Live: Zanne festival

20 giugno/3 luglio 2013 - Catania

Una tre giorni di rock, arte e natura per la prima edizione di un festival che ha travolto Catania con una ondata di rumore bianco. Il “liotro”, simbolo della città, è tornato a barrire.
spencer

Il momento clou, quello che contiene lo spirito del festival, arriva nella serata del 20 giugno. Sul palco hanno da poco dato fuoco alle polveri gli statunitensi Black Lips. Gli spettatori sono scatenati al ritmo del loro garage pop, un invasato Zac Carper, frontman di quei Fidlar esibitisi poco prima, poga tra il pubblico esibendo energie extraterrestri, quando all’improvviso si sente una voce che urla “Catania, the italian Seattle”. Quel grido proviene dall’ugola di Jared Swilley, leader della band in scena, che enfaticamente evoca il fantomatico mito cittadino degli anni 90. Ecco, penso, in quel momento tutti hanno voluto un po’ crederci. Da questo sentimento, probabilmente ingenuo ma carico di vitalità, è nato quest’anno lo “Zanne Festival”. Un’oasi nel deserto che ha cercato di far rivivere il parco Gioeni, il giardino più grande della città. Un luogo, inaugurato nel 1997, dove una volta si andava a passeggiare con il cane e cercare un po’ di tregua dalla canicola. Un bel giorno invece ha iniziato a trasformarsi nell’ennesima zona di degrado cittadina. A suo modo rispecchia la curva discendente che Catania ha intrapreso con l’inizio del nuovo millennio. Non è un caso che l’indimenticabile “Sonica”, festival che coinvolse band come Coldplay e Skunk Anansie, abbia chiuso i battenti proprio in quel periodo. Qualcosa però sembra essere cambiato. L’area del parco è ben allestita, tanti stand e una programmazione extra a base di yoga, iniziative benefiche e attività per i bambini. Un programma musicale all’insegna del noise, fracassone e gioioso con Black Lips e Fidlar, tendente invece alla rabbia per mano degli Swans e Jon Spencer Blues Explosion. Il compito di aprire i concerti spetta alle band italiane Jaguar & The Savanas, Herself e The Long J, che svolgono egregiamente il loro compito.

A inaugurare le danze i losangelini Fidlar che, in pieno spirito YOLO, non si risparmiano un attimo e sembrano divertirsi in maniera sfacciata, sorprendendo con un punk pop dall’energia travolgente, tanto da far risultare un po’ sbiadito il set dei Black Lips, privo degli eccessi degli anni passati. Nonostante un maggior senso della misura, la band ha energia da vendere e lo testimonia una scaletta compatta e grintosa, all’insegna del garage da tre minuti, che finisce in festa con l’immancabile Bad Kids.

La giornata successiva ha un solo nome: Swans. Un’esperienza sensoriale più che un concerto. Un live come prova generale della fine del mondo. La sensazione di trovarsi di fronte a uno degli eventi che rimarranno nella storia locale dei concerti rock, un po’ come l’esibizione dei R.E.M. allo Stadio Cibali, ancora oggi perdura nella mente. Michael Gira e compagni conducono un assalto armato ai timpani del pubblico, eseguendo, in larga parte, brani inediti e qualche canzone dall’ultimo album. Come se si volesse ribadire che la nostalgia è bandita e che gli Swans sono vivi e lottano insieme a noi. Il magma sonoro creato da The Seer con la conclusiva Toussaint Louverture Song, dedicata al rivoluzionario haitiano che guidò una rivolta degli schiavi, è quanto di più vicino si possa immaginare come colonna sonora di un sabba. Un gioco di variazioni su un tema apocalittico che, al momento, trova come parente stretto il caos vibrante dei Sunn O))). Lo stato ipnotico, quasi catatonico, che i sei musicisti generano negli ascoltatori, grazie a una violenza sonora tinta di psichedelia, ha un’intensità tale da avvicinarsi alla trascendenza. Quando le luci si accendono, ci si guarda in viso congratulandosi l’un l’altro, lieti di essere sopravvissuti a un vero e proprio accerchiamento militare condotto a suon di decibel. Le orecchie sono indolenzite ma si ritorna a casa incolumi.

Nell’ultima giornata spazio per i trevigiani New Candys, con un rock ad alto tasso di acidità, che poi cedono il passo a una garanzia col nome di Jon Spencer Blues Explosion che, con il loro mix di punk e noise, ben riassumono quanto ascoltato nei giorni precedenti. Un finale tinto di sudore e urla, merito di un gruppo che sul palco sa ancora farsi valere. Il sipario si chiude registrando un ottimo risultato, ancora migliorabile nella varietà della proposta e nei numeri del pubblico, tanto da creare un modello di festival rock che, insieme all’“Ypsigrock” di Castelbuono, può rappresentare un esempio per tutta l’Italia. Ma, questa prima edizione, con tutti coloro che ne hanno contribuito al successo, riuscirà a non restare una eccezione? Il volume dei concerti sembra aver infastidito gli abitanti della zona. Buon segno. Speriamo si continui a fare rumore.

 La foto dei Jon Spencer Blues Explosion è di Ricky Caruso.

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