Melt Yourself Down

29 Novembre 2013, The New Empowering Church, Londra

Una gioiosa macchina da musica o qualcosa di più duraturo? I Melt Yourself Down scoprono le carte a due passi dall’East End londinese tra le palme, il freddo, l’Africa e Iggy Pop.
Foto di Francesca Colasanti

Restano ormai solamente due categorie di persone che, in tardo 2013, riescono ancora a parlare di next big thing senza ridersi addosso: gli idioti e una larga fetta di giornalismo musicale britannico. Il rapporto tra le due entità è biunivoco: l’una foraggia l’altra ed entrambe non avrebbero senso se lasciate da sole. Eppure c’è un limbo, appena sotto l’astratto mondo delle vane ma grasse sicurezze dei più, in cui fremono realtà che di vero, certo e innegabile hanno solo il qui e l’ora. Flamingods e Melt Yourself Down: forse la loro proposta resterà parte di un’orgogliosa nicchia all’interno del vasto underground britannico. Ma perché chiederselo ora?

Ai Flamingods, autori comunque di una piccola perla come Sun, non si può certamente rimproverare la carenza di un impianto audio non all’altezza di un suono che, come il loro, vive di sfumature e saliscendi armonici. È una musica che si rifà alla tradizione sub-sahariana, all’afrobeat e alla psichedelia europea che s’infrange chiassosa contro le mura spoglie di un luogo ben lontano dall’habitat naturale dell’ensemble. Eppure l’essenza vera, fatta di percussioni ossessive e mantra vocali, riesce a restare in superfice a discapito di tutto. Tra le palme illuminate della New Empowering Church e il freddo pungente al di fuori; tra le luci ossessivamente monocrome e l’attesa, tangibile, della band del momento.

I Melt Yourself Down appaiono come un’entità in assoluto divenire. Sembrano un gruppo di persone nell’eterno dubbio tra punk e world. Vengono alla mente i Secret Chiefs 3 di Trey Spruance e, quasi in automatico, il pensiero corre ai Mr Bungle più primitivi e meno sperimentali (per modo di dire e “a posteriori”) del debutto, ma anche agli Stooges di Fun House o agli X-Ray Spex all’epoca di Oh Bondage! Up Yours!. La resa live dell’ottimo, omonimo debutto viene riprodotta per tutta la durata di un set senza pause o fronzoli. Si parte e si arriva con Tuna, Kingdom Of Kush, Fix My Life e Camel, ci si perde a seguire le derive scat dell’ottimo frontman, si cerca di capire dove inizino i fiati e dove finiscano le percussioni, si mescolano il jazz e il soul col funky e il metal e si resta sospesi tra l’ironia e la caotica amarezza degli sprazzi in minore. Un set in cui non c’è tempo per i convenevoli e i saluti ma ne resta parecchio per lo stage diving, un finale con buona parte del pubblico sul piccolo palco e la furia di una formula che sarebbe più giusto giudicare a distanza, in ambienti meno angusti, attendendo per sapere se la musica, ciò che poi conta davvero, sul prossimo album riuscirà a mutare restando unica. Difficile dire a cosa siano destinati, i Melt Yourself Down, ma che nessuno pensi di poterli tirare fuori da quella Terra di Mezzo in cui si trovano a meraviglia.

 

Foto di Francesca Colasanti

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