My Bloody Valentine

Culto di secondo grado

I concerti in Italia sono l'occasione per riparlare di "mbv".
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mucchio 704Tra Loveless e mbv sono passati ventun anni e tre mesi. Anni in cui i cambiamenti tecnologici e commerciali hanno stravolto, forse per sempre, la musica pop così come l’abbiamo sempre conosciuta. Anni in cui la percezione, la fruizione e l’approccio hanno creato nuove sacche di culto insospettate e, per certi versi, anacronistiche. La possibilità di attingere a un catalogo pressoché illimitato e in maniera istantanea (leggi Spotify) ha permesso a chi non c’era di poter amare e anche vedere, riunite, band non solo sciolte, ma ormai anche fuori tempo massimo. Non a caso, ci sono stati due modelli di reazione al ferocissimo buzz attorno all’imminente apparizione di mbv: chi ha abbracciato il culto a scatola chiusa e chi invece ha guardato con distacco. Che poi abbia comprato gli mp3 (subito) e il disco (in un secondo momento) conta poco. Gli aspetti musicali in questo caso sono addirittura secondari. È l’idea del nuovo disco dei My Bloody Valentine in sé il centro della questione.
I meccanismi dell’hype non sono inediti (il successo a prescindere sulla base di enormi aspettative, tipo Kid A dei Radiohead), ma è curioso analizzare come i My Bloody Valentine siano diventati un solidissimo tempio del culto. Ancora più curioso notare come, in generale, prendendo a campione i social network e i commenti pizzicati qui e là sui vari siti musicali, lo scollamento tra chi ci sta credendo fortissimo e chi meno sia soprattutto una questione generazionale.

L’eredità di Loveless, per chi l’ha vissuto all’epoca, è quella di un disco straordinario, espressione delle ossessioni di un pazzo visionario che ha rischiato di mandare in frantumi la Creation Records (salvata poi dal boom degli Oasis qualche anno dopo) per costruire uno degli ultimi “suoni del futuro” basato sulle chitarre. Applaudito da tutta la stampa dell’epoca (che anno, però, il 1991!), non fu una rivoluzione copernicana. Se Nevermind vendeva a milioni, Loveless si fermò a meno di 250 mila. Da lì, il nulla. Kevin Shields firma un accordo vergognosamente vantaggioso con la Island da cui esce solo la cover di We Have All The Time In The World di Louis Armstrong. Poi il silenzio.

Fast forward #1. 2003. Napster ha già posato i germi che hanno mangiato dall’interno il mercato musicale. La banda larga comincia a diffondersi. I forum di discussione stanno diventando un importante strumento di condivisione e gli appassionati di musica cominciano a scambiarsi singoli file via MSN Messenger e mandarsi i cd-r per posta (non tutti hanno ancora l’ADSL). Esce Lost In Translation di Sofia Coppola, uno dei film più controversi di quell’annata, capace di sbancare il botteghino (120 milioni di dollari in tutto il mondo) e di farsi apprezzare da un pubblico under-25 attirato dalla storia, dagli attori, dal tono del racconto e anche dalla colonna sonora. In una delle sequenze più famose, Charlotte (Scarlett Johansson) e Bob (Bill Murray) tornano in albergo in taxi, di notte, sulle note di Sometimes dei My Bloody Valentine.

Fast Forward #2. 2009. Primavera Sound Festival, Barcellona. I My Bloody Valentine salgono sul palco principale davanti a decine di migliaia di persone. Decine di migliaia di giovani. Gli under-25 di prima, che intanto sono diventati under-30, aspettano quel momento come l’epifania di qualcosa che si sentono dentro anche se non l’hanno vissuto in diretta. È il loro reunion tour e sta registrando sold out ovunque. Segno che l’amore per la band si è rafforzato anno dopo anno, in parallelo al crescere di un certo tipo di consapevolezza musicale dei cosiddetti “nativi digitali” che lo alimentano.

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Perché i My Bloody Valentine sono riusciti a segnare così tanto l’immaginario della generazione successiva a quella che li ha vissuti in diretta? Come mai sono oggetti di questo ‘culto di secondo grado’? Parla re di retromania sembra ridurre la portata del fenomeno. Non si tratta di una semplice venerazione del passato, quanto piuttosto una conseguenza di un momento storico preciso. Il nostro. Non è chiaro se lo shoegaze sia uno stile, un genere, una sensibilità o un’espressione di una certa cultura. È certo, però, che la sua immediata identificabilità e la sua eredità diffusa in lungo in largo per tutti questi anni vanno intese non solo come la fortuna di un sound affascinante, ma anche di un sound dall’equilibrio incerto. Un sound che sembra esprimere perfettamente una sorta di nostro spirito del tempo. Nel comporre Loveless, i My Bloody Valentine sono usciti dal flusso della storia per cristallizzarsi come momento autosufficiente. Non è un caso che la loro musica sia rimasta inimitabile e, anche, impossibile da evolvere. Da allora lo shoegaze è stato riproposto per anni senza distaccarsi dal suo grado zero. In tantissimi hanno cercato di replicare quel suono in tutta la sua ricchezza e complessità, fallendo. Chi per un motivo, chi per un altro. Come se fosse impossibile da rivisitare, se non spostato in altri generi, soprattutto l’elettronica, ma senza sostanziali differenze.

Il culto dei My Bloody Valentine è così forte e sentito perché musica capace di durare nel tempo? Sì, se questo significa essere sempre di attualità e offrire spunti in grado di interpretare delle tensioni che in diretta forse apparivano solo scavando profondamente. Come se col tempo fosse tutto emerso in maniera più efficace. Come se la generazione under-30 fosse stata tutta seduta con Bill Murray e Scarlett Johansson su quel taxi.
I siti che hanno recensito a caldo mbv hanno specificato di volersi concentrare sulla qualità delle singole canzoni piuttosto che sul suono perché lì non ci sono troppe sorprese. In sintesi: mbv è il disco che ti aspetti dai My Bloody Valentine. La montagna ha partorito il topolino. C’è un po’ di delusione in quelle pur entusiastiche parole. Comprensibile, ma il punto è un altro. Ed è anche il motivo stesso per cui questa musica sembra appartenere a un tempo parallelo: mbv chiude il cerchio aperto con Loveless e ribadisce non tanto la sua (ai tempi) futuribilità, quanto la sua capacità di essere eterno presente. Ecco perché si scriveva di aspetti musicali secondari. Quei cristalli che hanno permesso di fermare il tempo dei My Bloody Valentine erano già perfetti e difficilmente migliorabili. mbv non serve tanto a ribadire l’ovvio quanto a concludere un capitolo. Potevano passare altri ventun anni senza una nota inedita da parte di Shields e il culto non sarebbe venuto meno. Non sarebbe cambiato nulla.

Quando Simon Reynolds lega la reunion della band all’inevitabile ritorno economico inquadra solo una parte della questione, perché le mode, per loro stessa definizione, vanno e vengono. Pixies, Dinosaur Jr. e affini hanno acceso la miccia di un revival dei Novanta che si sta dimostrando capace di raccogliere le turbolenze di questi anni precari. Nelle note di gruppi come Cloud Nothings, Japandroids e The Men (etc.) si avverte come l’eredità dell’indie classico sia stata rimasticata e riproposta attualizzando le tensioni. È ancora necessario esporsi contro qualcosa. Soprattutto in un universo musicale onnicomprensivo e in cui sembrano non esistere più differenze.
Il ritorno dei My Bloody Valentine non dà il via a un bel niente. Il loro suono è sempre stato replicato, senza soluzione di continuità né prospettive trendy. La venerazione di una generazione in differita non ha a che fare con la ricorrenza musicale, ma con il respiro esistenziale che quell’album è riuscito ad esprimere. Come se i My Bloody Valentine fossero stati sempre presenti. Come se il loro tornare in scena fosse, appunto, una naturale e improvvisa apparizione.

Pubblicato sul Mucchio 704

Le date

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