteria principale del paese, faccio in tempo a inzupparmi completamente. Allo stand della biglietteria trovo Marcella Campo, addetta alla comunicazione del festival. Vista la situazione, mi risparmio il “come va?”. Pochi metri più avanti c’è già qualche gruppetto di avventori che cerca riparo sotto l’arco che sormonta l’ingresso di piazza Castello, ancora chiusa al pubblico. Mostro il mio pass – che quest’anno dice “Artist” e ancora non ci credo – ed entro. Sul palco, scoperto come ogni anno, ci sono un paio di gazebi che riparano alla bell’e meglio strumenti e persone. Vedo subito Gianfranco Raimondo (ideatore e direttore artistico del festival insieme a Vincenzo Barreca): è seduto a un tavolino della pizzeria a fianco al palco, ad armeggiare con il laptop. Vorrei che mi dicesse “Tranquilla, ho appena ricevuto una mail dalla Nasa, stanno per lanciare un razzo speciale dissolvi-pioggia sopra il Castello, tra dieci minuti è tutto a posto”, e invece mi chiede l’accendino e stira la faccia in un sorriso.

unePassante - foto di Paola Donatiello
unePassante – foto di Paola Donatiello

Uno dopo l’altro incontro un po’ tutti i componenti della grande famiglia Ypsi, ramo organizzazione/gestione tecnica, e con tutti si svolge più o meno la stessa tipologia di interazione, che comprende 1) gioia di rivedersi, 2) condivisione dello sgomento di fronte alla situazione climatica con annessi commenti del tipo “L’app meteo del mio telefono dice che smette alle X”, 3) tentativo di rassicurazione reciproca. Dai che ce la si fa. Ma non capisco chi ci crede e chi no. Sul palco trovo Gaetano Mazza e Francesco Cerroni, rispettivamente production e stage manager di Ypsigrock da ormai molti anni, che dirigono le operazioni di salvataggio di quella che sembra una barca colta dalla bufera in mezzo al mare. In mezzo a teloni di plastica stesi su amplificatori e cataste di strumenti raccolte sotto ai gazebo, il summenzionato Casper Clausen e due strumentisti degli Efterklang. Hanno fatto appena in tempo a finire il soundcheck prima che si scatenasse il diluvio, mi dicono. È da stamattina che mi preparo a fare questa domanda a Casper e soci, che avevo conosciuto in occasione di una precedente tournée italiana e successivamente incontrato di nuovo a Copenhagen durante un viaggio danese che proprio la loro musica mi aveva spinto a fare: “Cosa vi aspettavate prima di arrivare in Sicilia?”, ma la risposta a questo punto è piuttosto ovvia: “Tutto tranne QUESTO”. Ci giriamo a cercare l’orizzonte oltre il Castello, per costatare insieme che non promette proprio niente di buono.

Capiamoci: è da più di dieci anni che a Castelbuono non piove durante i giorni del festival. La siccità, in Sicilia, non è solo una battuta di Johnny Stecchino. Al massimo, in estate, puoi aspettarti un acquazzone di dieci minuti che ti faccia ricordare che oltre al sole perenne esistono altre condizioni climatiche in natura, ma a QUESTO, credo, nessuno di noi era preparato. Insisto su questo punto perché questa pioggia – un temporalone coi fiocchi che non accenna a diminuire in questo preciso momento, l’otto agosto 2013 alle sette di sera, in questo preciso luogo, la piazza Castello di Castelbuono – ha un significato molto preciso, che la distingue da tutte le piogge di tutti gli altri momenti di tutti gli altri luoghi nel mondo. E questo significato è: Ypsigrock 2013 potrebbe NON ACCADERE. Ora, a molti di voi verrà da ridere, e lo capisco, perché probabilmente molti di voi non sono mai stati a Ypsigrock, dunque lo pensano come un festival indie estivo, fico per carità, ma pur sempre un semplice festival indie estivo. E invece Ypsigrock è molto di più.

The Drums - foto di Francesca Pignataro
The Drums – foto di Francesca Pignataro

È innanzitutto il prodotto miracoloso della costanza e della dedizione di un gruppo di persone, che da diciassette anni portano in un paesino sperduto di una regione sperduta una selezione qualitativamente altissima di gruppi protagonisti del panorama musicale internazionale. La Sicilia è, sì, terra di grandi volontà che hanno portato in essere cose belle e lodevoli negli anni, ma nella stragrande maggioranza dei casi questo tipo di esperimenti coraggiosi si è trovato a soccombere sotto il fuoco di problemi arcinoti come mancanza di finanziamenti, boicottaggio più o meno esplicito da parte di amministrazioni locali ignave e miopi secondo cui è valida sempre e solo l’equazione “grande evento musicale=Gigi D’Alessio”, e via discorrendo. Non è questa la sede per tentare un’analisi socio-economica della situazione della cultura in Sicilia, cosa che non mi sentirei in diritto di fare anche perché io, quella terra, per questi ed altri motivi l’ho lasciata; né ho intenzione di cercare di individuare in ogni dettaglio in cosa consista il segreto del successo di Ypsigrock: se abbia pesato più la testardaggine delle persone che stanno dietro alla denominazione “Associazione Culturale Glenn Gould” (presieduta dal grande Mario Antonio Prestianni), che sono andate avanti superando, anno dopo anno, le difficoltà economiche e tecniche che mettere su un festival comporta, e lo hanno fatto contando quasi esclusivamente sulle forze proprie e dei tanti volontari che lavorano all’evento. O la loro capacità di intercettare il desiderio del pubblico “indie” con delle line up sorprendenti che, soprattutto parlando delle edizioni degli ultimi anni, ti fanno sentire veramente immerso nelle correnti del contemporaneo.  O la assoluta bellezza e unicità di una location che strappa commenti carichi di meraviglia e gratitudine a tutte le band che calcano il palco di piazza Castello. Per intendersi, quando i ragazzi di Loose Habit chiesero a Dan Snaith aka Caribou quale fosse stato il concerto più bello del lunghissimo tour di Swim lui citò per primo quello siciliano (Ypsigrock 2010). Quest’anno il livello di amore verso la piazza non è stato da meno, con gli Editors che twittano a ripetizione foto del Castello e Ryan Hahn dei Local Natives che candidamente dichiara dal palco “This is by far the most beautiful place we’ve ever played. This is insane!”.

Efterklang - foto di Francesca Pignataro
Efterklang – foto di Francesca Pignataro

Ma se tutti questi fattori fanno di Ypsigrock un festival speciale, la loro semplice somma non è sufficiente a spiegarne la magia e a farvi dunque capire il perché dello sgomento mio e, credo, di molti all’idea che Ypsigrock 2013 fosse messo in pericolo da quella maledetta pioggia. Anche se dura tre o quattro giorni, Ypsigrock in realtà è qualcosa che si manifesta durante buona parte dell’anno nei pensieri non solo, ovviamente, di chi è direttamente coinvolto nell’organizzazione, ma anche degli ormai tantissimi innamorati che non si perdono un’edizione da quando, magari per caso, si sono trovati per la prima volta a parteciparvi. Dalle prime indiscrezioni sulla possibile line up, alle gioie (o delusioni) delle prime conferme, fino al cartellone completo, è tutto un crescendo di fibrillazione. Poi, a festival ultimato, le settimane successive si passano sul gruppo Facebook a condividere commenti, foto, ricordi, previsioni e speranze per l’anno successivo… Tutto questo con un senso di comunità e di appartenenza che credo discenda dal fatto che Ypsigrock è, nel suo senso più puro, un evento di famiglia, di una famiglia che ti sei scelto. Perché se prima ho menzionato il ramo organizzativo della famiglia Ypsi, l’altro ramo, altrettanto importante, è quello dei partecipanti, gli Ypsini, quelli che attraversano l’Italia con tutti i mezzi possibili (quest’anno anche in bicicletta per confluire a Castelbuono, quelli che quando giri in paese nei giorni del festival ti fermi ogni tre passi per riabbracciare dopo un anno, quelli che ballano fino all’alba alle feste dell’Ypsi Camping, animate da quei fratelli veri di Ypsigrock che sono Fabio Nirta e Robert Eno. Per tutti questi motivi, difficili da spiegare forse a chi non fa parte di questa famiglia, andare a Ypsigrock ha sempre il sapore di un ritorno a casa (citando proprio Nirta).

Ed è per questo che quella maledetta pioggia non è semplice pioggia. Quando gli Efterklang salgono finalmente sul palco, con due ore di ritardo sulla scaletta e una band in meno (ad aprire dovevano esserci i romani YOUAREHERE, che fortunatamente recupereranno il giorno successivo il loro bel set), quando Casper dice quelle parole, è lì che riesco a formalizzare la sensazione che mi ha attanagliato nelle ultime ore: è come tornare a casa dopo un anno di viaggio e trovare la porta murata.

Shout Out Louds - foto di Francesca Pignataro
Shout Out Louds – foto di Francesca Pignataro

Ma la porta gli Ypsini la sfondano, tant’è che nessuno ha sognato di andarsene e la piazza è gremita, ancora più carica del solito per l’attesa. Gli Efterklang portano avanti con la loro classe un concerto che rimarrà nella mia top tre di questa edizione, e alla fine del set sembra che tutti i problemi del pomeriggio si siano magicamente dissolti negli intrecci ritmici e nelle coreografie vocali dei musicisti danesi. Ma nel viaggio da una parte all’altra della Scandinavia l’equilibrio si rompe, e pochi minuti dopo che gli svedesi Shout Out Louds hanno cominciato il loro spettacolo il temporale si ripresenta furioso. Ed è qui che la magia propria di Ypsigrock si palesa con tutta la sua forza: perché nessuno si allontana per cercare riparo, un paio di ombrelli si aprono sulla piazza che si incendia di corpi ballanti e urlanti, mentre gli svedesi sfidano il cielo e vanno avanti come treni in corsa, inzuppandosi completamente nell’arco dei quattro minuti scarsi di Walking In Your Footsteps (ve lo ricordate che il palco è scoperto, vero?). Il concerto va avanti con la crew che si affanna a impacchettare l’impacchettabile con teli di plastica, trasformando il palco in una scena del crimine di Dexter, mentre un roadie si allunga a riparare con un ombrellino – tenero nel suo gesto tanto cavalleresco quanto inutile – la valchirica tastierista Bebban Stolberg, che mi sembra continuerebbe a suonare pure se piovessero pietre. Così come questo pubblico di veri invasati continuerebbe a ballare, urlare, amare. Il risultato è, come recita il post che l’indomani mattina campeggia sulla pagina Facebook del festival, “epico”: “Cari Ypsini, lo spettacolo siete voi.”

Alla fine del set siamo tutti un po’ stremati, ma autenticamente felici. La pioggia si smorza gradualmente fino a fermarsi, permettendo ai Drums di portare sul palco agevolmente i loro stilosissimi outfit e le loro mossettine di studiata noia. Sarà che mantenere il livello di “epicità” a questo punto è veramente difficile, ma i newyorkesi mi sembrano terribilmente mosci, tant’è che a metà concerto non resisto alla tentazione del panino con salsiccia allo stand accanto al Castello e mi allontano, fisicamente e mentalmente, dal palco. Causa stanchezza mortale non riuscirò ad andare al camping, dunque non potrò riascoltare Werto, musicista che tutti noi di unePassante amiamo moltissimo.

Mi ci vorrà una lunghissima notte di sonno per recuperare le forze necessarie ad affrontare il giorno 2 che, stando alle solite app meteo, non sarà più agevole del primo. Per impegni promozionali mi perdo a malincuore il live di Black Eyed Dog sull’Ypsi&Love stage – secondo palco del festival, una novità assoluta che avrò l’onore, l’indomani, di calpestare. Arrivo soltanto a sentire un paio di pezzi di Deptford Goth, ma sono così presa dall’idea che tra ventiquattro ore al suo posto ci sarò io che non ci capisco niente.

Omosumo - foto di Francesca Pignataro
Omosumo – foto di Francesca Pignataro

Sperare, anche fortissimo, non serve a niente, e infatti una pioggia leggera ci coglie sulla via Sant’Anna, mentre ingurgitiamo rapidamente un pezzo di pizza per non perderci il live degli YOUAREHERE, che suoneranno stretti sotto un gazebo. Le carezze atomsforpeaceiane dei romani e gli schiaffoni soulwaxiani degli Omosumo tengono lontane per un po’ le nuvole. Sono appena le nove e mezza ma sembra l’alba e sembra un rave. Ed ecco, a coronare la sensazione, Holy Other e i suoi incantesimi sonori, che trasportano la piazza in un’ipnosi lisergica collettiva che sembra di nuotare nel video di Love some1. Sarà l’acqua a risvegliarci, ma quella vera, che inizia a scendere giù quando i miei amati e attesissimi Suuns sono già sul palco. Il gazebo di cui sopra serve solo a riparare la batteria di Liam O’Neill, mentre gli altri si trovano a lottare contro raffiche così forti che ad un certo punto sono costretti a interrompere il set. Sono completamente fradicia un’altra volta, e a questo punto sono anche un po’ incazzata col mondo. Dopotutto, domani dovrò suonare, e non posso permettermi di presentarmi con la febbre a cinquanta e la voce di un camionista, quindi aspetto pazientemente che i Suuns ricomincino rifugiandomi sotto uno stand di legno vicino al palco, cerco con scarso successo di godermi il resto del concerto e poi, con gesto anti-ypsinico, abbandono la piazza, rinunciando al set di Erol Alkan. È stato bello? Non lo voglio sapere. (Inutile specificare che anche stasera camping, quindi niente HLMNSRA).

Il terzo è il giorno dell’Ansia. Avrà ragione la maledetta app meteo che dice che oggi non ci sarà una nuvola in cielo? Sì, ha ragione. Ce la faranno Emanuele, Michele e Salvatore ad arrivare a Castelbuono? Sì, ce la fanno. Avrò caricato correttamente tutti gli strumenti in macchina quando sono partita da Firenze? Sì, Giulia, non manca niente, non hai alcuna scusa per non salire su quel palco e dimostrarti all’altezza di questo festival che per te vuol dire così tanto. L’Ypsi&love stage è bello, col suo prato finto a coprire le assi di legno e la sua cornice meravigliosa di chiostro settecentesco, e questa bellezza in qualche modo mi aiuta a uscire dalle spire della tensione. Quando arriviamo, c’è Søren Løkke Juu aka Indians che fa il check sulle note della sua bellissima New. Chiacchieriamo un po’ durante il cambio palco, inevitabilmente di Danimarca. Abbiamo l’onore di avere Paolo Mauri come fonico per l’occasione, e con l’assistenza di Lorenzo Marsiglia (altro storico Ypsino) e di Orazio Magrì il nostro check va a meraviglia. La gente inizia a riempire il chiostro e c’è giusto il tempo di tre, quattro sigarette di fila prima di dover rimontare sul palco e dare il via a questa cosa pazzesca che è “io che suono a Ypsigrock.” Credo di aver detto qualcosa a tal proposito tra un pezzo e l’altro, credo di aver ringraziato tutti e di essermi un po’ incartata con le parole e con i piedi, ma quello che ricordo nettamente è di aver dato tutto, tutto quello che avevo dentro. La mezz’ora a nostra disposizione è volata, e in un lampo mi sono ritrovata di nuovo tra il pubblico, con la testa confusa e svuotata, a farmi ammaliare dal bel Søren.

Suuns - foto di Francesca Pignataro
Suuns – foto di Francesca Pignataro

Tornati al main stage, a spazzare definitivamente gli strascichi emozionali dell’esperienza ci pensano i Metz, con un live potentissimo, strabordante, visceralmente divertente. Dopo di loro, tocca a Rover raccogliere i cocci (perché qualcosa i canadesi, con quella furia, l’avranno pur rotto) e impastarli in una costruzione rock ad alta densità emotiva, che stupisce e rapisce molte delle persone che mi circondano, ma che purtroppo mi lascia fredda, credo più per mia mancanza di disposizione che per questioni strettamente musicali (visto che il disco mi era anche piaciuto parecchio). Saranno i Local Natives a farmi tornare in sintonia col presente, con la forza di uno spettacolo di altissimo livello, e con lo strazio di cuore che l’ascolto di Airplanes mi produce ogni volta. Sì, è vero, sono un po’ piacioni, con quelle armonie sempre perfette e quel look da modelli di H&M, ma c’è una parte di me che risponde intimamente alle scariche energetiche della loro musica, che tutta la “furbizia” che riconosco nel progetto non potrà annullare.

Siamo alla fine di questa edizione e… Ah, no, gli Editors, quasi me ne dimenticavo (ouch, non posso non parlarne, vero?). Ecco, io gli Editors non li capisco. Sono davvero anni luce lontani dal mio gusto, per cui non mi sento nella posizione giusta per parlarvene. Salgo la scalinata che porta al Castello, vedo la marea degli Ypsini che canta all’unisono con Tom Smith, e vorrei che la vedeste anche voi adesso, perché è bellissimo, e non importa davvero che quello che sento non riesca a piacermi. Perché anche se in questo preciso momento non ne faccio strettamente parte, la magia di Ypsigrock si è prodotta ancora una volta, e per quelli là sotto questo preciso momento rimarrà incastonato nella memoria, alla voce “felicità”.

Holy Other - foto di Francesca Pignataro
Holy Other – foto di Francesca Pignataro

Sono le due del mattino, la piazza è ormai quasi vuota. La crew smonta, i visi hanno perso la tensione, restano stanchezza e soddisfazione. Gli Ypsini si stanno dirigendo al camping a far baldoria, o in piazza Margherita per l’ultimo gelato castelbuonese.

Gli ultimi saluti alla famiglia, do le spalle a questa casa che è Ypsigrock e riparto.

Il futuro è già nostalgia. Fino al prossimo anno.

 

unePassante sono Giulia Sarno, Emanuele Fiordellisi, Michele Staino e Salvatore Miele.

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