Minor Victories

Il supergruppo che funziona

I componenti di tre gruppi navigati del Regno Unito - Editors, Mogwai e Slowdive - registrano un disco incontrandosi appena in tempo per partire in tour (in Italia il 7 agosto all'Ypsigrock di Castelbuono - PA). Il fondatore della superband, JUSTIN LOCKEY, racconta il lieto fine di una relazione a distanza.
MINOR VICTORIES
Il supergruppo che funziona

Il peccato di superficialità è tutto di chi scrive, quindi tanto vale ammetterlo: certi colpi di reni da un tipo come Justin Lockey non ce li saremmo aspettati. Che in virtù del discutibile merito di essersi unito agli Editors da tre anni a questa parte – vale a dire in piena parabola discendente – acquisti il diritto di varare un supergruppo con gente di tutto rispetto è cosa che stupisce da una parte e insospettisce dall’altra.

La vicenda Minor Victories inizia proprio dalla produzione Editors dell’anno passato, In Dream, più precisamente dal brano The Law, dove la voce di Rachel Goswell degli Slowdive compariva giusto il tempo per intonare un algido ritornello: “Avevo contattato Rachel già da prima che venisse a incidere le voci”, ricorda Lockey, “L’album degli Editors ha avuto la priorità, ma noi due avevamo già cominciato a lavorare per conto nostro. Tutto era partito dall’idea di fare un ep noise con una voce femminile: quando programmi le cose in un certo modo, non vanno mai come ti aspetti… In un primo momento abbiamo fatto tutto con molta calma, quando ci siamo resi conto che poteva uscirne fuori un disco vero abbiamo deciso di portare le cose su un altro livello e lì sono arrivati Jason e Stuart”, dove il primo è il fratello dello stesso Lockey e il secondo è Braithwaite, chitarrista dei Mogwai. Malgrado tutti i membri abbiano un passaporto britannico, tra il dire e il fare si è più volte messo di mezzo l’Oceano, complici le tournée mondiali o le lavorazioni dei dischi che negli ultimi due anni hanno visto impegnate tutte e tre le band di provenienza. In un’intervista rilasciata alla rivista di Glasgow “The Skinny” i quattro riportavano delle loro lunghe corrispondenze transcontinentali e del modo che avevano per tracciare le rispettive traiettorie attraverso gli aggiornamenti del Google Calendar. “È come avere un’app sul cellulare intitolata Where’s Stuart Braithwaite”, aveva scherzato Justin, che ora rettifica: “In realtà, è stato tutto più facile di quanto sembri. È vero che ciascuno di noi è stato molto impegnato ma tutto dipende da quanto vuoi davvero realizzare qualcosa. Ho iniziato questo progetto diciotto mesi fa, ma se ti piace quello che fai, il tempo che spendi per farlo non conta poi così tanto… Tutti quanti eravamo decisi a portare a termine la faccenda, ciascuno ha fatto la propria parte. Non c’è stata pressione e credo che questo si senta”.

In effetti, quel che colpisce fin dai primi ascolti è che l’album non soffre delle storie, piuttosto differenti, dalle quali provengono i musicisti coinvolti. C’è stato spazio per fare entrare anche Mark Kozelek, uno talmente ingombrante che ormai è difficilissimo immaginarselo in un qualsiasi disco che non sia il suo. “Rachel e Mark hanno un rapporto di amicizia che dura da vent’anni, è stata lei a suggerircelo quando cercavamo altre voci da affiancarle: ha accettato, gli abbiamo spedito una base strumentale e nel giro di una settimana aveva già pronto il testo. Lui è molto veloce a scrivere e tutto è andato liscio. Proprio perché ha una personalità così forte, e una voce così riconoscibile, non volevo mettermi di mezzo tra lui e la sua storia, quindi ho fatto di tutto per tenermi un passo in dietro con la musica. Più della metà del brano in questione è merito suo”. Si può fare una parziale eccezione per For You Always, quindi, ma per il resto Minor Victories suona soprattutto come un lavoro “compatto” – il che, a scusante dei nostri pregiudizi sul Lockey produttore, è l’esatto contrario di ciò che si poteva affermare di In Dream. “Ho lavorato a entrambi i dischi insieme allo stesso ingegnere e ho potuto perfezionare i miei processi, ma ancora non so esattamente come si costruisce un determinato sound. Non ho un metodo scientifico, diciamo che perlopiù gioco con i suoni finché il risultato non viene fuori come vorrei. Non saprei stabilire perché sia riuscito in questo modo, per me è soltanto un altro album e il mio unico sforzo era farlo suonare in un modo che fosse innanzitutto credibile, considerando che durante le registrazioni non ci siamo praticamente mai trovati nella stessa stanza. Se è venuto ‘compatto’, come dici, è stato senza un vero e proprio piano, quindi ne siamo soddisfatti: poteva anche essere un accrocchio terribile e invece tutto si è retto molto bene”.

Segue un lungo tira e molla per estrapolare almeno un nume tutelare, qualche ascolto in comune che abbia illuminato la via. Niente da fare. “No, te l’ho detto, non abbiamo retroterra condiviso o almeno non è da lì che siamo partiti. Ciascuna delle nostre band ha un suono piuttosto definito, mentre questo lo abbiamo trovato dal nulla. Non abbiamo voluto rifarci a nessuna tradizione dato che, come gruppo, non abbiamo ancora una storia”. In compenso, Lockey una storia alle spalle ce l’ha, anche al di fuori degli Editors: una delle sorprese nelle quali ci si imbatte approfondendo il suo percorso è il progetto di vocal pop elettronico British Expeditionary Force. Per il registro militare che usa, viene spontaneo associare il nome a quello dei Minor Victories. “Ammetto di non averci mai pensato, ma qualche legame c’è, forse la convinzione che i conflitti, in termini artistici, siano il motore del nostro operato… Per me è sempre difficile venirsene fuori con un buon nome per un progetto. Questo, per esempio, appartiene a un altra band, i Lanterns On The Lake, che avevano fatto uscire un ep che si chiamava Misfortunes And Minor Victories. Ho pensato che fosse un grande titolo, così gliel’ho rubato… Sono amici, non ci baderanno”.

È proprio per la musica dei British Expeditionary Force che Justin e il fratello James hanno iniziato a far conoscere la propria attività di artisti visivi, culminato nel corredo iconografico che accompagna gli stessi Minor Victories: “Volevamo evitare di mettere in copertina una fotografia, una foto è sempre un ricordo di qualche cosa e noi non abbiamo ricordi in comune come band. Piuttosto ci voleva qualcosa che segnasse un punto di partenza, e la croce luminosa rappresenta un po’ il modo in cui ci siamo conosciuti, attraverso un filo di terminali connessi. Non a caso è una grafica computerizzata, elementare proprio come la comunicazione che si intrattiene on line”. Ancora di più i mpressiona il lavoro fatto sui video, quasi una serie di eleganti cortometraggi in bianco e nero. A compensare quella mancanza di storia che il nostro intervistato continua a sottolineare, c’è già un’identità visiva molto forte. “Le idee per i video sono partite mentre preparavamo il disco: ho voluto seguirle fino in fondo perché, da produttore, ho forgiato queste canzoni dalla prima all’ultima nota e non avrei potuto affidare a nessun altro il compito di tradurle in immagini. Io e James sapevamo già istintivamente quel che avremmo fatto, piccoli film con soggetti diversi ma dall’aspetto simile”. I risultati sono decisamente originali: il video di A Hundred Ropes mostra una squadra di samurai mentre corre verso l’obiettivo in un esasperante uso del ralenti: “Amo il piano sequenza perché trovo che molti video musicali siano ipercinetici e troppo pieni di dettagli, mentre io preferisco concentrarmi su un’idea unica e svilupparla fino alle estreme conseguenze. Canzoni come Folk Arp e Breaking The Light sono già così emozionali di per sé che non c’è bisogno di sottolinearlo o aggiungere altro dramma sullo schermo. Così, durante la canzone, vedi semplicemente delle persone che lavorano, o che stanno sedute a un tavolo… Se non altro, ti costringe ad ascoltare meglio la musica”. Molti dei clip menzionati possiedono la stessa ambientazione e sono legati da personaggi e motivi ricorrenti (la fascinazione per i vecchi mangianastri e gli stereo portatili). Per certi aspetti l’intero progetto ricorda quello pensato da Spike Jonze per The Suburbs degli Arcade Fire, soltanto riadattato alle periferie a Nord del Regno Unito: “Oh, io e mio fratello siamo grandi ammiratori di Spike Jonze, abbiamo visto insieme diverse sue opere. Dei nostri video, una parte rappresenta quello che sognavamo o che speravamo di fare da piccoli, l’altra quello che abbiamo vissuto ogni giorno. È così che sono legati tra loro ed è l’unico elemento di memoria autobiografica che abbiamo inserito nei Minor Victories. Abbiamo girato nei nostri luoghi di origine, ricostruito un percorso in notturna nelle medesime strade dove io e James giravamo in skateboard, come i ragazzi che si vedono in Film 2. Gli stereo e i registratori in primo piano sono quelli dai quali abbiamo cominciato a sentire musica; i vecchi che bevono al bar, gli stranieri che lavorano nella cucina di una tavola calda raffigurano il tipo di persone tra le quali siamo cresciuti. Magari non hanno a che fare direttamente con i brani, ma sono in grado di aprire un altro mondo a chi le ascolta: il nostro”.

DAL VIVO
7 agosto, Ypsigrock Festival – CastelBuono (PA)

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