Suoni: best of 2017 (pt. 2)

Mentre sul numero di dicembre del Mucchio Selvaggio, attualmente in edicola, abbiamo messo in fila i migliori del 2017, qui, invece, dedichiamo spazio alle preferenze individuali del nostro staff. (ultima parte)
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PIERLUIGI LUCADEI

  1. Bedouine – Bedouine

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Azniv Korkejian, in arte Bedouine, è nata ad Aleppo da genitori armeni, è cresciuta in Arabia, ma ormai da tempo si è trasferita negli USA, dove ha fatto innamorare di sé chiunque l’abbia ascoltata cantare. Tra questi, Guy Seyffert (Beck, Black Keys), che ha deciso di produrre artisticamente il suo disco d’esordio, e Matthew E. White, che l’ha griffato con l’etichetta Spacebomb. Quello di Bedouine è un folk che rimanda agli anni 70 di Vashti Bunyan, Joni Mitchell e Leonard Cohen, fatto di pochi elementi, una chitarra acustica, una melodia delicata e un cantato che sa essere distaccato e allo stesso tempo appassionato, tanto basta a definire il fascino riluttante di canzoni come Nice And Quiet, Back To You, Dusty Eyes e l’indolenza magnetica di versi come “I don’t want your pity, concern or scorn / I’m calmed by my lonesome, I feel right at home”. Può sembrare una ricetta fin troppo artigianale e semplice, eppure in nessun altro disco del 2017 autenticità e talento si sono concentrati in modo altrettanto sorprendente.

  1. The War On Drugs – A Deeper Understanding
  2. The National – Sleep Well Beast
  3. Feist – Pleasure
  4. Dead Man Winter – Furnace
  5. Paolo Benvegnù – H3+
  6. Nadia Reid – Preservation
  7. Destroyer – Ken
  8. John Murry – A Short History Of Decay
  9. Broken Social Scene – Hug Of Thunder 

 

RICCARDO MARRA

  1. William Patrick Corgan – Ogilala

billy-corgan-ogilalaTutti i ritorni a casa sono speciali, soprattutto se avvengono dopo un mucchio di anni e all’indomani di un fallimento. Riconoscere volti rassicuranti, stringere gente che ti offre un abbraccio e a cui non importa dove sei stato, è l’ossigeno di cui Billy Corgan aveva bisogno dopo quasi un ventennio di smarrimenti. Ogilala è un disco di canzoni acustiche, poesie sulla memoria, ritorni a casa. Pianoforti, chitarre dolci, archi, lacrime, scuse. La ricerca di un’identità perduta. Con Billy, anzi William, c’è Rick Rubin che ne consiglia le forme più adeguate e persino James Iha (sua la chitarra in Processional): perché, quando si riparte da zero, si ha sempre bisogno di un amico. 11 canzoni ispirate che cancellano gli Zwan, i dischi dall’elettronica pretenziosa e anche gli ultimi tragicomici Pumpkins. In Zowie, dedicata a David Bowie, Corgan canta “La vita continua a scorrere più veloce delle tue cicatrici” e, allora, caro William, siamo pronti a scorrere di nuovo e a seguirti. Dall’alba al tramonto, dal crepuscolo alla notte stellata.

  1. The National – Sleep Well Beast
  2. Tinariwen – Elwan
  3. Depeche Mode – Spirit
  4. Afghan Whigs – In Spades
  5. Robert Plant – Carry Fire
  6. Roger Waters – Is This The Life We Really Want?
  7. Cesare Basile – U fujutu su nesci chi fa?
  8. Oxbow – Thin Black Duke
  9. Timber Timbre – Sincerely, Future Pollution

 

GABRIELE PESCATORE

  1. In Zaire – Visions Of The Age To Come

in zaireAl netto di qualche sonorissima bocciatura, ormai mainstream (da Beck a Flaming Lips, da Arcade Fire a Gorillaz, Foo Fighters e Queens Of The Stone Age, il 2017 che se ne va ha rappresentato il tracollo per le scelte commerciali delle major), avrebbe dovuto/potuto essere l’anno di Children Of Alice. E, invece, la formazione dell’ex Broadcast James Cargill, nell’omonimo debutto, esegue un compitino ambient senza troppi scossoni nel suo incedere tra pschidedelia e stumentali virati verso l’avanguardia. Decisamente meglio The Focus Group e, soprattutto, In Zaire il cui Visions Of The Age To Come non è, verosimilmente, il miglior disco in assoluto degli ultimi dodici mesi, ma, piuttosto, quello che – meglio di qualsiasi altro – ha dimostrato la crescita esponenziale di un progetto. Che guarda ai Sessanta, interseca i ritmi con certo jazz dalle visionarie aperture, richiama il rock spaziale degli Hawkwind ma profuma di una italica tribalità che ne ammanta tutti e 8 gli episodi.

  1. Here Lies Man – Here Lies Man
  2. Squadra Omega – Materia Oscura
  3. Godspeed You! Black Emperor – Luciferan Towers
  4. Bedouine – Bedouine
  5. The Focus Group – Stop-Motion Happening
  6. The Black Angels – Death Song
  7. Hey Colossus – The Guillotine
  8. King Gizzard & The Lizard Wizard – Flying Microtonal Banana
  9. Algiers – The Underside Of Power

 

ANDREA PROVINCIALI

  1. Mount Eerie – A Crow Looked At Me

mount-eerieFinalmente un album che trascende ogni categoria di giudizio. Forse – se la memoria non m’inganna – per la prima volta, da quando stilo classifiche di fine anno, non mi sono trovato a fare i soliti calcoli (divertenti seghe mentali su variabili come innovazione, moda, scrittura, durata, singoli, bla bla bla). Perché A Crowd Looked At Me è un disco che fa male, che non lascia indifferenti, che ci coinvolge tutti in quanto persone mortali: un compendio esistenzialista scritto in solitudine per tentare almeno in parte di esorcizzare un dolore infinito. 11 canzoni diaristiche nelle quali Phil Elverum si è messo completamente a nudo raccontando la sua vita e quella della sua giovanissima figlia dopo la morte della moglie avvenuta nel luglio 2016. Sono i piccoli particolari della vita quotidiana, cantati con malinconica lucidità su sommesse trame acustiche, a sparigliare tutto e a trasformare l’ascolto in un’esperienza unica, emozionale ed empatica. Senza tempo e senza un filo di retorica. “I don’t want to learn anything from this. I love you”.

  1. LCD Soundsystem – American Dream
  2. The New Year – Snow
  3. Slates – Summery
  4. The National – Sleep Well Beast
  5. Gnarwolves – Outsiders
  6. Julien Baker – Turn Out The Lights
  7. Soft Fangs – Fractures
  8. Giorgio Poi – Fa niente
  9. Colapesce – Infedele

 

 ELENA RAUGEI

  1. Priests – Nothing Feels Natural

Priests MAINGuardatevi attorno. Nothing Feels Natural oggigiorno, né in ottica sociopolitica, né nella maggioranza dei casi in quella relazionale. I Priests, da Washington, DC, debuttano sulla lunga distanza con quello che è già un piccolo grande classico del nuovo punk, il miglior titolo r’n’r del 2017. Katie Alice Greer, Daniele Daniele, Taylor Mulitz e GL Jaguar sono selvaggiamente elettrici, tra post-new wave e noise, ma anche visceralmente catchy, sull’onda di melodie quasi dream pop, e sorprendentemente sperimentali, assecondando divagazioni irregolari se non filo-jazz. I testi si schierano contro capitalismo e patriarcato, al contempo riflettono l’irrequietezza e il disorientamento dell’essere umano. In un anno scosso da queste due tendenze solo all’apparenza antitetiche: scendere in campo per una rivoluzione, rivelare la propria vulnerabilità. La colonna sonora ideale non può che riportare a una musica eccitante e significativa perché pericolosa, in grado di assumersi dei rischi, spregiudicata.

  1. Arca – Arca
  2. St. Vincent – MASSEDUCTION
  3. Solki – Peacock Eyes
  4. Sequoyah Tiger – Parabolabandit
  5. Loyle Carner – Yesterday’s Gone
  6. Julie’s Haircut – Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin
  7. Flowers Must Die – Kompost
  8. Downtown Boys – Cost Of Living
  9. Demonology HiFi – Inner Vox

 

FERNANDO RENNIS

  1. Algiers – The Underside Of Power

algiersuop_copyMeno immediato di DAMN., più oscuro di Sleep Well Beast e ansiogeno ai livelli di American Dream, The Underside Of Power riassume quest’ultimo biennio musicalmente (mescolando grime, IDM, elettronica, post-punk, gospel e via discorrendo) e, soprattutto, concettualmente. Le tensioni internazionali, la Brexit, l’America post-Obama si intrecciano con la drammatica semplicità del quotidiano: un’inquietudine collettiva che si riversa nel privato e viceversa. La forza di uno degli album più politicizzati degli ultimi anni sta proprio nel trovare un precario equilibrio tra cronaca storica (i soprusi sociali e razziali del 1969 così come quelli del 2017) e diario personale che si tramuta in valvola di sfogo in cui incanalare rabbia e paure. Il secondo disco degli Algiers è un nervo scoperto che reagisce alla paralisi del sonno, una scintilla fugace che per un momento annulla il buio circostante di una notte troppo lunga. Parafrasandoli, potremmo dire che il quartetto “It’s the hand band of the people that’s getting tenser now”.

  1. Kendrick Lamar – DAMN.
  2. LCD Soundsystem – American Dream
  3. St. Vincent – MASSEDUCTION
  4. The National – Sleep Well Beast
  5. Everything Everything – A Fever Dream
  6. Jukes – God First
  7. Mura Masa – Mura Masa
  8. Sampha – Process
  9. Pumarosa – The Witch

LUCA RONCORONI

  1. Kendrick Lamar – DAMN.

Damn-632x632Con un terzo disco più immediato ma non meno complesso di To Pimp A Butterfly Kendrick Lamar si è confermato definitivamente “il” rapper di questa generazione, inteso come autore, interprete, performer e icona. Stavolta c’è meno jazz e più religione, sicuramente tra gli elementi centrali in questo nuovo concept. Il superamento delle etichette di white/black-ness in luogo di una superiore identificazione come appartenente del popolo eletto non si traduce in un’imbalsamata aura da santone, né in un fervente positivismo filo-gospel alla Chance The Rapper. Siamo sempre con i piedi ben piantati a terra e alla propria contemporaneità, e what happens on Earth stays on Earth. Il POV è quello di chi ha raggiunto la cima del rap game e da lassù si gode la vista, permettendosi di mettersi al centro di un’ipotetica ultima cena – in un’ulteriore rimando cristologico – pur restando Humble. È lo smascheramento in atto di un sogno americano ancor più bugiardo perché travestito da egualitario. Nessun altro può volare così in alto.

  1. Arca – Arca
  2. Jlin – Black Origami
  3. Loyle Carner – Yesterday’s Gone
  4. Kelela – Take Me Apart
  5. Ulver – The Assassination Of Julius Cesar
  6. Vince Staples – Big Fish Theory
  7. Stormzy – Gang Signs & Prayers
  8. Actress – AZD
  9. Christaux – Ecstasy

 

 FRANCESCO SEGONI

  1. Wolf Alice – Visions Of A Life

Wolf-AliceA quando risale la comparsa dell’ultima grande rock band? Gli Strokes, 2001? Possiamo considerare gli Arctic Monkeys, nel 2006? Comunque la si voglia mettere, fa tanto tempo: più di 10 anni. Per questo stiamo diventando impazienti: stiamo ancora aspettando i prossimi. Al debutto nel 2015, Wolf Alice divenne subito un nome alla moda, forse pure troppo per il suo bene. My Love Is Cool era un lavoro pieno di energia e vitalità, non ancora pienamente realizzato. Riversare su Ellie Roswell e soci troppe aspettative avrebbe potuto schiacciarli, come avviene regolarmente ai nuovi messia della musica elettrica. Ma questo secondo album deve soffocare ogni dubbio sul nascere. I Wolf Alice sono the real deal, capaci di un rock furioso e sanguigno ma anche di molto altro e di più. La qualità si accompagna a una varietà stilistica che li differenzia dai one-trick pony che abbondano nel panorama indie attuale e li proietta su una dimensione più ampia e più alta. Qui si fa il tifo per loro.

  1. Palehound – A Place I’ll Always Go
  2. Kendrick Lamar – DAMN.
  3. Robert Plant – Carry Fire
  4. Crystal Fairy – Crystal Fairy
  5. Jay Z – 4:44
  6. Tori Amos – Native Invader
  7. Grizzly Bear – Painted Ruins
  8. Jane Weaver – Moden Kosmology
  9. Marilyn Manson – Heaven Upside Down

 

STEFANO SOLVENTI

  1. The Magnetic Fields – 50 Song Memoir

The-Magnetic-Fields-50-Song-Memoir-1479398892-640x640Ho aspettato fino alla fine un disco capace di detronizzare i Magnetic Fields. C’è andato vicino King Krule, autore di una proposta assieme ispirata, personale, contemporanea e forse – forse – persino futuribile. Tuttavia, il fluviale ritorno della band di Stephin Merritt continua a sembrarmi qualcosa di così grande, di una anacronistica grandezza, di una grandezza così formidabilmente obsoleta, da spingermi ad assegnargli senza indugio il gradino più alto del podio. 50 Song Memoir significa 50 canzoni, una per ogni anno di Merritt (che intanto è arrivato a 52), messe in fila giocando il gioco serissimo del citazionismo compulsivo, il cuore gettato oltre la post-modernità. Il tutto stemperando divertimento e amore nella messinscena di una magnifica ossessione pop-rock, proprio quando – ahinoi – il pop-rock sembra cedere il passo, ritirarsi ai margini dell’immaginario collettivo. Impossibile, per me, non amare questo album di un amore che è anche fierezza, oltre a quel po’ di equivoca, insidiosa nostalgia.

  1. King Krule – The OOZ
  2. Cesare Basile – U fujutu su nesci chi fa?
  3. Ryan Adams – Prisoner
  4. Protomartyr – Relatives In Descent
  5. Grizzly Bear – Painted Ruins
  6. Robyn Hitchcock – Robyn Hitchcock
  7. Kendrick Lamar -DAMN.
  8. Barbagallo – 9
  9. LCD Soundsystem – American Dream

 

FABRIZIO ZAMPIGHI

  1. LCD Soundsystem – American Dream

lcdCon una Oh Baby che, come giustamente sottolineato dal quotidiano britannico “The Guardian” in sede di recensione, sembra un omaggio nemmeno troppo velato alla produzione dei Suicide, si apre American Dream degli LCD Soundsystem. Un disco che, pur inserendosi in una contemporaneità musicale ormai dominata dai sintetizzatori, evita l’errore più grossolano commesso da alcune produzioni sul genere: l’incapacità cioè nel tirare le fila del discorso musicale a fronte di una complessità di arrangiamento talvolta stereotipata ed eterodiretta dalla ricchezza timbrica offerta dallo strumento. James Murphy e colleghi si dimostrano invece spietati, dotati di una concretezza quasi post-punk – ascoltatevi tracce come Emotional Haircut – che non si permette distrazioni, eppure disposta anche a mollare le briglie su certi trip da manuale. A tenere banco in brani dal minutaggio ampio, una parte ritmica serratissima, certi crescendo esplosivi e una visione musicale cristallina. Altri ci hanno provato, fallendo.

  1. Cesare Basile – U fujutu su nesci chi fa?
  2. St. Vincent – MASSEDUCTION
  3. Ben Frost – The Centre Cannot Hold
  4. Richard Dawson – Peasant
  5. Jane Weaver – Modern Kosmology
  6. Alessio Lega – Mare nero
  7. Mara Redeghieri – Recidiva
  8. Robyn Hitchcock – Robyn Hitchcock
  9. Alan Vega – It

 

GIUSEPPE ZEVOLLI

  1. Mhysa – fantasii

mhysa_fantasiiDall’alto delle grandi classifiche (Kendrick Lamar) alle microscene sperimentali (Chino Amobi e il collettivo NON), il 2017 ha visto un’immensa produzione musicale centrata sulla black experience. In un panorama politico e ambientale sempre più intrecciato con la distopia, non sorprende trovare rumore e dissociazione tra gli stilemi dominanti. L’artista di Philadelphia Mhysa guarda a trauma e vulnerabilità come punti di partenza per una ricostruzione/celebrazione del sé, il suo fantasii una sorta di Inferno dantesco al contrario. “Perché mi sento negata in quanto donna nera?”, la sua domanda di partenza. Il percorso è fatto di sonorità industrial (You Not About That Lyfe), R&B (Spectrum), spettrali a cappella (Glory Be Black, Siren Song) e cenni all’inconscio collettivo del mainstream, che qui opera a mo’ di figura virgiliana (Naughty Girl di Beyoncé, un’impressionante cover di When Doves Cry di Prince). La voce di Mhysa riverbera tra chiese e club con un nuovo linguaggio.

  1. Kendrick Lamar – DAMN.
  2. Arca – Arca
  3. Chino Amobi – PARADISO
  4. Sote – Sacred Horror in Design
  5. Laurel Halo – Dust
  6. Vince Staples – Big Fish Theory
  7. John Maus – Screen Memories
  8. IX Tab – The World Is Not Where We Are
  9. Pan Daijing – Lack

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