Live: My Bloody Valentine

12-13 marzo 2013 - Londra, Hammersmith Apollo

i My Bloody Valentine dal vivo restano una delle migliori music-experience di tutti i tempi. Un passato, un presente e un futuro che sembrano armonizzati vvolti da una coltre di rumore, come se il passare del tempo fosse una mera questione per i comuni mortali.
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Chi li ha visti nei tour di reunion tra 2008 e 2009, e soprattutto chi li ha visti in qualche venue al chiuso (uno dei numerosi dettagli che, nell’universo perfetto di Kevin Shields, fanno la differenza), è consapevole di un aspetto che tutti gli altri possono immaginare adeguatamente solo spingendo la fantasia molto oltre la realtà a cui siamo abituati. Un concerto dei My Bloody Valentine non è un’esperienza “musicale”, “culturale”, “sociale” come i live comunemente sono. Un concerto dei My Bloody Valentine è un’esperienza fisica. Sensoriale e psichedelica. Forse non “mistica” come nel caso degli Swans – con cui condividono i volumi e l’appartenenza a una categoria “altra” di live band, che si appropria della mente, del corpo e delle orecchie degli ascoltatori ben oltre la fine della performance – ma certamente un’epifania accecante, che giustifica, e alimenta, l’appartenenza a un credo. Per l’esordio ufficiale dei MBV a Londra post m b v, la location è di quelle per le grandi occasioni, che (già) storicizza, e con classe, questi due concerti “in casa” del gruppo. Il pubblico, oltre a provenire da mezza Europa, è trasversale per età, con tanti giovanissimi. La scaletta, è quella ideale: tanto Loveless, tre brani nuovi (l’unico punto su cui si poteva rischiare di più), un paio di estratti furiosi da Isn’t Anything e poi la sorpresa, dolcissima, con parecchio materiale dagli EP. In platea, a pochi metri dal palco, la prima sensazione con cui ci accolgono i concerti di entrambe le serate, sulle note di I Only Said, sono le vibrazioni che dal pavimento salgono lungo il corpo. Una terapia d’urto purificante, che stordisce con una tabula rasa sonora, ma d’altra parte non rinuncia alla cromoterapia rosa-violetto che è l’essenza, dei visual ma anche delle melodie da sogno-ad-occhi-aperti, della band più rumorosa sulla Terra. Vibrazioni che percuotono ininterrottamente le viscere fino alle schegge impazzite di Wonder 2, brano conclusivo (perfetto) lanciato in orbita dall’orgia rumorista dell’Holocaust (11 minuti di orologio) di You Made Me Realise. Nel mezzo, un’abbondanza di suoni ripetitivi e in continuo crescendo (“Earplugs are available everywhere!” recitano i numerosi cartelli in sala, e dall’attacco dell’Holocaust sarà davvero impossibile farne a meno), la muraglia di amplificatori dietro Kevin Shields, secchiate di caleidoscopi lisergici alle spalle della band, l’ipnosi languida di Cigarette in Your Bed e Slow, quella acida di Soon, la forma asimmetrica di Only Tomorrow che guadagna spessore rispetto al disco, le voci che affiorano di tanto in tanto – e che se pure non si sentiranno mai, non sarà mai davvero un problema. Ma soprattutto, quella sensazione di disorientamento costante, quell’aggressione morbida, quell’oscillazione interiore che è la stessa dei dischi. Ma all’ennesima potenza.

Pubblicato sul Mucchio 705 

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