Mark Kozelek

Un'antologia

Negli ultimi tempi ho visto molti uomini invecchiare. Parenti, amici che giravano per casa quando ero piccola, persone che ho ammirato alla distanza e hanno iniziato a cedere sotto il loro glorioso passato e affannato presente. La maggior parte delle volte non è un bello spettacolo.
Mark Kozelek
Quattro date in Italia

La mezza età maschile è un mistero distante per me: la malinconia di un uomo che si scopre non più giovane, affievolito nella sua volontà di potenza e ossessionato da un tumore alla prostata l’ho sempre lasciata a Cheever. Adesso questo disfacimento mi riguarda sia perché gli uomini che conosco invecchiano, ma anche perché lo fanno i cantanti che amo. Alcuni di loro muoiono; l’ultimo il 27 ottobre. Quella sera sono andata a sentire Mark Kozelek in una chiesa piena di lumini. Il cantautore dell’Ohio ha speso qualche parola buona per Lou Reed e poi ha fatto Caroline Says; è stato un po’ come assistere al suo funerale senza lasciapassare.

Kozelek nei suoi concerti parla: da quando ha deciso di scrivere canzoni basate quasi solo sulla sua vita, sappiamo tutto delle stanze di albergo in cui non ha preso sonno, delle donne che si è fatto o non si è fatto, delle città in cui detesta andare in tour. Sono storie che racconta mentre accorda la chitarra e poi si rapprendono in una canzone; il passaggio di stato non è chiaro. Ma anche se non sono mai stata brava in chimica o religione, capisco che a un certo punto il cantautore si è fatto carta per diventare una lunga e sommessa antologia americana. Ognuno invecchia come crede e come può. Quando ascolto Benji, l’ultimo lancinante disco di Kozelek, capisco che è più facile se la racconti. Se arrivato a quel punto, confessi di aver scoperto una nuova cedevolezza nei tessuti, il terrore di doverti prendere cura dei tuoi genitori e cos’è questa morte che diventa un fattore sempre meno accidentale.

Quella sera Kozelek ha parlato del batterista Tim Mooney, ex American Music Club, scomparso da poco. Ha ricordato la prima volta che si erano incontrati, due ragazzi scontrosi in un backstage destinati a stringere un’amicizia decennale. E poi si è messo a piangere. Ha chiesto scusa, si è accasciato sulla chitarra e i sibili amplificati dal microfono erano più rumorosi di quanto il mio senso del pudore avrebbe preferito. Dov’era l’uomo che cercava di rimorchiare le ragazze in prima fila o se la prendeva con chi gli chiedeva pezzi dei Red House Painters?

Quella è stata la prima volta che ho sentito Benji, anche se probabilmente non aveva ancora finito di scriverlo. L’Antologia di Spoon River parla di morti, Funeral degli Arcade Fire parla di morti. Ma sono quasi esclusivamente occasioni letterarie: ogni singola persona che ha perso la vita in Benji, da Carissa a Richard Ramirez, l’ha persa per davvero.

È facile pensare che questo sia solo l’ennesimo buon disco di un comprovato cantautore, ma la sua capacità di fondere pubblico e privato, di viaggiare a ritroso nella storia del pop, nella cronaca americana e nell’accidentato percorso che lo ha visto essere prima un bambino spaventato da un albino a scuola, poi un adolescente che ha perso la verginità con una certa Mary Anne fino all’uomo che vuole andare a trovare il primo tizio che gli ha fatto firmare un contratto, ne fa subito un grande classico. A poco meno di cinquant’anni, Kozelek scrive forse il suo disco migliore ricordando chi e cosa non ci sono più e all’insensatezza che si porta via sua cugina, asfaltata da una macchina mentre porta fuori la spazzatura, oppone la tenacia della poesia. L’arte è anche, se non soprattutto, una forma di resistenza all’erosione.

Nel memoir Men We Reaped, Jesmyn Ward parla di cinque fratelli e amici che ha perso per droghe, suicidi e incidenti stradali. Come Benji, è quel genere di lettura che ti fa venire voglia di prestare più attenzione alle persone della tua vita che invecchiano, ma anche a quelle che forse non potranno mai farlo. Chi resta, “dorme, sopravvive, lotta e sorveglia”. Attraverso Carissa che se n’è andata, e tutti i cantanti che rivedremo solo in un documentario, Kozelek ci conferma quel che Ward e l’istinto ci dicono già: che il nostro potere è limitato, che la canzone resta sempre la stessa e c’è chi è felice di essere vivo anche solo per raccontarla.

Dal vivo

04 APRILE 2014    ROMA  –  CIRCOLO DEGLI ARTISTI
05 APRILE 2014    RAVENNA  –  BRONSON
06 APRILE 2014    MILANO  –  BIKO
07 APRILE 2014    PADOVA  –  CIRCOLO MAME

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