Made in Beataly

Ascesa e caduta degli anni Sessanta

Lungo servizio su Extra n. 43 con interviste a Ricky Gianco, Shel Shapiro, Enrico Maria Papes. Qui l'introduzione. Extra resterà in edicola fino alla fine di agosto 2015.
Beat Italiano
Lungo servizio su Extra n. 43

L’insegna al neon fuori dal Le Roi dice: “Music Hall”. Piove a dirotto, ma la sala – magnifica, disegnata nel 1959 da Carlo Mollino, che fu architetto del Regio e artista eccentrico – è pienissima. Otto euro per la serata Torino Beat 2015, più altrettanti di consumazione obbligatoria, ma il pubblico – benvestito e piuttosto âgé – pasteggia a cestelli di Berlucchi, alla faccia della crisi. Sul palco ci sono i Giganti, una delle varie incarnazioni attuali dei New Trolls e i Camaleonti. Passano Tema, Una ragazza in due, Miniera, L’ora dell’amore (che sarebbe Homburg dei Procol Harum)… La prima fila è una selva di smartphone che filmano. Quando appaiono i Dik Dik – giacche in pelle e basi preregistrate – il pubblico impazzisce: una signora di mezza età strizzata in un vestito molto scollato si fa largo per farsi un selfie con Pietruccio. A cosa sto assistendo?
Un decennio della musica italiana – del rock italiano – riassunto in pochi tratti stereotipati. La messinscena insiste su una retorica fatta di “favolosi anni Sessanta”: nostalgia per un periodo mitico in cui tutti erano giovani, condannati perciò a essere ricordati come tali, col solo risultato che l’invecchiamento appare ancora più crudele.

In quale momento, mentre i cantautori loro contemporanei entravano nei testi di poesia, i gruppi beat sono diventati fenomeni da balera, meteore da tv estiva, vecchi fricchettoni un po’ tristi?

Spesso fra molti dei protagonisti di quella stagione e alcuni dei più popolari musicisti odierni non passano neanche dieci anni: Shel Shapiro e Ricky Gianco sono del 1943, Maurizio Vandelli del 1945… Vasco Rossi è del 1952. Ma fra le due idee di “rock” sembra essere passata ben più di una generazione. È come se un intero genere musicale fosse rimasto imprigionato in una capsula del tempo. Il beat è finito, senza vie di fuga, al termine del suo decennio: i gruppi si sono estinti (Rokes, Giganti, New Dada) o hanno cominciato a celebrare il proprio mito in vita (Equipe 84, Dik Dik, Camaleonti). Qualcuno – Ricky Gianco o Guccini – è passato nei ranghi dei cantautori, mentre qualcun altro – come Tenco, che a partire dal 1966 era stato molto vicino al beat – è morto, venendo santificato sull’altare della canzone d’autore. In pochissimi (i Nomadi, i Pooh) sono sopravvissuti al Sessantotto.

Il beat, per quello che ha rappresentato, merita un credito migliore. Per cominciare, è ora di superare un paio di luoghi comuni e confermarne qualcuno. Intanto, il termine beat: il legame con la beat generation e la controcultura era piuttosto labile, anche dopo l’esplosione di Dylan in Italia, nel 1965. Più forte era quello con la scena inglese e i Beatles, ma la parola divenne più che altro un brand con cui l’industria nostrana etichettava tutto: la musica beat, la moda beat, le ragazze beat, le riviste beat, il ballo beat… Poi, le canzoni: erano stupide, leggere, insulse? Sì, molte, ma non tutte. Alcune, ascoltate oggi, rimangono semplicemente belle canzoni. E poi, naturalmente, la questione delle cover: il beat italiano copiava i successi inglesi e americani. Vero, molto spesso. Ma la grande quantità di cover non era dovuta solo alla mancanza di originalità o di buoni autori, come si pensa solitamente: è stata soprattutto un gigantesco affare. Per un cavillo del regolamento Siae (“scoperto” qualche anno fa da Franco Fabbri), nel corso degli anni Sessanta agli autori di una traduzione italiana depositata andavano royalties non solo sui ricavi della propria versione, ma anche su quelli dell’originale inglese o americano. Sarebbe a dire: se nel 1965 aveste depositato una traduzione di Yesterday o Blowin’ in the Wind, avreste incassato anche metà dei diritti d’autore sul testo dovuti a Lennon, McCartney e Dylan. E questo indipendentemente dal fatto che la vostra versione fosse o meno incisa su un disco. C’è chi ci si è arricchito, dunque: in genere non i gruppi beat (ce lo racconta Enrico Maria Papes più avanti), che proprio per questo motivo erano spinti a registrare pezzi altrui anziché propri.

Ma gli anni Sessanta non sono stati solo beat. Il suono dell’Italia del miracolo economico era anche quello della nascente canzone di protesta e dei cantautori: entrambe le esperienze hanno avuto contatti col beat, condizionandone la storia politica. Mentre in classifica andavano pezzi che inneggiavano – più o meno vagamente – alla rivoluzione, ai tempi nuovi e al pacifismo, la sinistra predicava una nuova canzone, criticando aspramente lo scarso impegno dei “capelloni” – stranieri o italiani che fossero – e le loro generiche prese di posizione. Erano anni contraddittori, in cui si potevano contestare i Nomadi da sinistra in quanto “integrati” (qualunque cosa volesse dire), mentre la Rai censurava canzoni come Dio è morto perché blasfeme… Molti cantautori (o futuri cantautori) ebbero un ruolo decisivo nel movimento beat. Guccini per i Nomadi, naturalmente. Ma anche Ricky Gianco, che produsse i Ribelli e i Quelli (divenuti poi Premiata Forneria Marconi) e scrisse canzoni per sé e per altri, fra cui Pietre con Gian Pieretti (qualcosa più di una citazione di Rainy Day Women #12 & 35 di Dylan). E qui accanto rievoca inoltre il suo periodo in Ricordi, a fianco di Gaber e Tenco. Sempre a proposito di cantautori: ci sono connessioni mai avvenute, che avrebbero potuto dare luogo a una vicenda diversa. Certo, la storia non si fa con i “se”, ma un paio di sentieri non imboccati sembra ci siano stati… Alcuni li scopriamo nelle interviste che seguono, come quando Shel Shapiro rivela che i Rokes sarebbero stati in procinto di fare un disco con Luigi Tenco dopo il festival di Sanremo del 1967. O quando Enrico Maria Papes racconta che, poco prima di dividersi, i Giganti avrebbero cercato di diventare il gruppo di accompagnamento di Fabrizio De André e Francesco Guccini.

Che cosa sarebbe successo? Avremmo forse preso più sul serio quelle canzoncine che parlavano

di buoni sentimenti, giovani d’oggi e capelli lunghi?

Il momento della svolta – insieme massimo successo e inizio della fine – non fu allora solo il Sessantotto, ma il Sanremo del 1967: una delle edizioni che possono vantare più canzoni rimaste impresse nella memoria collettiva (fra le tante: La musica è finita, L’immensità e Cuore matto). Vi parteciparono Gaber ed Endrigo, insieme ai tre protagonisti di questo servizio: Ricky Gianco con Pietre (che però non volle cantare), i Giganti con Proposta (Mettete dei fiori nei vostri cannoni) e i Rokes (in coppia con Lucio Dalla) con Bisogna saper perdere. Ma il festival di quell’anno è rimasto nella storia soprattutto per il suicidio di Luigi Tenco, poi padre spirituale della canzone d’autore a venire.

Continua sul Mucchio Extra n. 43

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