Mark Kozelek

4 aprile, Roma, Circolo degli artisti

Abbiamo assistito all'esibizione romana di Mark Kozelek, prima tappa italiana a cui hanno fatto seguito quelle di Ravenna, Milano, Padova. L'artista si presenta puntualissimo alle 21: chi c’è c’è. Scorbutico, cinico, strapperà più di una risata alla platea col suo humour sarcastico. Il Circolo è pieno: trenta-quarantenni e oltre, molte barbe, più uomini che donne, come non mancherà di notare ironicamente l’artista.
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Non è tempo di rimpianti per Mark Kozelek. Talmente concentrato sul presente, il songwriter dell’Ohio californiano di elezione, da permettersi una setlist che non prevede puntate precedenti al 2012. Complice anche una generosa prolificità fuori da ogni norma, che lo ha portato a licenziare tre album in dieci mesi, tra aprile dell’anno scorso e febbraio di quest’anno: Perils From The Sea a doppio nome con Jimmy Lavalle, il progetto in ditta collettiva Mark Kozelek & Desertshore e infine il recente Benji sotto la canonica sigla Sun Kil Moon. La scaletta è un concentrato di questi tre lavori con qualche eccezione. L’inizio e la fine dell’esibizione, per esempio: Black Kite e Elaine in capo, The Bird Has Broken e The Moderately Talented Yet Attractive Young Women… in coda (prima del bis) sono tutte e quattro estratte da Among The Leaves.

Una sola chitarra basta a Kozelek per l’intero concerto, l’amata classica con le corde di nylon, che il profeta della DADGAD accorda e riaccorda tra un brano e un altro, modificando di continuo le coordinate armoniche. Essenzialità allo stato puro, zero effetti speciali. Una tecnica straordinaria è al servizio di un’intensità e di una profondità che hanno pochi eguali. L’artista maltratta chi si ostina a fotografarlo, protesta per la luce di palco che trasformerebbe l’esibizione in un interrogatorio, fa spegnere il condizionatore che emette malevoli ronzii. Ma quando Kozelek canta e suona i suoi poemi musicati come un aedo del Midwest, si entra di forza nell’immersione totale della sua musica magica: diventa un pifferaio, con gli occhi chiusi guida il pubblico, immobile e silente, sui sentieri di una possessione lirico-narrativa.

La sua poetica, già improntata all’introspezione, ha imboccato un’epica privata. A I Can’t Live Without My Mother’s Love (per la mamma) fa seguito I Love My Dad (per il papà), ma Kozelek non è soddisfatto di quest’ultima e la interrompe a metà senza tanti complimenti: “ti amo papà, ma è venuta meglio quella su mia madre, basta così”. Carissa, Caroline, Gustavo, Micheline, la delicatissima Ceiling Gazing sono altrettante tappe di un lessico famigliare, personale. I Watched The Film The Song Remains The Same è uno dei momenti-top dell’esibizione: una mesmerica pozza di memorie che si allarga per dieci minuti, circolare, fino a raggiungere l’ipnosi. Non può esserci spazio per folk ballad come Lost Verses o Glenn Tipton, in un concerto così. Figuriamoci per le cavalcate elettriche alla Neil Young. Il catalogo è questo, ancorato al presente e alla cronaca, le corde pizzicate in arpeggi e volute, i versi che sono lunghe narrazioni. Alla low fidelity di Dogs, urlata e riverberata, succede il rap-western di Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes. Assai felice la resa alla chitarra di brani tratti da Perils From The Sea, che il pubblico conosceva con un vestito elettronico. Le canzoni finiscono di botto, quando si evapora la loro linfa vitale. Niente convenevoli.

L’unica cosa che Mark ha da dire su Roma, per la sua prima volta nella città eterna, è che “ci sono molti graffiti”. E anche quando si scioglie e, stiracchiandosi nelle pause tra un cambio d’accordatura e il pezzo successivo, ed esorta il pubblico a parlargli, a dirgli e chiedergli cose, ignora le anacronistiche suppliche di chi pretende antiche perle targate Red House Painters. Però, infine, due ore cullati da quella voce e da quella chitarra volano via, come una di quelle rare esperienze capaci di fermare il tempo.

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